mercoledì 28 novembre 2018

COME E QUANDO NASCE LA POESIA .



NARRAZIONE E LIRICHE .
A CURA DI Giovanni Maffeo Poetanarratore .
ALCUNE MIE POESIE .
DALLE POESIE D'AUTUNNO ANNO‭ ‬2015‭ ‬.

Di me ti racconto la vita‭ ‬.‭ 

La mia fu dorata‭!
Nacqui vestito su un prato di sole e rose‭ ‬,
nacqui col bacio del vento che mi accarezzava l’anima‭ 
lì,‭  ‬mi fu concessa la luce dell'inverno‭ ‬.

Ma poi‭ ‬,‭ ‬poi arrivò l'età del sangue‭ !
Acerbo il mio cuore trascinai su strade impervie le mie avventure‭ ‬,
cedetti ai sogni impuri‭ ‬,ai madrigali passionali‭ ‬...
ai tenaci tentativi ove la carne fremeva di velleità e bramosie‭  ‬.

Furono belli i giorni in cui ti corteggiai‭ ‬...
mi persi in te raccogliendo miele‭ ‬,
quel dolce amaro‭  ‬tanto desiderato‭ 
quel trasformismo animale che mi fece bestia‭ ‬.

Ora sono solo nel cammino incerto‭ ‬:
mi dimeno arso con tanta nostalgia,
dissi di me a colei che ride‭ ‬,‭ ‬ti dirò di me‭ ‬,‭ ‬delle mie paure‭ ;
giorni inquieti a te pensavo sotto il grande cielo‭ ‬.‭ 

Di me ti racconterò la vita‭ ‬...
di quanto è stato e non è finita,‭ 
brucio dal rossore‭ ‬,agito pensieri‭ 
agito l’amore e tu cosa fai‭ ? 

Te ne vai e fuggi via‭ ‬,ma dove‭ ?
Raccontami dai,‭ ‬la tua storia‭ ‬...
resto e sarò sempre il tuo prigioniero‭ ;
il fato‭  ‬del tempo mai cambia‭ ‬,‭ ‬torna indietro‭ 

Giovanni Maffeo‭ ‬-‭ ‬Poetanarratore.

L’incantevole bellezza‭ ‬.

Esorto dunque l’amore‭ !
Il pensiero deludente di un’anima folle‭ ‬,
il gesto inconsueto che ha paura di osare‭ 
di accedere nei prati folli l'oblio dell'amore.

Si tu‭ ‬,‭ ‬hai paura primizia di vento‭!
Perché hai un altro sentimento a cui donare,
lasciati trascinare‭ ‬,‭ ‬appagati tra i sogni‭ ‬,
percepirai la sua essenza e sarai libera‭ ‬.

Libera di sognare‭ ‬,di sorprenderti da sola‭ 
di amare e uscire fuori da ogni schema‭ ‬,
saprai apprezzare ogni piccolo gesto‭ ;
null'altro che si ferma e si narra in un libro‭ ‬.

E come una lacrima scivola dalla guancia‭ 
accendi la bellezza alla vita mia‭ ‬...
arriva al lato della mia bocca e poi si ferma,
tra le labbra umide il mio bacio ti fa rosa‭ ‬.

Così‭ ‬,lecco quella goccia salata e la ingoio‭ 
carezzo l’incantevole bellezza‭ ‬,‭ ‬la tua‭ !‬...
Pochi sanno cosa vuol dire amare,
planano nel vuoto e mai han ritorno‭ ‬.

Sono in cerca di vento di coaguli violacei‭ 
pronto ad aprire usci chiusi‭ ‬,
a fare crescere l'oasi del cuore‭ ;
ove l’amore li conduce nell'infinito‭ ‬.

Ed io sono nullità senza il nulla‭ !
Conducimi tu al tuo respiro‭ ‬,
vorrei essere la tua lanterna nella notte‭ 
con la luna chiara avvolgerti nell'anima mia‭ ‬.

Giovanni Maffeo‭ ‬-‭ ‬Poetanarratore‭ ‬.

Butto tutto all’aria .

A volte butterei tutto all’aria :
I miei pensieri ,la mia poesia ,
Smetterei di scrivere e me ne andrei al mare 
A dare coraggio a orecchie sorde ,
La mia voce , a chi non la merita .

Si , forse lo farei ,ma sarei un vigliacco 
Uno che si nasconde tra i meandri degli orgogli , 
Andrei tra i cespugli degli inverni freddi 
Nei covoni di paglia a fumare erba 
A mietere sospiri tra le gote di un amore .

Ma poi la mia poesia mi chiama 
Mi trattiene ,mi dice vieni ! sono io il tuo ruggito ,
Vieni da me che son sola  e come te voglio sospiri ;
Vieni da me io curo la tua malattia d’amore ,vieni !

Butto in aria cosa ? Me lo son chiesto mille volte 
Penso al sentimento mio ,a cosa sarei se non fossi tenero ,
Al mio fragile animo in una conchiglia ,tra i miei fiori 
Alla passione  che spesso ha doglie e partorisce ispirazioni .

Sei tu dunque vita ,la mia sfida ,la musica che mi travolge 
Nei giorni dell’amore mi dai forza e rientro nei ranghi ,
Nei volteggianti vortici fatti di diluvi ,tra le emozioni immense ;
E' l’abbraccio che si insinua perenne nella mia anima .

No ,non butto all’aria nulla !
Voglio riposare lì dove cantano gli uccelli ,nelle albe immense ,
Nell’arido deserto ,tra le oasi ,in cerca di me stesso ...
Di un amore che strugge e ugge la mia caccia ,
Ove il mio cuore tormentato si riposa  nell’eterno bacio .

Giovanni Maffeo Poetanarratore .

Presentazione .
Nome: Giovanni Maffeo Poetanarratore.
In questa mia narrativa dei miei pensieri ,dell’umana gente. La poesia trionfa nella travagliata e meravigliosa vita. Con molti anni alle mie spalle apro i miei occhi al mondo, nell’anima mia, al mio fiorito luogo natale . tra colli e mare incomincio a meditare ,un fraseggio del mio immaginario di poeta narratore. Racconto a voi a tutte le genti :dialoghi ,storie di me; della mia gente, del mio stato d’animo, del mio pensiero ,passando ad allargare lo spazio della natura ,come della storia ,cercando con ansia cosmica le vie del cielo risalendo con spirito d’umana virtù .non solo ai primi abitatori della terra che le leggende e le favole ricordano. Oggi che viviamo nel ventesimo secolo dove tutto è superato ,rimane il pensiero della gente, “la poesia” la narrativa .

Introduzione .

Dunque in questa mia narrazione si vuole mettere in evidenza quello che è che fu la nascita della poesia , la sua storia come nasce come si evolve nei tempi ,dalla mitologia greca alla bibliografia biblica ,da Virgilio a Dante per poi con i vari maestri della storia poetica ai giorni nostri , anni duemila . Ringrazio le numerose fonti informative :ecclesiastiche e bibliotecarie .La mia stessa ricerca di studio .
Si vuole anche mettere in risalto l'odissea che la poesia ha avuto e tutt'ora ne esplora le varie congetture e critiche .Un diniego effimero ove tutti e tutto è gratuito ,meno l'intellighenzia del sapere ,del come apprendere e come scrivere poesia , tutto trarne la saggezza e l'umiltà del capire .

LE FIGURE RETORICHE .


Quali sono le 3 figure retoriche?

Le principali figure retoriche: similitudine, metafora, metonimia, allegoria, ossimoro, sineddoche, antonomasia, iperbole.


Es: concimano i campi e tu dici: che profumo di natura... Iperbole: esagerazione voluta per rafforzare un concetto. Es: vedi un amico che non incontravi da un po': sono secoli che non ci vediamo (è chiaramente un'esagerazione!) Litote: affermazione di un concetto mediante la negazione del contrario.


ALLA DOMANDA . Quante sono le figure retoriche?

Si stima che la lingua italiana abbia oltre 300 figure retoriche, un numero veramente altissimo! Molte si differenziano davvero poco tra di loro e sono facilmente confondibili. In questo articolo analizzeremo insieme quelle più conosciute.

Come si distinguono le figure retoriche?

Le figure retoriche si dividono in tre grandi categorie: figure di suono o fonetiche: sfruttano l'aspetto fonico delle parole; figure di costruzione o sintattiche: sfruttano l'ordine in cui le parole vengono utilizzate; figure di significato o semantiche: sfruttano lo spostamento di significato dei vocaboli.


Quando si usano le figure retoriche?

Le figure retoriche sono tecniche espressive, cioè accorgimenti stilistici e linguistici, utilizzati per rendere più vivo ed efficace il discorso. Sono proprie soprattutto del linguaggio poetico e letterario ma possono essere adoperate anche nella comunicazione quotidiana.


Come spiegare le figure retoriche ?

Figure Retoriche per Scuola Primaria |

Cosa sono le figure retoriche per scuola primaria? Le figure retoriche sono espressioni letterarie che hanno come scopo quello di creare un particolare effetto figurato o anche solamente sonoro, all'interno di una frase. Vengono particolarmente utilizzate nel testo poetico ma anche nel linguaggio di tutti i giorni.


Cosa sono le figure retoriche in un testo narrativo?

Possiamo definire le figure retoriche come espedienti linguistici, strategie ricercate o forme espressive letterarie che, deviando in un certo qual modo dal linguaggio comune, arricchiscono il testo scritto dando maggiore efficacia, incisività ed espressività al messaggio che vogliamo trasmettere.


A cosa serve la retorica?


Lo scopo della retorica è quello di fornire a retori e oratori (e non alla massa degli ascoltatori) le nozioni teoriche necessarie per comporre un discorso persuasivo.



ALCUNE RISPOSTE .Che cosa sono le figure retoriche?

per figura retorica si intende “… qualsiasi artificio nel discorso volto a creare un particolare effetto”. Quindi, possiamo tranquillamente affermare che i modi in cui il significato letterale diventa figurato, ossia le forme del linguaggio figurato, si chiamano figure retoriche.


Tali figure si dicono retoriche perché sono state studiate e codificate dalla Retorica antica o “arte del dire”: una disciplina della cultura classica, greca e latina, che studiava appunto l’arte dello scrivere e del parlare in modo efficace e convincente.


Nell’Antica Grecia, ad esempio, si trattavano discussioni ragionate e argomentate al fine di convincere gli interlocutori, per questo motivo era necessario essere chiari e comprensibili. Bisognava preparare il discorso secondo regole ben precise e con l’utilizzo di sintassi adatte.


Le figure retoriche sono ancora oggi molto utilizzate nel nostro parlato, perché lo arricchiscono e aiutano a rendere più efficace il messaggio che si vuole comunicare. Tali figure nel corso degli anni sono state utilizzate da scrittori e poeti per rendere le loro opere ancora più espressive e suggestive.


Di seguito troverai un elenco delle più conosciute e utilizzate e molte figure retoriche esempi per farti comprendere meglio il loro significato.


ALCUNE RISPOSTE . Quante figure retoriche ci sono?


Queste forme linguistiche si dividono in 3 categorie principali: fonetiche o di suono, retoriche o di significato e di costruzione.


Le figure retoriche fonetiche sono relative al suono o al ritmo che si percepisce quando si pronunciano.

Le figure retoriche di contenuto riguardano una modifica del significato delle parole.

Le figure retoriche di costruzione sfruttano l’ordine in cui le parole vengono utilizzate.


Cos'è una metafora? E un ossìmoro? Sono figure retoriche. Se non ne hai mai sentito parlare, Focus Junior ti spiega cosa sono, quali sono le più conosciute, come si usano e perché.

Le usiamo tutti i giorni e non ce ne accorgiamo: sono le figure retoriche, ovvero dei "trucchetti" che usiamo nei nostri discorsi o nei nostri scritti per rendere più efficace (e d'effetto) il messaggio che vogliamo comunicare.


ALCUNE RISPOSTE .E ALCUNE DOMANDE .


Quali sono le principali figure retoriche?

Si stima che la lingua italiana abbia oltre 300 figure retoriche, un numero veramente altissimo! Molte si differenziano davvero poco tra di loro e sono facilmente confondibili. In questo articolo analizzeremo insieme quelle più conosciute.


Similitudine: è una delle figure retoriche più utilizzate anche nel parlato comune. Consiste in un confronto o paragone fra due termini che presentano evidenti somiglianze. È per lo più introdotta da “come”. Un esempio calzante può essere la frase “Francesco è buono come il pane”.


Metafora: consiste nella sostituzione di una parola con un’altra, legata alla prima da un rapporto di somiglianza. Un esempio di metafora può essere: “Luca è una gazzella”. Per indicare che Luca è veloce, si utilizza la parola gazzella perché la caratteristica tipica di questo animale è appunto la velocità. La metafora è generalmente considerata una similitudine abbreviata, cioè un paragone privo di nessi logici di raccordo.


Contengono metafore anche molti modi di dire come: cadere dalle nubi o andare a gonfie vele.


Sinestesia: consiste nell’associare, all’interno di un’unica immagine, parole che appartengono a sfere sensoriali diverse. Per esempio: “il giallo è un colore caldo”. Questa frase indica un colore appartenente alla sfera sensoriale della vista, associato a “caldo”, che è appartenente alla sfera sensoriale del tatto.


Eufemismo: con questa figura retorica si utilizza una parola o un’espressione di significato gradevole al posto di una parola o di un’espressione ritenuta cruda, irriguardosa. Ad es. “È passato a miglior vita” ovvero è morto.


Allitterazione: riguarda la ripetizione di suoni o fonemi all’inizio di due parole prossime tra loro o al loro interno, tramite la replicazione di vocali o consonanti, come ad esempio l’affermazione “il troppo stroppia”.


Allegoria: questa figura viene molto utilizzata non solo in campo letterario, ma anche nel campo delle arti figurative e consiste nel costruire un discorso che va oltre il suo significato letterale, presentando anche un senso nascosto e profondo. L’esempio più celebre è senza dubbio la Divina Commedia di Dante, in cui il sommo poeta attraverso il viaggio immaginario nel mondo dell’aldilà rappresenta allegoricamente il percorso do un’anima verso la salvezza cristiana.


Metonimia: consiste nella sostituzione di una parola con un’altra, legata alla prima da un rapporto logico o materiale. Questa figura retorica si usa per indicare il contenitore al posto del contenuto “ho bevuto un bicchiere”; l’autore al posto dell’opera “ho letto Calvino” e via discorrendo.


Iperbole: attraverso il suo uso si vuole esprimere un concetto con termini talmente tanto esagerati che sarebbe impossibile prenderli alla lettera. Spesso e volentieri anche nella vita di tutti i giorni siamo soliti esclamare frasi del tipo “oggi non posso, ho un miliardo di cose da fare”.


Onomatopea: chi non ha mai sentito parlare di questa figura retorica? È una forma tipica di armonia imitativa, più in particolare viene utilizzata per riprodurre il verso di un animale (es. miao, bau); il suono scaturito da un’azione (es. brr, smack); il rumore prodotto da un oggetto (es. ciuf ciuf, dlin dlon).


Litote: consiste nell’esprimere un concetto in forma attenuata, generalmente negando il suo opposto. Ti è mai successo di pronunciare parole del tipo “non mi sento molto bene” o “Marco ha fatto non pochi sacrifici”, ecco, senza neanche rendertene conto hai utilizzato questa figura retorica.


Personificazione: si utilizza per attribuire a oggetti, animali o fenomeni naturali caratteristiche, azioni e/o sentimenti propri degli esseri umani. Esempio: verdi persiane squillano.


Climax: dal greco “scala”, è la disposizione dei termini di un elenco secondo una progressione emotiva o logica, in senso crescente. “Esta selva selvaggia è aspra e forte” verso della Divina Commedia che indica un climax.


Antonomasia: sostituzione di un nome proprio con un nome comune, o di un nome comune con un nome proprio. Un esempio comune di antonomasia può essere il pianeta Marte che è comunemente noto anche come “il pianeta rosso”.


Ironia: consiste nel dire il contrario di ciò che si pensa. È tra le figure retoriche più utilizzate anche oggi. Un esempio lampante può essere la frase: “Che bella idea che hai avuto” per indicare ironicamente che quell’idea in realtà è PESSIMA.




Figure retoriche: cosa sono e a cosa servono

La "figura retorica" è un forma di espressione letteraria il cui scopo è creare un effetto - di significato o anche solo sonoro - all'interno di una frase. Il linguaggio quindi risulta artificiale, quasi forzato, rispetto alla lingua comunemente parlata. Si parla addirittura di deviazione dalla comune espressione.


Ti proponiamo dunque un breve elenco di alcune tra le figure retoriche più usate e conosciute, ma ricordiamo che sono tante e spesso tra loro si differenziano poco e sono facilmente confondibili. Scoprirai che qualcuna di queste figure, senza nemmeno saperlo, già la usi o già l'hai sentita anche tu!


Quali sono le figure retoriche?


Le figure retoriche possono essere:


figure fonetiche o Figure retoriche di suono: riguardano il suono di un gruppo di parole (es: allitterazione). E CIOE' . Nel discorso, ripetizione spontanea o ricercata (in tal caso a fini per lo più di onomatopea) di lettere o sillabe (o semplicemente di suoni uguali o affini), in una serie di due o più vocaboli: per es. bello e buono ; TRE man le spaziose a TRE caverne

Figure di parola: riguardano l'ordine delle parole all'interno di un verso o una frase (es: chiasmo).Cosa sono le allitterazioni esempio?

L'allitterazione (dal latino adlitterare, che significa "allineare le lettere") è la figura retorica (di parola) che consiste nella ripetizione di una lettera, di una sillaba o più in generale di un suono all'inizio o all'interno di parole successive (Coca Cola, Marilyn Monroe, Deanna Durbin, Mickey Mouse).

Figure retoriche di significato o di contenuto: riguardano il significato di una frase (es: metafora).

Le figure retoriche più comuni

Allitterazione: quando due parole iniziano con o contengono le stesse sillabe, per rafforzare un suono duro o morbido.

Es: trentatrè trentini entrarono a Trento.

Anafora: ripetizione di una o più parole all’inizio di una o più frasi, versi, periodi.

Es: Per me si va nella città dolente / Per me si va nell’eterno dolore / Per me si va tra la perduta gente (Inferno di Dante Alighieri)

Antitesi: accostamento di due parole o frasi di significato opposto in una frase che così assume un tono solenne.

Es: vincere o morire.

Antonomasia: usare un nome proprio per definire alcune caratteristiche tipiche di quel personaggio. L'antonomasia può anche sostituire un nome comune al posto di un nome proprio.

Es: Quel tipo è davvero un Casanova (Casanova era un noto donnaiolo e quindi si usa il suo nome per indicare tutti coloro che fanno tante conquiste amorose)

Assonanza: a partire dalla vocale accentata sono uguali le vocali e diverse le consonanti.

Es: son solo / ma ugualmente volo.

Chiasmo: disposizione incrociata dei termini di un enunciato in uno stesso verso.

Es: Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori (incipit de L'Orlando Furioso di Ariosto). Qui vi è un incrocio . un chiasmo appunto tra coppie di termini: Le donne + <>gli amori;i cavallier + l'arme.

Climax: enumerazione in cui i termini sono disposti in ordine di intensità, ad esempio per favorire una crescente emozione o il suo contrario. Il climax può essere "spalmato" su un testo piuttosto lungo o anche in poche parole.

Es: Quivi sospiri, pianti ed alti guai (Inferno di Dante. Per raccontare con realismo la disperazione trovata all'Inferno, Dante usa un climax e sceglie termini via via sempre più gravi (si parte dai "sospiri" e si arriva agli "alti guai")

Consonanza: quando le parole finali dei versi hanno, dopo l’accento tonico, le consonanti uguali ma le vocali diverse.

Es: una voce sento/poi odo il canto.

Epiteto: attribuire ad una persona o ad un personaggio un aggettivo o un nomignolo ricorrente.

Es: spesso nell'Iliade viene riportato il Pelide Achille. Infatti Achille erra figlio di Peleo!

Eufemismo: sostituzione di un’espressione troppo dura con una più gradevole.

Es: concimano i campi e tu dici: che profumo di natura...

Iperbole: esagerazione voluta per rafforzare un concetto.

Es: vedi un amico che non incontravi da un po': sono secoli che non ci vediamo (è chiaramente un'esagerazione!)

Litote: affermazione di un concetto mediante la negazione del contrario.

Es: Michele a scuola non va benissimo>.

Metafora: paragone abbreviato.

Es: sei bella come il sole. Per altri esempi vedi link.

Onomatopea: parole ad imitazione di un suono naturale o di oggetto.

Es: una certa acqua minerale aiuta a fare "plin-plin".

Ossímoro: accostamento di parole di senso opposto, che sembrano incompatibili tra loro (è un tipo di antitesi). Es: aveva uno sguardo di ghiaccio bollente.

Pleonasmo: uso superfluo di qualche termine.

Es: a me mi... ma questo a te generalmente i prof lo considerano errore, ricordatelo!

Similitudine: paragone tra due immagini solitamente introdotto da nessi.

Es: sei furbo come una volpe!

Le figure retoriche nelle canzoni?

Le figure retoriche sono molto usate in letteratura e poesia, ma nulla ti vieta di usarle adeguatamente nei temi, una volta imparate bene.


Inoltre le troviamo anche nei testi delle canzoni (in fondo anche la musica è poesia), in quanto anch'essi, spesso, si servono di questi artifici per arricchire e amplificare il loro significato all'interno della metrica musicale.


Esempi

Metafora e similitudine

"E piovono baci dal cielo

Leggeri come fiori di melo" (Zucchero Fornaciari, “Indaco dagli occhi del cielo”)

Antitesi

"Mio fratello è figlio unico" (Rino Gaetano)

Anafora

"Ho ancora la forza che serve a camminare,

ho ancora quella forza che ti serve quando dici: “Si comincia !”

Ho ancora la forza di guardarmi attorno (Luciano Ligabue, "Ho ancora la forza")

Ossimoro

"A te che hai reso

la mia vita bella da morire" (Jovanotti, "A te")

Le figure retoriche nelle poesie

Come abbiamo detto le figure retoriche sono accorgimenti stilistici e linguistici usati spessissimo dai poeti per rendere più viva ed efficace una descrizione, un’immagine, una sensazione, una emozione.


Vediamo le figure retoriche in due tra le poesie più amate A Silvia e A Zacinto.


A Silvia è una lirica composta dal poeta Giacomo Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837). In questa lirica il poeta ricorda una ragazza conosciuta nella giovinezza e morta di malattia; tradizionalmente la fanciulla viene identificata con Teresa Fattorini, figlia del cocchiere della famiglia Leopardi e morta di tisi nel 1818, quando aveva vent’anni.


A Silvia (testo)

DI GIACOMO LEOPARDI

Silvia, rimembri ancora

Quel tempo della tua vita mortale,

Quando beltà splendea

Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

E tu, lieta e pensosa, il limitare

Di gioventù salivi?


Sonavan le quiete

Stanze, e le vie dintorno,

Al tuo perpetuo canto,

Allor che all'opre femminili intenta

Sedevi, assai contenta

Di quel vago avvenir che in mente avevi.

Era il maggio odoroso: e tu solevi

Così menare il giorno.


Io gli studi leggiadri

Talor lasciando e le sudate carte,

Ove il tempo mio primo

E di me si spendea la miglior parte,

D'in su i veroni del paterno ostello

Porgea gli orecchi al suon della tua voce,

Ed alla man veloce

Che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,

Le vie dorate e gli orti,

E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

Quel ch'io sentiva in seno.


Che pensieri soavi,

Che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia

La vita umana e il fato!

Quando sovviemmi di cotanta speme,

Un affetto mi preme

Acerbo e sconsolato,

E tornami a doler di mia sventura.

O natura, o natura,

Perchè non rendi poi

Quel che prometti allor? perchè di tanto

Inganni i figli tuoi?


Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,

Da chiuso morbo combattuta e vinta,

Perivi, o tenerella. E non vedevi

Il fior degli anni tuoi;

Non ti molceva il core

La dolce lode or delle negre chiome,

Or degli sguardi innamorati e schivi;

Nè teco le compagne ai dì festivi

Ragionavan d'amore.


Anche peria fra poco

La speranza mia dolce: agli anni miei

Anche negaro i fati

La giovanezza. Ahi come,

Come passata sei,

Cara compagna dell'età mia nova,

Mia lacrimata speme!

Questo è quel mondo? questi

I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi

Onde cotanto ragionammo insieme?

Questa la sorte dell'umane genti?

All'apparir del vero

Tu, misera, cadesti: e con la mano

La fredda morte ed una tomba ignuda

Mostravi di lontano.


L’ALLEGORIA E L’INTERPRETAZIONE FIGURALE

L’ALLEGORIA IN GENERALE

L’allegoria è una figura retorica mediante la quale si attribuisce a un discorso un significato simbolico e quindi diverso

da quello letterale; infatti il termine deriva dal greco állei ! altrimenti e agorèuo ! parlo; quindi, letteralmente, equivale a

dire altro da ciò che si vuol significare”. Per una corretta interpretazione delle allegorie e dei simboli occorre conoscere il

codice culturale di riferimento, relativo alle varie epoche storiche: se vediamo, ad esempio, raffigurata una colomba con

un ramoscello di ulivo nel becco, noi occidentali la identifichiamo ovviamente con il simbolo della pace, ma sicuramente

chi appartiene a una diversa cultura (ad esempio un boscimano o un ateniese del V secolo a.C.) non gli darebbe nessun

significato o gliene attribuirebbe un altro.


L’ALLEGORIA NEL MEDIO EVO

Il procedimento dell’allegoria rivestiva particolare importanza per gli uomini del Medio Evo, per i quali la realtà terrena

rimandava sempre a un’altra, ultraterrena e provvidenziale. Essi vedevano quindi, in ogni aspetto della realtà naturale, un

significato simbolico. In tale età il mondo è infatti concepito in una prospettiva esclusivamente religiosa e trascendente; i

segni che Dio vi ha impresso devono essere opportunamente decifrati. Lo storico Jacques Le Goff, per far comprendere

meglio questo concetto, ricorda l’etimologia della parola simbolo (simbolismo e allegoria nel Medio Evo sono assimilabili

tra loro): il sy´mbolon era per i Greci un segno di riconoscimento, che consisteva in un oggetto (di solito una moneta) diviso

a metà fra due persone tra loro sconosciute: l’accertamento reciproco della loro identità era affidato, al loro incontro, alla

perfetta coincidenza delle due parti dell’oggetto. Il simbolo è dunque un riferimento a un’unità perduta che dev’essere

ricomposta; perciò è logico che ogni aspetto della realtà naturale rinvii a un altro di quella soprannaturale, tale da corri?spondergli perfettamente. Alla luce di questa mentalità si spiegano i significati morali, le virtù o gli influssi negativi attribuiti

alle pietre, alle bestie, alle erbe, di cui si trova ampia documentazione nei lapidari, bestiari ed erbari medievali. Dio si è

dunque rivelato agli uomini attraverso la realtà, gli oggetti materiali e le Sacre Scritture; in entrambi i casi il significato

letterale delle cose della natura o delle parole sacre si completa con il significato allegorico. Dante, con la Commedia,

ha voluto fare qualcosa di simile: in quest’opera, che è tutta una lunga allegoria, i fatti storici e i personaggi hanno infatti

insieme valore reale e allegorico. A questo proposito si parla più propriamente di concezione figurale.


L’INTERPRETAZIONE FIGURALE

Un noto critico tedesco, Erich Auerbach, ha cercato di dare una convincente motivazione al prepotente realismo

dantesco che caratterizza anche l’aldilà. Egli ha osservato come nel Medio Evo i fatti storici narrati nella Sacra Scrittura

fossero interpretati come anticipazione di altri fatti storici che avevano un particolare significato nella storia della salvezza.

Ad esempio l’esodo degli Ebrei dall’Egitto, di cui si parla nell’Antico Testamento, è un fatto storico, ma ne prefigura anche

un altro, quello della liberazione dei cristiani dal peccato ad opera di Cristo, fatto quest’ultimo che riguarda il Nuovo

Testamento. Dunque il primo è “figura” del secondo e il secondo è “adempimento” o completamento del primo. Questa

concezione, propria dell’esegesi biblica, sta anche alla base della Commedia, dove ciascun fatto o personaggio non signi?fica solo se stesso ma anche l’altro di cui è figura, mentre l’altro è adempimento del primo e in qualche modo lo com?prende. L’interpretazione figurale è quella che intende stabilire un legame di questo tipo fra due avvenimenti o persone.


ESEMPI D’INTERPRETAZIONE FIGURALE .


Facciamo qualche esempio. Uno dei fatti storico-politici più importanti nella Commedia è rappresentato dalla monar?chia universale di Roma che, secondo la concezione dantesca, è la prefigurazione terrena del regno celeste di Dio. Infatti

Cristo nacque solo quando il mondo fu riunito in pace sotto il dominio romano di Augusto. Dunque l’impero universale di

Roma è la figura, il regno di Dio nei cieli ne è l’adempimento. Il Virgilio, poeta pagano, storicamente esistito, è figura di

quel Virgilio, guida di Dante, le cui qualità essenziali sono la razionalità e la sapienza volte al bene. Quest’ultimo Virgilio

è adempimento dell’altro Virgilio, ma entrambi mantengono una loro realtà, sia nel mondo terreno sia in quello celeste.

Tra l’altro la figura terrena del poeta latino era già orientata verso quella che sarebbe stata la sua funzione nell’aldilà; nel

Medio Evo infatti, come abbiamo già notato, Virgilio era considerato profeta della nascita di Cristo.


CONCEZIONE FIGURALE, SIMBOLISMO, ALLEGORIA.


Questa concezione è diversa dal simbolismo in senso moderno o anche dalla semplice allegoria, in quanto in questi

due casi il primo elemento sta al posto di un altro pur senza avere necessariamente una sua realtà storica. Ad esempio

il veltro dantesco è una semplice allegoria, in quanto il simbolo generico e astratto del cane è assunto a indicare un rifor?matore morale e politico; invece Beatrice è figura, in quanto ha avuto una sua realtà esistenziale terrena, nel corso della

quale si era già delineato quel significato di rivelazione e di Grazia divina, che lei stessa avrebbe assunto nella realtà ultra?terrena; già sulla Terra Beatrice era stata infatti per Dante lo strumento che lo aveva indirizzato al bene e quindi verso Dio


LA CONCEZIONE FIGURALE RIGUARDO AI VIVENTI E AI DEFUNTI.


Nel Medio Evo, e in parte anche nella Commedia, il simbolismo e l’allegorismo sono talvolta astratti, ma dominante,

soprattutto nell’alto Medio Evo e in Dante, è il realismo figurale in base al quale il mondo ultraterreno è la realizzazione

del disegno divino, di cui gli avvenimenti e i personaggi terreni sono figure in attesa di attuazione. La realtà terrena è in

potenza, quella celeste è in atto. Ciò vale anche per le anime dei defunti, che solo nell’aldilà si realizzano pienamente,

mentre nel mondo furono solo la figura di questa realizzazione, per cui la provvisorietà umana ha bisogno di essere

completata nell’ambito divino. Ad esempio Catone Uticense in vita fu il difensore e propugnatore (o figura) della libertà

politica, ma ai piedi del purgatorio è tutore della libertà dal peccato (adempimento) per le anime che hanno accesso al

secondo regno. In questo caso l’interpretazione figurale è l’unica spiegazione valida all’apparentemente contraddittoria

presenza di un pagano, per di più suicida, in purgatorio.


ALLEGORIA DEI TEOLOGI E ALLEGORIA DEI POETI.


Quella che adopera Dante in definitiva è l’allegoria dei teologi, quella cioè in cui i fatti hanno valore storico anche per

quel che riguarda il senso letterale, oltre ad avere un significato trascendente di cui il primo è figura; l’allegoria dei poeti

invece è quella in cui il senso letterale dei fatti di cui si parla è immaginario, frutto di fantasia, ed è giustificato solo dal

significato allegorico al quale rinviano. L’originalità dantesca consiste nel fatto di aver immaginato come già adempiuta

la realtà figurale in quanto la realtà ultraterrena, di cui Dante prende consapevolezza nel suo viaggio nell’aldilà, viene

collegata con i fatti storici e terreni secondo l’interpretazione figurale; questi ultimi quindi, alla luce della prospettiva

dell’eterno, assumono un altro significato.


INFERNO - CANTO I

M2

MICROSAGGIO 2

LA CONCEZIONE SIMBOLICA DEI NUMERI NELLA COMMEDIA: IL NUMERO TRE

LE OCCORRENZE DEL NUMERO TRE

Nel corso del primo canto abbiamo incontrato tre fiere: perché proprio tre e non due o una o cinque? La scelta del

numero tre e dei suoi multipli da parte di Dante non è casuale ma significativa e ricorrente in tutto il poema, composto

appunto da tre cantiche (Inferno, Purgatorio, Paradiso) corrispondenti ciascuna a uno dei tre regni dell’oltretomba. Questi

ultimi risultano suddivisi rispettivamente in nove cerchi (inferno), nove balze (purgatorio), nove cieli (paradiso). Se poi

osserviamo il numero dei canti, ci accorgiamo che quelli del Paradiso sono trentatré, altrettanti ne ha il Purgatorio, ma

non altrettanti l’Inferno che ne ha trentaquattro. Sembrerebbe infranta la regola del numero tre; in realtà il primo canto

dell’Inferno è proemio a tutta l’opera ed è come se appartenesse al poema nel suo insieme, per cui la regola è rispettata; le

conferme, per altro, sono numerosissime. Ciascun canto è infatti suddiviso in strofe di tre versi o terzine. Tre sono le donne

benedette (Beatrice, santa Lucia e la Madonna, Inferno, II, v. 124) che si sono mosse per soccorrere Dante sulla via della

perdizione. Tre sono le guide del pellegrino, Virgilio, Beatrice, san Bernardo. Tre sono le gole del demonio Cerbero, il guar?diano del terzo cerchio, dove scontano la pena i golosi (Inferno, VI, v. 14). Tre le furie dai volti insanguinati che appaiono

a Dante sotto le mura della città di Dite (Inferno, IX, v. 38). Tre le facce di Lucifero, il principe dei demoni che compare al

fondo dell’imbuto infernale (Inferno, XXXIV, v. 38), e si potrebbe continuare con molti altri esempi. Degno di nota anche

il fatto che ogni gesto, a cui si attribuisce un significato rituale, è spesso contrassegnato da questo numero. Ad esempio,

quando Dante si trova all’ingresso del purgatorio e di fronte a lui sta l’angelo guardiano, si batte il petto tre volte in segno di

pentimento (Purgatorio, IX, v. 111); ancora, quando nel cielo delle stelle fisse Beatrice prega i beati di accogliere Dante al

convivio della sapienza divina, uno di loro, san Pietro, gira tre volte intorno a Beatrice, prima di interrogare Dante sulla fede.


IL PERCHÉ DELLA SCELTA DEL NUMERO TRE.


Dunque a cosa è riconducibile l’occorrenza di tale numero? Dante si rifà in parte alla filosofia pitagorica, in base alla

quale il numero è essenza di tutte le cose e la realtà è riducibile a numeri. Per comprendere la realtà stessa occorre

ridurla a quantità misurabile (geometria) e numerabile (aritmetica). Tutti i numeri, secondo i pitagorici, sono suddivisi

in due classi, dei pari e dei dispari. Il pari è rappresentato dal due ed è considerato numero aperto e illimitato; il dispari

è rappresentato dal tre ed è considerato perfetto, limitato e in sé concluso. A questa concezione si aggiunge la teologia

trinitaria che occupa una posizione centrale in tutta l’opera dantesca: il numero tre, in altre parole, viene ricondotto al

mistero della Trinità, in base al quale Dio è uno e trino nello stesso tempo, in quanto Padre, Figlio e Spirito Santo sono

uniti in un’unica sostanza. Il numero tre viene a configurarsi così come numero sacro. Di ciò si ha anche testimonianza

nella Vita nuova, nella quale esso viene spesso messo in relazione con Beatrice. Dante la incontra per la prima volta

quando lei ha nove anni (nove, multiplo di tre), mentre lui è alla fine del nono anno di vita (cioè sta per compiere nove

anni), e di nuovo la incontrerà, per la seconda volta, dopo nove anni; inoltre il primo saluto avviene all’ora nona del giorno.



NE DO UN PASSAGGIO DI COME LA PENSO .

CON QUESTA MIA POESIA PRENDO OCCASIONE PER DIRE DUE COSUCCE UN PO'SCOMODE PER ALCUNI, ALCUNE : C'E GENTE PARTICOLARMENTE STRANA OVE FA DELLO OSTRUZIONISMO LETTERARIO O MEGLIO EGOISMO ENFATICO  CON LA POESIA CON LA PROSA ,FORSE NON CAPISCONO L'IMPORTANZA PER ESSA , DELL'ESSERE UMILI PER UNA SEMPLICE POETICA DA CAPIRE E CONQUISTARE CON PASSIONE E TANTO IMPEGNO.QUESTO COMPORTA DISTACCO A VOLTE INDIFFERENZA .IL VOLERE PER FORZA NON APPARTIENE A NESSUNO ,NON UNISCE MA DISGRECA .INOLTRE MI SONO ACCORTO OLTRE LA IPOCRESIA C'E' L'ESUBERANZA DEL PREVALERE DEL DIMOSTRARE ,E MOSTRARSI A TUTTI I COSTI CAPACI E UNICI ,ANCHE QUI E' SOLO ARIA FRITTA . DUNQUE FACCIO PAUSA DI RIFLESSIONE E SCRIVO QUESTA NARRAZIONE , MI ESCLUDO DAI DINIEGO LASCIANDO LA TANTA BORIA AI FALSI ORATORI .

A VOLTE LE DISTANZE VENGONO FATTE DALLE DIFFERENZE ,DALL'INVIDIA DALL'ODIO , DAL MAL DI VIVERE ,MA TUTTO CIO' NON VIENE MENO LA POESIA ESSA E' LA GRANDE SCENA OVE IL CUORE MAI L'ABBANDONA .
NEL TEMPO PER LA GRANDE LIRICA SI LOTTA PER AVERLA NELL'ANIMA , A SPINTONI SI ABBELLA DI PAROLE E CONCETTI DI IMMAGINI E FIORI DI AMORE E PASSIONE E MAI, DICO MAI NESSUNO LA PUO' DISTRUGGERE .
PER I VARI MOTIVI , PRIMO : LASCIARE UNA TRACCIA DI ME ,DI TANTI DI VOI NELLA STORIA DELL'ARTE POETICA , SECONDO PER CONTUNUARE CON VOI UN PERCORSO NOBILE E FARE GRANDE LA POESIA , TERZO PERCHE' IL MAI ARRENDERSI E' SINONIMO DI FERMEZZA E VOLONTA' OVE LA COSTANZA FA GRANDE L'INDIVIDUO ,IL PIACERE DI DIRE , IO C'ERO -


Non si muore per amore .

La vigliaccheria gira tra la gente
pur di farsi notare fanno a gare di sapere ,
si posano ,si vendono a buon mercato
con facce idiote tirano a se il già venduto .
Ma andate al Diavolo !
Non si muore per amore , è tutta scena :
è come abortire le pietose lacrime
che dal falso viso scendono inutili .
Non si muore per amore
altro ci vuole per crepare ,
per dannarsi e sporcarsi di vergogna
altro ci vuole per essere sincero,
per riporre nei perigli i funebri orgogli .
Non si muore per amore
a fare vibrare di passione il dorso dei cocciuti ,
degli insipidi abbagli ,bianchi e smorti sogni
a esondare sangue nei ruscelli puri e ghiglie .
E' solo abisso tra i miseri , tra le vittime l'odio
s'inclina l'anima redenta ,fuma fuoco ,
geme ostinate essenze nel dispotico cranio
verso il cielo lancia l'atroce urlo .

Giovanni Maffeo Poetanarratore .

Trovai la mia dimensione ,la pace tra gli acidi e i nemici delle stelle ,la scoperta della donna che per anni  fu il mio tabù i languidi baci e le carezze fascinose ,le pochezze misere e l’ebbrezza dei fremiti ,il sadico sesso e il romanticismo ,la prevalenza e l’imbarazzo ,la delusione e l’amarezza .Presi in mano la scatola della coscienza e l’aprii ,di cui ne ignoravo l’esistenza ,la osservai con attenzione ,che cos’è mi chiesi ?Me lo chiesi più volte ,al fine ne trassi il significato :tutto era misero ,ognuno ha il suo sfogo, pensa a se e si ubriaca di sola convinzione ,non ha l’altruismo consapevole ,né il sentimento .Cavalcai dunque l’onda e sperai ,di essere famoso ,per dettare l’altrui mio pensiero ,con l’eccentrico mio fare ,la sensibile attenzione e volevo il meglio mio e d’altri ancora .
Trovai la poesia , la mia .

L’incontro con la poesia ebbe inizio nel lontano‭ ‬1990‭ ‬tra le espirazioni dovute ai miei avi‭ ‬,nel intenso fluire di un quotidiano‭ ‬,fatto di lavoro e studio genealogico‭ ‬.‭ ‬Si possono analizzare le forme con cui‭  ‬mi dilettai nelle varie scritture poetiche‭ ‬,poi anche narrativa‭ ‬.‭ ‬Eternarne‭  ‬da ciò che ci circonda‭ ‬,da ispirazioni amorose e fatti sociali‭  ‬e altro‭ ‬.si pone dunque la tecnologia‭  ‬come prima fase di conoscenza a rimedio di molte evenienze e comunicativa‭ ‬,‭ ‬ma la poesia rimane chiusa e assistiamo all’affievolirsi dell’immaginazione poetica ove sempre più i sentimenti fuggono dalla‭  ‬sensibilità‭ ‬,all’emozione‭ ‬.,a causa della sostanza‭ ‬,della significanza pura‭ ‬,del punto di riferimento artistico‭ ‬,poetico‭ ‬,umano‭ ‬.‭ ‬Codice insostituibile dello stesso esistere‭  ‬che è la parola‭ ‬.Essa dunque racchiude significati‭ ‬,esprime energia‭  ‬evocativa‭ ‬,di immagini‭ ‬,‭ ‬sensazioni emozioni,elementi essenziali per la composizione poetica‭ ‬.Provoca risonanze‭ ‬,echi che infatuano‭  ‬,‭ ‬coscienti e incoscienti collegando l’invisibile al visibile‭ ‬,alla fantasia dell’ineffabile l’udibile silenzioso‭   ‬.

Parola che và oltre il testo scritto‭ ‬,quindi sentita‭ ‬,amata‭ ‬,come nell‭’ ‬eucarestia la rinascita della fede‭ ‬,dell’amore‭ ‬.Ho l’impressione che siamo in una epoca ove‭  ‬la pochezza è alchimia‭ ‬,è dolo alla sacra scrittura e non solo‭ ‬,al valore umano ove la poesia resta prigioniera‭ ‬.Dunque la parola è poesia‭ ‬,la significanza vera‭ ‬,il filo conduttore che pugna fedeltà a chi ci crede e la scrive‭ ‬,la forte fedeltà che emana passione ove il concetto lotta silenzioso e tenace per dare al lettore la migliore enfasi ed emozione‭ ‬.Da questo mio concetto introduttivo rivolto alla poesia‭ ‬,‭ ‬alla parola‭  ‬scrivo e narro il viaggio del poeta‭ ‬,Un romanzo di pochi capitoli‭ ‬,ma efficace a dare e a dire il senso per chi per esso‭  ‬si prodiga e racconta la sua storia‭ ‬.‭
Buona poesia‭    ‬buona lettura‭ ‬.

FURI C'E‭' ‬LA NEBBIA‭ ‬.

‭(‬Succede in questo tempo anni del signore‭ ‬2019.‭)
Fuori c'è la nebbia‭ ‬,non vedo i miei passi‭
mi sono perso‭ ‬,‭ ‬datemi aiuto‭ ‬...
ho smarrito il mio credo la parola tra gli umani,
l'amore è il fatto compiuto delirato dalla debolezza.
Fuori c'è l'indifferenza il vomito dei dannati‭
il degrado fazioso causato dalla politica‭ ‬,
il fantasma della vita che ci rincorre fino alla morte‭
non trova pari nel deserto del perdono‭ ‬.
Fuori c'è la noia d'incoscienza è la vigliaccheria‭
su platee di fantasia si crede di volare‭ ‬,
si muore su strade parallele ove la vita non ha valore‭
piangono i padri‭ ‬,le madri ai loro tempi a un valore han creduto.
C'è la paura la perdizione la tentazione d'essere i migliori
l'opportunismo è dietro l'angolo fa poveri i veri sognatori‭
essi son poeti dal mondo rifiutati‭ ‬,
sono i gloriosi che narrano la vita‭ ‬,la creazione.
Fuori c'è la finzione‭ ‬,il falso buonismo‭
la guerra tra gli stessi consanguinei‭ ‬,
il snobismo la presunzione il vizio volgare‭
l'amore è un sogno di tanti innamorati‭ ‬.
C'è il deserto‭ ‬,‭ ‬la corsa all'oro‭
il condannato dopo un'ora viene fuori di galera‭ ‬,
c'è il purgatorio ove l'attesa ha la lunga fila‭
il periglioso atto si consuma nell'osceno‭ ‬.
SI,‭ ‬fuori la strada ha tanti bivi e binari‭
ognuno prende la sua meta destinazione ignota‭ ‬...
c'è la nebbia degli sconosciuti‭
uniti,‭ ‬potrebbero essere felici‭ ‬.
Dio‭ ‬,‭ ‬fa che questa sera torno alla mia casa‭ ‬.

Giovanni Maffeo Poetanarratore‭ ‬.

La poesia‭ (‬dal greco ποίησις,‭ ‬poiesis,‭ ‬con il significato di‭ "‬creazione‭") ‬è una forma d'arte che crea,‭ ‬con la scelta e l'accostamento di parole secondo particolari leggi metriche‭ (‬che non possono essere ignorate dall'autore‭)‬,‭ ‬un componimento fatto di frasi dette versi,‭ ‬in cui il significato semantico si lega al suono musicale dei fonemi.‭ ‬La poesia ha quindi in sé alcune qualità della musica e riesce a trasmettere concetti e stati d'animo in maniera più evocativa e potente di quanto faccia la prosa,‭ ‬in cui le parole non sottostanno alla metrica.‭ 

La lingua nella poesia ha una doppia funzione:‭ ‬-‭ ‬Vettore di significati‭ ‬-‭ ‬con contenuti sia informativi sia emotivi‭; ‬-‭ ‬Vettore di suoni.‭ ‬Per svolgere efficacemente questa duplice funzione,‭ ‬la sintassi e l'ortografia possono subire variazioni rispetto alle norme dell'Italiano neostandard‭ (‬le cosiddette licenze poetiche‭) ‬se ciò è funzionale‭ (‬non solo estetico‭) ‬ai fini della comunicazione del messaggio.‭
A questi due aspetti della poesia se ne aggiunge un terzo quando una poesia,‭ ‬anziché essere lettadirettamente,‭ ‬è ascoltata:‭ ‬con il proprio linguaggio del corpo e il modo di leggere,‭ ‬il lettore interpreta il testo,‭ ‬aggiungendo la dimensione teatrale della dizione e della recitazione.‭ ‬Nel mondo antico‭ ‬-‭ ‬ed anche in molte culture odierne‭ ‬-‭ ‬poesia e musica sono spesso unite,‭ ‬come accade anche nei Kunstlieder tedeschi,‭ ‬poesie d'autore sotto forma di canzoni accompagnate da musiche appositamente composte.‭ 

Queste strette commistioni fra significato e suono rendono estremamente difficile tradurre una poesia in lingue diverse dall'originale,‭ ‬perché il suono e il ritmo originali vanno irrimediabilmente persi e devono essere sostituiti da un adattamento nella nuova lingua,‭ ‬che in genere è solo un'approssimazione dell'originale.‭
«Solo la poesia ispira poesia‭»
Un poema epico è un componimento letterario che narra le gesta,‭ ‬storiche o leggendarie,‭ ‬di un eroe o di un popolo,‭ ‬mediante le quali si conservava e tramandava la memoria e l'identità di una civiltà o di una classe politica.‭ 

Il termine‭ "‬epica‭" ‬deriva dal greco ἕπος‭ (‬epos‭) ‬che significa‭ "‬parola‭"‬,‭ ‬e in senso più ampio‭ "‬racconto‭"‬,‭ "‬narrazione‭"‬.‭
L'epica narra in versi il mythos‭ (‬mito‭)‬,‭ ‬cioè il racconto di un passato glorioso di guerre e di avventure.‭ ‬L'epica è la prima forma di narrativa,‭ ‬ma non solo:‭ ‬costituisce anche una sorta di enciclopedia del sapere religioso,‭ ‬politico ecc.‭ ‬Essa veniva trasmessa oralmente con un accompagnamento musicale da poeti-cantori.‭ 

I poemi epici di tutte le letterature si basano su un patrimonio di miti preesistente‭; ‬i più antichi poemi epici che si conoscono sono i mesopotamici Atrahasis e l'epopea del re di Uruk,‭ ‬Gilgamesh.‭ ‬I poemi epici più famosi in occidente sono:‭ ‬il ciclo di Re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda,‭ ‬la chanson de Roland,‭ ‬l'Iliade,‭ ‬l'Odissea,‭ ‬l'Eneide,‭ ‬la canzone dei Nibelunghi,‭ ‬l'Orlando furioso‭ ‬.
Nella liturgia cattolica,‭ ‬la sequenza,‭ ‬spesso chiamata anche col suo nome latino sequentia,‭ ‬è un componimento poetico musicale liturgico che veniva recitato o cantato nella celebrazione eucaristica solenne prima della proclamazione del Vangelo.‭ 

Dal punto di vista letterario,‭ ‬la sequenza rappresenta la prima forma di testo rimato,‭ ‬all'origine di tutte le forme poetiche moderne.‭
La sequenza appartiene al proprio della messa:‭ ‬il suo testo quindi varia a seconda dell'occasione liturgica celebrata.‭ ‬Viene recitata‭ (‬o cantata‭) ‬al termine della seconda lettura mentre l'assemblea rimane seduta fino al suo termine e all'Alleluia che acclama al Vangelo ci si alza,‭ ‬chiamata da me anche poesia spirituale‭ ‬.‭ 
RIDATEMI‭  ‬DIO‭ ‬.
Nella pietà dell'anima evoco la vita‭
con la mia lirica entro nei cuori dei persi‭ …
dei poveri illusi‭ ‬,i mancati‭ ‬,‭ ‬la fresca sposa‭ ‬,
do loro la pietà del mio vissuto‭ ‬,la luce ai morti‭ ‬.
Ridatemi DIO‭ !
Egli‭  ‬è il mio signore‭  …
nella giovinezza mi ha dato la saggezza dei vecchi olivi
il faro per brillare‭  ‬la mia luce‭ ‬,
nel mio giardino la stagione dei frutti nuovi‭ ‬.
Ridatemelo‭ !
Voi‭  ‬che del sogno‭  ‬ne fate incubo‭ …
voi che dell'amore calate pietoso il velo,
l'adulterio mai da frutto‭ ‬,
ha in bocca i falsi versi l'impuro appetito‭ ‬.
Si‭  ‬voi‭ ‬,cani a guinzaglio vapori di fumo‭
cocciuti commedianti dannati serpenti‭
inginocchiatevi davanti al sentimento‭ ‬,
fate lacrimare il cuore le cui fibre sono le vertigini‭ ‬.
Ridatemi Dio‭ …
il mio padre il mio‭  ‬beato‭
l'essenza che medita la sapienza‭ ‬,la ragione,‭ ‬l'intelligenza‭ ‬,
egli penetrerà nella mia anima mi aprirà i suoi sentieri‭
con la forza del vento aprirà le porte alla mia fantasia‭ ‬.
Vieni dunque oh re dei buoni‭
porta alla mia bocca parole sagge‭ ‬,
fammi cantare‭  ‬la tua lode‭
ove io banditore‭  ‬del nulla ascolto i tuoi echi‭ ‬.
Giovanni Maffeo‭ ‬.Poetanarratore‭ ‬.

FU MOLTO TEMPO FA‭ ‬.

Fu Tempo fa che cominciai a scrivere poesia a risvegliare in me il tempo dei desideri‭ ‬,‭ ‬dei negati sogni‭ ‬,dei sospiri assopiti per una amata‭ ‬.
Fu molto tempo fa‭ ‬,‭ ‬a raccontare di me‭ ‬,‭ ‬le mie avventure‭ ‬,‭ ‬le gioie‭ ‬,‭ ‬le malinconie‭
Smisurati i stati d’animo‭ ‬,‭ ‬le mie braccia lontano si protrassero‭ ‬,
In mio soccorso vennero le nuvole‭ ‬,ebbi il tempo mio e nessun danno mi fu fetido‭ ‬.
Vennero le grandi scene‭ ‬,traghettavo la mia culla verso la cultura‭ ‬,verso la mia poesia‭
Le muse si tennero distati ed ero solo a raccogliere la musica‭ ‬.

Solo l’anima mia mi dette sostegno a vincere il mio embrione che mia madre m’ha lascito‭ ‬.
Fu molto tempo fa‭ ‬,ed ora colgo forme di plausi fermi‭ ‬,di occhi distanti e sorrisi su bocche
innocenti‭ ‬,‭ ‬con caparbia‭ ‬,con impegno duro‭ ‬,la mia lirica crebbe‭ ‬,bilanciata e florida‭ ‬,piena‭ ‬.
Fu molto tempo fa‭ ‬,le mie amanti‭ ‬,le pie donne‭ ‬,le nebulose dell’eterno‭ ‬,le vergini sante‭ ‬,le‭
concubine dell’amore‭ ‬.Oh l’amore‭ !‬Tutti lo inneggiano pochi lo praticano‭ ‬,l’amore‭ …‬.

Mi dettero trastullo‭ ‬,‭ ‬fremiti e orgasmi‭ ‬,spintonandomi caddi nel burrone‭ ‬,‭ ‬nella selva perdevo
il mio senno‭ ‬,poi‭ ‬,‭ ‬si‭ ‬,‭ ‬poi ebbi tremori sulla mani‭ ‬,mi soffocarono le labbra Nei pori della pelle‭ ‬.
Fu molto tempo fa che posai fiori nel giardino‭ ‬,tra le aiuole e viticci di sottobosco‭ ‬,
Seminai la mia vita‭ ‬,convinto che un giorno ti avessi incontrata‭ ‬,mentre afferro superbamente
i miei giorni estremi‭ ‬.Fu molto tempo fa‭ ‬.



La poesia dunque prende forma nell'individuo saggio , il nobile di cuore ,esso è l'artefice che nel tempo sviluppa i saggi migliori ,la prosa con cui dialoga e propone il senso logico della vita .La magnifica poesia ove dalle espiazioni ,dalle ispirazioni nascono le melodie ,le musiche i canti ,come detto nei trascorsi i cantici biblici dei grandi oratori .


La poesia (dal greco ποίησις, poiesis, con il significato di "creazione") è una forma d'arte che crea, con la scelta e l'accostamento di parole secondo particolari leggi metriche (che non possono essere ignorate dall'autore), un componimento fatto di frasi dette versi, in cui il significato semantico si lega al suono musicale dei fonemi. La poesia ha quindi in sé alcune qualità della musica e riesce a trasmettere concetti e stati d'animo in maniera più evocativa e potente di quanto faccia la prosa, in cui le parole non sottostanno alla metrica.

La lingua nella poesia ha una doppia funzione: - Vettore di significati - con contenuti sia informativi sia emotivi; - Vettore di suoni. Per svolgere efficacemente questa duplice funzione, la sintassi e l'ortografia possono subire variazioni rispetto alle norme dell'Italiano neo standard (le cosiddette licenze poetiche) se ciò è funzionale (non solo estetico) ai fini della comunicazione del messaggio. Si ,le licenze poetiche formano in senso del contenuto ,ovvero permettono al poeta di debordare un concetto e completarlo in una maniera esplicita e vera , anche se dall'ispirazione si vuole fantasticare ,la licenza poetica permette un realismo ove tutto si fonde con fantastico .Aggiungo le figure poetiche ,esse amplificano il tutto con una discrezione del concento in cui si va a scrivere e da ad esso l'immaginario attraverso la discrezione poetica e ne fa completezza .

A questi due aspetti della poesia se ne aggiunge un terzo quando una poesia, anziché essere letta direttamente, è ascoltata: con il proprio linguaggio del corpo e il modo di leggere, il lettore interpreta il testo, aggiungendo la dimensione teatrale della dizione e della recitazione; e cioè il declamare ove come detto sopra si completa il testo orale .
Nel mondo antico - ed anche in molte culture odierne - poesia e musica sono spesso unite, come accade anche nei Kunstlieder tedeschi, poesie d'autore sotto forma di canzoni accompagnate da musiche appositamente composte.

Queste strette commistioni fra significato e suono rendono estremamente difficile tradurre una poesia in lingue diverse dall'originale, perché il suono e il ritmo originali vanno irrimediabilmente persi e devono essere sostituiti da un adattamento nella nuova lingua, che in genere è solo un'approssimazione dell'originale. E' vero anche che non solo bisogna sentire interiormente i suoni ,ma nello scrivere attraverso il sentire dare il giusto ritmo ai versi creandone la giusta forma alla strofa .

Qui in una mia ne evidenzio l'esempio .

Quando gli angeli non piangono .

Nella foresta del cielo c'è l'angelo buono
egli è il cherubino ….
il guardiano della luce e delle stelle
del sagrato olimpo ove casa l'onnipotente .
Ove Dio dettò le tavole della legge
i perpetui comandamenti sul bene e il male ,
ove ebbe l'inizio l'esodo del popolo cristiano
la terra promessa ancora in subbuglio .
E tra le foreste della terra e del mare
gli elfi , gli eroi della natura creature schiave
consiglieri spirituali i delicati angeli ,
con voce melodiosa amano la poesia gli eccelsi canti .
Ma quando gli angeli non piangono ti fan sorridere
li porti con te sul mare dei sogni …
li conduci su vette bianche ove radica l'edera verde ,
quando, gli manifesti il tuo dolore i tuoi pensieri.
Sono i custodi del tuo tenero bacio
su un manto erboso ti han lasciato la loro ala ,
da una scelta umile l'eco di un battito ...
danno l'abbraccio ai poveri ove tu sei la perla rara .
Tu dunque che sei luce confusa il desiderio malato
il pianto accecato da versi proibiti di note scordate ,
non sai vedere , non sai cogliere le rapide scosse ?
Le crepitante fiamme dell'amaro presagio .
Fatti Angelo oh donna !
Vieni con me in paradiso lì saliremo su i rami
tra i nidi dei pavoni e i biancospini ,
ove la sera si odono I frullii d'ali
ove la foglia d'autunno muta ogni battito del cuore .
Vieni e vola , apriti all'amore
al vento, al mio abbraccio eterno. 

Giovanni Maffeo Poetanarratore . 

Preghiera
Poesia spirituale - lode a Dio -

E fiorì Gerusalemme tra gli olivi ,
Il grande sepolcro liberò il cristo …
Da lui nacque , il segno della croce ,
Gli animi esortò e fu preghiera .
E si diffuse nel creato una voce ,
Era Dio ,che parlò agli uomini …
Gli dettò le sue sacre leggi ,
Fu, il suo , verbo della pace .
Dettò i dieci comandamenti !
Le regole dei diritti e doveri ,
Io sono il Dio tuo,
Non essere falso, e non rubare .
Dettò , l’amore !
La speranza ove cresce vita ,
Di umiltà , il degno merito ;
Di ubbidienza , l’io medesimo .
Vieni dunque Dio , vieni a salvarmi …
Vieni signore ,ti aprirò la mia casa ;
Sono io il peccatore , e non ho la stabile dimora ,
In te cerco , quella futura .
Il tuo sole irradia il mondo !
Da te creo , da te fu creato ,
Sono amorevoli le tue parole ;
Si cantano ,nei beati cori .
Vieni o Signore , e benedici i nostri cuori ,
Benedici la donna …
La genitrice che genera vita ,
Figlia , madre , sposa …
Serpeggia vanità , sui campi elisi .
Femmina , col il tuo seno , amore nutri ,
Passione sacra , doni …
E tu uomo prega ,
La bontà in te è immensa …
L’amore per te sospira .
Ed è in verità e zelo ,in lodi ti ispiri ,
È nostro Dio ,re , e signore dell’universo …
Abbi pietà ,del nostro incerto ,
Dacci cibo ,per elargire pane ,
Dacci , la tua benedizione …
Per essere più buoni.

Giovanni Maffeo Poetanarratore .

Come noterete il ritmo del testo è classificato dalla metrica ritmo lento o calmo ove lo stesso da al lettore una lettura musicale ,cadenzando il fine d'ogni verso, completa attraverso la forma stessa il suono ritmico che se ne parlava prima .
E dunque .La poesia lirica (Lyrica) è la definizione generale di un genere letterario della poesia che esprime in modo soggettivo il sentimento del poeta ed attraversa epoche e luoghi vastissimi.

Nell'antica Grecia, la poesia lirica era quella che si differenziava dalla poesia recitativa per il ricorso al canto o all'accompagnamento di strumenti a corde come la lira.
Infatti ancora oggi si danno dei sottofondi adatti al testo differenziandone i suoni musicali a secondo il tema della poesia : tema AMORE , TEMA SOCIALE , TEMA SPIRITUALE E altri
che gli stessi si fondono con la voce di chi la declama ,preferibilmente lo strumento più adatto è il pianoforte ,ove una musica classica melodica da ottimi risultati.

Ho sempre sostenuto che la poesia va accompagnata dalla musica essa è anche la madre della canzone e la ispiratrice dei cosiddetti RITMI di cui ne citavo prima : lento, calmo , veloce e altri .Questi appunto , d'obbligo per la canzone con i suoi arrangiamenti musicali, e la stessa poesia con gli adattamenti ritmici dettati metrica .
Ai grammatici alessandrini si deve il canone dei più illustri rappresentanti del genere lirico. Costoro operarono una scelta tra gli autori di composizioni intonate sulla cetra da una sola persona e quelli guidati da un gruppo corifeo.

Nella lirica monodica vengono così annoverati tra gli eccelsi Alceo, Saffo, Anacreonte, mentre nella lirica corale, Alcmane, Stesicoro, Ibico, Simonide, Bacchilide, Pindaro. Rifacendosi al significato letterale dell'aggettivo "lirico", gli alessandrini tralasciarono gli scrittori di elegie, come Tirteo, Mimnermo, Solone o di giambi, come Archiloco e Ipponatte.
Infatti i giambi e le elegie venivano recitate e l'elegia era anche accompagnata da un sottofondo di flauto (aulos). Nell'usare oggi l'espressione "lirici greci" si fa però riferimento, in senso più lato, a tutto un modo di produrre versi che copre in Grecia l'arco di due secoli, il VII secolo a.C. e il VI secolo a.C.

La poesia greca di questi due secoli è accomunata da due caratteristiche. La prima consiste nel fatto che l'autore, pur rispettando i limiti del genere, si muove al suo interno con estrema libertà e la seconda è che essa si distingue per la sua oralità. Essa viene "detta" ed è destinata alle orecchie, come dice Platone in una definizione della Repubblica.
Lo stile si distingue per la brevità dei periodi ben allineati e senza difficoltà sintattiche e per le molte metafore destinate a rimanere incise nella memoria.

Il motivi che ispirano la lirica greca sono molteplici. Vi sono componimenti dedicati agli dei (inni), in onore di Dioniso (ditirambo), di Apollo (peani). Alle divinità femminili vengono dedicati i parteni, i vincitori di gare vengono esaltati negli epinici e l'ospite patrono negli encomi. I treni e gli epicedi sono riservati alle consolazioni funebri e ai compianti, gli epitalami e gli imenei alle nozze, gli scolii ai banchetti, alle danze mimiche gli iporchemi e alle processioni i prosodi. Non vi sono delimitazioni, per cui ogni poeta può spaziare in più campi e utilizzare i moduli di un componimento anche in un altro.

L'elegia e il giambo, di matrice ionica, sono caratterizzati da serie continuate di versi, dagli esametri e pentametri dattilici ai trimetri giambici e ai tetrametri trocaici.
La melica monodica non va oltre l'aggruppamento di strofe composte da quattro versi, mentre quella corale procede per stanze, strofe, antistrofe ed epodo.
Nella lirica monodica il linguaggio è il dialetto dello scrittore, mentre la lirica corale preferisce usare il dorico, considerato linguaggio letterario internazionale.
Dopo il V secolo a.C. la lirica subisce una grande trasformazione ad opera degli alessandrini che compongono carmi raffinati destinati a persone colte.

LA LIRICA LATINA . I poeti romani prendono spunto dai lirici greci e dagli alessandrini però le strutture e i temi sono differenti, come si può constatare in Catullo, Orazio, Properzio e Ovidio. L'opera di Catullo è composta da carmi diversi l'uno dall'altro e basata su una molteplicità di ritmi metrici e di contenuti che spaziano dall'epopea amorosa a quella mitologica. L'opera di Orazio si sviluppa in due dimensioni: da un lato le Satire e le Epistole, componimenti in esametri di ispirazione moralizzante, dall'altro le Odi, canti lirici dedicati alla virtù romana e all'amore. Ma è proprio analizzando la poesia di Orazio che si constata la differenza tra il mondo greco e quello romano. Mentre per i greci la lirica, caratteristica di un periodo pieno di fermento, va oltre le definizioni fissate dalla scuola, in campo latino essa diventa una vera e propria categoria tanto da essere preceduta, come in Publio Papinio Stazio, da una prefazione in prosa. Properzio compose quattro libri di Elegie narranti amori contrastati e impossibili. Ovidio scrisse Elegie e libri dedicati alla pratica dell'amore, oltre ad Epopee cosmogoniche.

LA LIRICA CINESE . Esiste un patrimonio di liriche nella letteratura cinese antica. Abbraccia un periodo vastissimo che inizia con la grande raccolta intitolata Libro delle Odi, i cui componimenti (sono 305) datano dal 1753 a.C. al 600 a.C. La composizione di questo tipo di poesia prosegue, con uno stile che al lettore occidentale può apparire immodificabile per secoli, fino al XIII secolo. Il Libro delle Odi (Shi Jing 诗经) è uno dei "cinque classici", dei quali fa parte anche il notissimo "Classico delle Mutazioni" (Yi Jing 易经 ), sopravvissuti all'oblio e alle distruzioni ideologiche ad opera del primo imperatore Qin, Qin Shi Huangdi. L'inserimento di questo e altri libri nel canone della grande letteratura cinese antica avvenne durante la Dinastia Han (206 a.C. - 221 d.C.). Secondo gli intellettuali han, le poesie, o almeno la loro scelta nel patrimonio preesistente, sono di Confucio stesso. È in generale impegnativa la traduzione della metrica cinese in lingue flessive come l'Italiano e le altre lingue indoeuropee, oltre che per la scarsa conoscenza della lingua originaria in Europa, anche e soprattutto perché il Cinese è una lingua prevalentemente monosillabica.

Nell'età medievale.
La lirica occidentale moderna nasce in Provenza dove, dalla seconda metà dell'XII fino al primo quarto del XIII, fiorisce la poesia dei trovatori, che cantavano la gioia dell'amore in particolare il fin'amor (l'amore perfetto).
I provenzali accompagnano le loro poesie con il liuto ed elaborano particolari metri, come la ballata, il discordo, l'alba, la pastorella, che esaltano la forma musicale del componimento.
Il motivo principale è il corteggiamento della donna innalzata e sublimata in pura "femminilità" che influenzerà tutta la successiva lirica, dal Minnesang tedesco alla poesia della scuola siciliana, fino agli stilnovisti e a Petrarca.


In età moderna .
In età moderna, per il tramite del Medioevo è giunta a noi l'interpretazione del genere letterario impostata dagli autori latini, cioè di poesia che esprime emozioni e sentimenti soggettivi. La lirica europea del XVIII è influenzata dalla cultura e dal gusto dell'Illuminismo con la sua fede nella ragione ma con grandi concessioni al sentimento, mentre dalla seconda metà del secolo nuovi fermenti si manifestano ponendo al centro dell'arte le attività fantastiche, sentimentali e religiose facendo trionfare le passioni e il culto per il Medioevo.
Al Romanticismo seguono altre correnti letterarie tra le quali annoveriamo il Decadentismo che scopre le sensazioni pure e immediate, l'inconscio sotterraneo alla ragione, il gusto dei misteri dell'uomo e delle cose, il Simbolismo. Il Surrealismo con il suo libero scorrere del pensiero da un'immagine ad un'altra, tutto proteso verso quella verità che sfugge alla coscienza ma che è insita nelle cose apporta un'altra ventata di innovazione alla lirica europea.

Elementi costitutivi della poesia lirica e linguaggio poetico , esempi .
Gli elementi che costituiscono la poesia lirica si possono dividere essenzialmente in tre gruppi: gli aspetti strutturali, che comprendono il verso, la rima, la strofa, il ritmo e lo schema metrico; gli aspetti lessicali e sintattici, che comprendono la scelta delle parole e il loro ordine, e le figure retoriche, come la similitudine, la metafora, l'allitterazione, l'onomatopea, la sinestesia e la metonimia.

La poesia è caratterizzata da elementi propri: gli aspetti strutturali o metrici. I più importanti sono il verso, la rima, la strofa, il ritmo e lo schema metrico.
Il verso può essere definito la riga della poesia, in quanto non si va a capo occupando tutto lo spazio a disposizione, ma secondo il ritmo. Infatti, la parola deriva dal latino “versum”, che è il participio passato del verbo “vertere” che significa “svoltare”.

Ciascun verso prende il nome a seconda del numero di sillabe che contiene (“decasillabi” vuol dire “dieci sillabe”, “endecasillabi” vuol dire “undici sillabe”, il verso più utilizzato nella poesia italiana, e così via) e si dividono in due grandi gruppi: parasillabi, contenenti un numero pari di sillabe, e imparisillabi, contenenti invece un numero dispari di sillabe; mentre i primi hanno un ritmo più cadenzato, gli altri ne hanno uno più fluido e ampio.
la suddivisione del verso in sillabe, è necessario però tenere conto di alcune regole:
Se l'ultima sillaba è accentata, si conta una sillaba in più.
Se l'ultima parola è sdrucciola, si conta una sillaba in meno.

L'ultima sillaba di una parola che termina per vocale si unisce alla sillaba successiva se questa inizia per vocale.Spesso il poeta, per dare alla sua poesia un determinato ritmo, usa l'orifizio della rima. La rima è un'uguaglianza di suono di fine verso o all'interno del verso stesso, dall'ultima sillaba accentata in poi. Solitamente, alla fine di ogni verso si mettono delle lettere: uguaglianza di lettera significa presenza della rima. A seconda dell'alternanza, essa si divide in: baciata (AABB); alternata (ABAB) es.: “Al Re Travicello/piovuto ai ranocchi/mi levo il cappello/e piego i ginocchi”; incrociata (ABBA) es.: “Fiume che la specchiasti un casolare/co' suoi rossi garofani, qua mura/ d'erme castella e tremula verzura/eccoti giunto al fragoroso mare”; incatenata (ABA BCB CDC) es.: “Nel campo mezzo grigio e mezzo nero/resta un aratro senza buoi, che pare/dimenticato, tra il vapor leggero/E cadenzato dalla gora viene/lo sciabordare delle lavandare/con tonfi spessi e lunghe cantilene”.

La strofa è un raggruppamento di versi e prende il nome proprio dal numero dei versi che contiene: avremmo così le terzine (tre versi), quartine (quattro versi),… La lunghezza dei versi, la disposizione degli accenti e la presenza delle rime da il ritmo alla poesia, che è l'alternanza delle sillabe toniche e atone in un verso. La metrica, ovvero lo studio della versificazione, ci consente di conoscere tutti questi aspetti e permette di creare lo schema metrico. Per lungo tempo, nella poesia lirica italiana, il sonetto veniva considerato il componimento classico. Furono scritte moltissime poesie, come “Il fiume” di Giovanni Pascoli. esempio logico come già accennato all'inizio.

Fiume che là specchiasti un casolare
co' suoi rossi garofani, qua mura
d'erme castella, e tremula verzura;
eccoti giunto al fragoroso mare:
ed ecco i flutti verso te balzare
su dall'interminabile paura,
in larghe file; e nella riva oscura
questa si frange, e quella in alto appare;
tituba e croscia. E là, donde tu lieto,
di sasso in sasso, al piè d'una betulla,
sgorghi sonoro tra le brevi sponde;
a un po' d'auretta scricchiola il canneto,
fruscia il castano, e forse una fanciulla
sogna a quell'ombra, al mormorio dell'onda.

Questa poesia, come tutti i sonetti, ha uno schema metrico fisso: è costituita da due quartine e due terzine, dallo schema delle rime ABBA ABBA CDE CDE, e da versi composti da undici sillabe. Dal ‘900 in poi, la poesia moderna, così come tutte le forme d'arte, tende a infrangere tutte le regole e a non seguire il modello classico. Perciò ogni poeta sceglie il proprio ritmo a seconda delle sue esigenze espressive. Gli aspetti sintattici nella poesia, così come in tutti gli altri tipi di testo, riguardano la costruzione della frase. Gli spetti lessicali, invece, riguardano la scelta delle parole nella frase.

Per quanto riguarda gli aspetti sintattici, nell'Ottocento il poeta tendeva a costruire frasi complesse, in quanto la comunicazione era riservata solo alle persone culturalmente superiori: raramente si utilizzava la costruzione sintattica del linguaggio comune. Nel Novecento, invece, il poeta semplifica il suo linguaggio, ma non per necessità di semplicità, ma perché vengono infrante molte regole della punteggiatura, della sintassi e della collocazione delle parole nella frase. Confronterò ora due poesie di due grandi autori italiani: Leopardi(Recanati) e Ungaretti, vissuti rispettivamente nell'Ottocento e nel Novecento. La poesia di Leopardi si intitola “Canto notturno di un pastore errante dell'Asia” e con questo componimento vuole dire che un pastore che attraversa molte difficoltà alla fine arriva alla morte.

Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avampa
l'ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e più e più s'affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto:
abisso orrido, immenso,
ov'ei precipitando, il tutto obblia.

La poesia di Ungaretti si intitola “Bosco Cappuccio”, il nome di un bar dove, molto spesso, Ungaretti si recava a bere un caffè. Con la poesia sogna di tornare al bar, stando lontano dalla corrente guerra, e di sedersi sulla poltrona di velluto verde.

Bosco Cappuccio
Ha un declivio
Di velluto verde
Come una dolce
Poltrona
Appisolarmi là
Solo
In un caffè remoto
Con una luce fievole
Come questa
Di questa luna.

Confrontando le due poesie, ci accorgiamo che, in base agli attributi riferiti al soggetto o d altri elementi, la poesia di Leopardi ne ha ben undici, mentre quella di Ungaretti solo cinque; i complementi sono dieci nella prima poesia e otto nella seconda; in base al numero di frasi subordinate, mentre nella prima sono cinque, nella seconda troviamo solo due periodi semplici; infine solo nella seconda poesia non troviamo alcun segno di punteggiatura, neanche per indicare la fine della frase. Nell'Ottocento, i poeti utilizzavano quindi un linguaggio aulico, cioè molto lontano da quello comune. Lo stesso discorso può essere applicato al lessico, la scelta del quale era molto ricercata proprio per distinguersi dal linguaggio comune.

Il linguaggio può essere utilizzato secondo un uso denotativo e connotativi; nel primo caso si utilizza un linguaggio secondo il modello di tutti; nel secondo caso si sa un linguaggio non per dare delle informazioni, ma per suscitare emozioni e far capire a chi legge il significato delle parole, che va oltre a quello comune. Nel Novecento, i poeti abbandonano il linguaggio aulico dell'Ottocento, ma attribuiscono alle parole dei significati diversi; la differenza tra il significato comune e quello poetico di una parola, infatti, è molto marcata. I poeti praticavano quindi uno scarto semantico; la semantica è la parte della lingua che studia i significati delle parole.

Per analizzare una poesia del Novecento, sono molto importanti le aree semantiche, nelle quali si raggruppano delle parole scelte dal poeta; per capire il suo messaggio, è indispensabile capire a quale area semantica appartengano queste parole. Le figure retoriche sono quegli usi particolari della lingua con i quali si riesce ad attribuire ad una parola un significato che va oltre a quello comune. Le figure retoriche si possono dividere in due gruppi: di suono e di significato. Le figure retoriche di suono sono quelle che fanno un effetto attraverso un uso particolare del suono prodotto dalla lingua. Le principali sono: l'assonanza e la consonanza, che sono delle rime imperfette (mani – mali); l'onomatopea, che è una parola che riproduce un suono in parole aventi un significato onomatopeico (miagolare, abbaiare); l'alliterazione, che si ottiene riproducendo più volte lo stesso gruppo di suoni; spesso troviamo l'onomatopea e l'alliterazione insieme (“…un fru fru fra le fratte…”).

Eppure queste già sopra fatto esempio . Le figure retoriche di significato sono quelle che attribuiscono alle parole significati che vanno oltre al proprio. Le principali sono: la similitudine, che è un confronto tra due parole (Ha i capelli come il grano); la metafora, che è la sostituzione di un termine con un altro che muta il significato alla parola a cui si riferisce (Ha i capelli di grano); la sinestesia, che è l'associazione di due termini di diverso senso (parole calde); la metonimia, che consiste nell'utilizzare il nome della causa per quello dell'effetto (vivere del proprio lavoro).

ORA SI PARLA DI FORME POETICHE E I GENERI LETTERARI , COME APPUNTO SONO NATE .
Troviamo dunque il Componimento poetico, ispirato alla visione, idealizzata e idillica, della vita operosa in mezzo ai campi e ai boschi o in riva al mare, chiamato - bucolico -

Componimento musicale ispirato al genere letterario, diffuso nel '400 spec. in Spagna, al quale si accompagnava pure un'azione scenica; oggi, il termine si riferisce a composizioni strumentali in forma libera con accenti intimi e raccolti.

L'egloga, o ecloga, è un componimento della poesia bucolica in forma dialogica, con significato allegorico e celebrazione della vita agreste.
Il termine deriva dal greco ekléghein ("trascegliere") e nella letteratura antica veniva utilizzato per indicare un poemetto scelto; con questo significato vennero intitolate alcune opere, quali l'Egloga cronografica di Giovanni Sincello e l'Egloghe di Decimo Magno Ausonio.

Le prime ecloghe della letteratura greca furono quelle di Teocrito. Le prime ecloghe della letteratura latina, esemplate su quelle di Teocrito, sono le Bucoliche di Publio Virgilio Marone.

Alle egloghe pastorali, ed in specie all'Euridice scritta dal poeta fiorentino Ottavio Rinuccini, si ispirarono i musicisti alle origini dell'opera lirica per comporre i primi melodrammi.

In particolare, il mito di Euridice, ripreso da Rinuccini nel suo componimento, fu musicato quasi contemporaneamente sul finire del XVI secolo da Jacopo Peri e da Giulio Caccini in quella che è considerata la prima opera lirica: appunto, Euridice.

È da notare come questa forma letteraria sopravviva anche in età medioevale, diffondendosi in Francia, in Spagna e nei paesi germanici.[1] Lo stesso Petrarca la utilizza nel Bucolicum carmen per elogiare il re di Napoli Roberto D'Angiò che con il suo benestare, gli permise di acquisire l'alloro poetico nel 1341. Anche Boiardo, su modello virgiliano, scriverà 10 egloghe, Pastoralia, nel 1482-1484, con intento encomiastico.

L'elemento tipico e costante nei secoli dell'egloga fu quello della finzione dell'esistenza semplice e pura, scappatoia per le anime tormentate da passioni. In questo senso l'egloga passò nel dramma pastorale italiano e nel romanzo pastorale inglese, francese e spagnolo.
Noto fu lo scambio di egloghe latine tra Dante Alighieri e Giovanni del Virgilio.
La poesia bucolica è un genere di poesia pastorale, la cui origine viene fatta risalire al poeta greco Teocrito. Nell'antichità riscosse notevole successo, tanto che si occupò di questo genere il poeta latino Virgilio.

In epoca moderna la poesia bucolica è stata il tramite per la creazione di un luogo immaginario abitato da pastori felici dediti alla poesia, chiamato Arcadia. Esempi moderni di poesia pastorale sono l'Aminta di Torquato Tasso e l'Arcadia di Jacopo Sannazaro.

L'elegia è la denominazione del genere letterario che raggruppa i componimenti lirici della poesia greca e latina accomunati da una forma metrica specifica e da una diversità di argomenti in opposizione all'epica.

L'ode è un componimento lirico che può essere di contenuto amoroso, civile, patriottico o morale legato a una base musicale e presenta una struttura metrica notevolmente complessa e varia, che può essere a versi liberi, come quelli di Parini, oppure schematica.


Il termine pastorale in arte si riferisce alla rappresentazione di un soggetto campestre in cui villaggi di campagna, pastori, animali e il paesaggio stesso vengono raffigurati in maniera idealizzata, spesso alludendo ad atmosfere idilliache e mitiche.

Il sonetto è un componimento poetico, tipico soprattutto della letteratura italiana, il cui nome deriva dal provenzale sonet. Nella sua forma tipica, è composto da quattordici versi endecasillabi raggruppati in due quartine a rima alternata o incrociata e in due terzine a rima varia.

La terza rima, detta anche per antonomasia terzina dantesca, è la strofa principale della metrica italiana, usata e portata alla perfezione da Dante Alighieri nella Divina Commedia.

Un'epistola ( / ɪ p ɪ s əl / ; Greco : ἐπιστολή , epistolē, "lettera") è una scrittura diretta o inviata a una persona oa un gruppo di persone, di solito una lettera didattica elegante e formale. Il genere di epistola della scrittura di lettere era comune nell'antico Egitto come parte del curriculum di scrittura della scuola di scrittura. Le lettere del Nuovo Testamento, dagli Apostoli ai Cristiani, sono generalmente chiamate epistole. Quelle tradizionalmente attribuite a Paolo sono conosciute come epistole paoline e le altre epistole cattoliche (cioè "generali") .

Sestina . Sotto il nome generico di sestina si individuano due strutture metriche diversificate: la sestina lirica e la sestina narrativa detta anche sesta rima.

Il distico è una strofa formata da una coppia di versi poetici . La parola deriva dal greco δίστιχον, dístichon, letteralmente "due volte" e «schιera, fila». Nella metrica classica la forma più comune è quella del distico elegiaco, composta da un esametro dattilico seguito da un pentametro dattilico.

APOLOGO . L'apologo è un racconto breve e solitamente di carattere allegorico che normalmente si prefigge un fine etico e pedagogico. I suoi protagonisti possono essere animali e più spesso uomini.

ACROSTICO . Un acrostico è un componimento poetico o un'altra espressione linguistica in cui le lettere o le sillabe o le parole iniziali di ciascun verso formano un nome o una frase.

ALLEGORIA . L'allegoria è una figura retorica per cui, in letteratura, qualcosa di astratto viene espresso attraverso un'immagine concreta. L'allegoria è spesso usata anche in altri campi artistici, dalla pittura alla scultura alle altre arti figurative.

VILLANELLA . In musica, la villanella, o canzone villanesca, è una forma di canzone profana, nata in Italia nella prima metà del XVI secolo. Apparsa in principio a Napoli, influenzò la più tarda forma della canzonetta e – in seguito – del madrigale.

POEMA - GENERE LETTERARIO E POETICO . Un poema è una composizione letteraria in versi, per lo più di carattere narrativo o didascalico e di ampia estensione, spesso suddivisa in più parti. Con questo termine si intende generalmente il genere letterario che comprende tali composizioni.

ELOGIO . L'elogio, o encomio, è un'orazione pubblica tributata a una o più persone. Il più delle volte si tratta di un elogio funebre, di una menzione testamentaria, di una sentenza giuridica, ma non è raro che lo si usi in occasione di compleanni o eventi speciali, sempre in funzione encomiastica.

HAIKU . L' haiku è un componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo. Generalmente è composto da tre versi per complessive diciassette more, secondo lo schema 5/7/5. Tuttavia, ci sono voci critiche sulla distribuzione di sillabe, come Vicente Haya o Jaime Lorente.

CALLIGRAMMA . Il calligramma o carme figurato è un tipo di componimento poetico fatto per essere guardato e contemplato oltre che per essere letto. Nei calligrammi, il poeta disegna un oggetto collegato al tema principale della poesia.

LEMERICK . Il limerick è un breve componimento in poesia, tipico della lingua inglese, dalle ferree regole, di contenuto nonsense, umoristico o scapigliato, che ha generalmente il proposito di far ridere o quantomeno sorridere. Quella che segue è una traduzione in italiano dall'originale inglese di autore anonimo:

FAVOLA . Per favola si intende un genere letterario caratterizzato da brevi composizioni, in prosa o in versi, che hanno per protagonisti di solito animali – più raramente piante o oggetti inanimati – e che sono fornite di una "morale".

ESEGESI . In filologia, l'esegesi è l'interpretazione critica di testi finalizzata alla comprensione del loro significato. Campi di applicazione possono essere, ad esempio, la legislazione, la storia, la letteratura o la religione.

LA PROSA . La prosa è una forma di espressione linguistica non sottomessa alle regole della versificazione. Il concetto di prosa va considerato in opposizione a quello di poesia: esso infatti indica una struttura che non presenta "l'andare a capo" del verso (regolato da norme metriche, esigenze ritmiche, volontà di espressione), ma procede diritta, completando il rigo ed usando "l'andare a capo" solo per indicare una separazione non metrico-ritmica ma concettuale, tra sequenze non obbligate da vincoli formali.

Nella prosa post-moderna si assiste comunque a un uso accentuato del capoverso per finalità non solo concettuali ma soprattutto ritmiche. Ciò avviene in particolare nel romanzo e nel racconto d'azione ai quali occorre imprimere un'andatura più incalzante.
Con il termine prosa ci si riferisce abitualmente anche ad un genere teatrale.
L'origine etimologica e la storia della prosa testimoniano questi caratteri: Prosa (anticamente proversa e successivamente prorsa) era in latino la forma femminile dell'aggettivo prorsus (diritto, di seguito); unita al sostantivo oratio indicava il discorso orale o scritto non in versi. In Marco Fabio Quintiliano il termine è già usato come sostantivo.

IL CANTICO . tratto dalla bibbia di Gerusalemme .
Il cantico è un componimento poetico dell'Antico Testamento o del Nuovo Testamento.
Molti libri della Bibbia sono scritti in poesia e gli esempi più notevoli sono il Libro dei Salmi, il Cantico dei cantici e il Libro delle Lamentazioni. Il primo cantico è quello cantato da Mosè e dagli israeliti dopo la liberazione al mar Rosso, altri cantici sono quello d'addio a Mosè, quello di vittoria di Debora e Barac e quello funebre di Davide per la morte del re Saul. Particolarmente popolare è il cantico di Daniele o dei tre fanciulli nella fornace (Dn. 3, 52-57).

IL CANTICO DEI CANTICI .
« Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l'amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l'amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell'amore, non ne avrebbe che dispregio. » (Cantico 8,6-7)


Il Cantico dei Cantici o semplicemente Cantico (ebraico שיר השירים, shìr hasshirìm, Cantico sublime; greco ᾎσμα ᾈσμάτων, ásma asmáton; latino Canticum Canticorum) è un testo contenuto nella Bibbia ebraica (Tanakh) e cristiana.
Attribuito al re Salomone, celebre per la sua saggezza, per i suoi canti e anche per i suoi amori, il Cantico dei Cantici fu composto non prima del IV secolo a.C. ed è uno degli ultimi testi accolti nel canone della Bibbia, addirittura un secolo dopo la nascita di Cristo, col sinodo rabbinico di Iadne.
È composto da 8 capitoli contenenti poemi d'amore in forma dialogica tra un uomo ("Salomone") e una donna .

ALCUNI CANTI BIBLICI E ESEMPI .
Il cantico di Isaia è un cantico della Bibbia attribuito al profeta Isaia. Egli parla di liberazione e perdono dai peccati. Infatti, sebbene il Dio d'Israele sia in collera con il suo popolo, non lo abbandonerà mai. E per questo, Israele loda il Signore, gli chiede pietà e viene perdonato. Il cantico è contenuto nel Libro del Profeta Isaia 12.
Ecco il testo secondo la versione CEI/Gerusalemme.

Tu dirai in quel giorno:
«Ti ringrazio, Signore; Tu eri in collera con me,
ma la Tua collera si è calmata e Tu mi hai consolato.
Ecco, Dio è la mia salvezza;
io confiderò, non temerò mai,
perché mia forza e mio canto è il Signore;
Egli è stato la mia salvezza.
Attingerete acqua con gioia
alle sorgenti della salvezza».
In quel giorno direte:
«Lodate il Signore, invocate il Suo Nome;
manifestate tra i popoli le Sue meraviglie,
proclamate che il Suo Nome è sublime.
Cantate inni al Signore, perché ha fatto opere grandi,
ciò sia noto in tutta la terra.
Gridate giulivi ed esultate, abitanti di Sion,
perché grande in mezzo a voi è il Santo di Israele».


Premessa.
Ezechia, re di Giuda tra VIII e VII secolo a.C., si trova a contrarre una malattia mortale. Dai capitoli 36 a 39 del suo scritto profetico, Isaia racconta i giorni di dolore del re, che vuole dimostrare la sua fede in Dio, ma vuole anche risposte a questa fede. Il fatto storico della malattia di Ezechia è narrato in altri due libri biblici: Secondo libro dei re 18,13;20,21 e Secondo libro delle cronache 32.

Contenuto.
I fatti contenuti nel capitolo sono più o meno gli stessi raccontati dal Libro dei re: Ezechia riceve risposta dal Signore, che descrive la morte come visitatrice importuna, e indica a Ezechia che il suo giudizio è stato posticipato, facendo retrocedere l'ombra sulla meridiana. La cosa che distingue il racconto di Isaia dagli altri è la presenza, per l'appunto, delle parole di Ezechia, lo "scritto di Ezechia", che accompagna la sua guarigione. Esso inizia in maniera pessimistica, poi prosegue riassumendo la richiesta di essere salvato dalla morte, e man mano diventa un rendimento di grazie perché la sua richiesta è stata esaudita.

Testo italiano .
Ecco il testo secondo la versione CEI/Gerusalemme.
Io dicevo: «A metà della mia vita me ne vado alle porte degli inferi; sono privato del resto dei miei anni». Dicevo: «Non vedrò più il Signore sulla terra dei viventi, non vedrò più nessuno fra gli abitanti di questo mondo. La mia tenda è stata divelta e gettata lontano da me, come una tenda di pastori. Come un tessitore hai arrotolato la mia vita, mi recidi dall'ordito. In un giorno e una notte mi conduci alla fine». Io ho gridato fino al mattino. Come un leone, così egli stritola tutte le mie ossa. Come una rondine io pigolo, gemo come una colomba. Sono stanchi i miei occhi di guardare in alto. Signore, io sono oppresso; proteggimi. Che dirò? Sto in pena poiché è lui che mi ha fatto questo. Il sonno si è allontanato da me per l'amarezza dell'anima mia.

Signore, in te spera il mio cuore; si ravvivi il mio spirito. Guariscimi e rendimi la vita. Ecco, la mia infermità si è cambiata in salute! Tu hai preservato la mia vita dalla fossa della distruzione, perché ti sei gettato dietro le spalle tutti i miei peccati. Poiché non gli inferi ti lodano, né la morte ti canta inni; quanti scendono nella fossa non sperano nella tua fedeltà. Il vivente, il vivente ti rende grazie come io oggi faccio. Il padre farà conoscere ai figli la tua fedeltà. Il Signore si è degnato di aiutarmi; per questo canteremo sulle cetre tutti i giorni della nostra vita, canteremo nel tempio del Signore.


Premessa .
Come in ogni generazione trattata nella Bibbia, abbiamo una persona bigama, di nome Ekram, con una moglie fertile, Peninna, e una sterile, Anna. Nonostante Ekram ami profondamente la moglie Anna, Peninna non perde occasione per umiliarla a causa della sua sterilità. Nel primo capitolo di 1Samuele, Anna si reca al tempio e fa un voto. Ella chiede un figlio maschio, da consacrare al Signore. Allora il sacerdote Eli, che prima aveva maltrattato Anna dandole dell'ubriacona, la rassicura, dicendole che "il Dio d'Israele ascolta la sua richiesta". Così Anna rimane incinta, e alla fine dell'anno partorisce un figlio, che chiama Samuele.

Contenuto .
Il Cantico manifesta la gioia di Anna per il figlio ricevuto per dono di Dio. Dalle parole di Anna, si può capire che questo è l'inizio di una vita proba e destinata al Signore (come del resto aveva giurato la madre) per Samuele.

Testo in italiano .
Ecco il testo del cantico secondo la versione CEI/Gerusalemme.
Allora Anna pregò: «Il mio cuore esulta nel Signore, la mia fronte s'innalza grazie al mio Dio. Si apre la mia bocca contro i miei nemici, perché io godo del beneficio che mi hai concesso. Non c'è santo come il Signore, non c'è rocca come il nostro Dio. Non moltiplicate i discorsi superbi, dalla vostra bocca non esca arroganza; perché il Signore è il Dio che sa tutto e le sue opere sono rette. L'arco dei forti s'è spezzato, ma i deboli sono rivestiti di vigore. I sazi sono andati a giornata per un pane, mentre gli affamati han cessato di faticare. La sterile ha partorito sette volte e la ricca di figli è sfiorita.

Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire. Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta. Solleva dalla polvere il misero, innalza il povero dalle immondizie, per farli sedere insieme con i capi del popolo e assegnar loro un seggio di gloria. Perché al Signore appartengono i cardini della terra e su di essi fa poggiare il mondo. Sui passi dei giusti Egli veglia, ma gli empi svaniscono nelle tenebre. Certo non prevarrà l'uomo malgrado la sua forza. Il Signore... saranno abbattuti i suoi avversari! L'Altissimo tuonerà dal cielo. Il Signore giudicherà gli estremi confini della terra; darà forza al suo re ed eleverà la potenza del suo Messia».

Il Cantico di Mosè è il primo cantico contenuto nella Bibbia. Esso viene cantato da Mosè e il Popolo d'Israele per esprimere la propria gioia dopo la fuga dall'Egitto, in particolare dopo il miracoloso attraversamento del mar Rosso. Il Cantico di Mosè è contenuto nel libro dell'Esodo 15,1-18.


Testo italiano .
Ecco il testo del Cantico in Italiano (versione bibbia CEI / Gerusalemme).
Allora Mosè e gli Israeliti cantarono questo canto al Signore e dissero: «Voglio cantare in onore del Signore: perché ha mirabilmente trionfato, ha gettato in mare cavallo e cavaliere. Mia forza e mio canto è il Signore, egli mi ha salvato. È il mio Dio e lo voglio lodare, è il Dio di mio padre e lo voglio esaltare! Il Signore è prode in guerra, si chiama Signore. I carri del faraone e il suo esercito ha gettato nel mare e i suoi combattenti scelti furono sommersi nel Mare Rosso. Gli abissi li ricoprirono, sprofondarono come pietra.

La tua destra, Signore, terribile per la potenza, la tua destra, Signore, annienta il nemico; con sublime grandezza abbatti i tuoi avversari, scateni il tuo furore che li divora come paglia. Al soffio della tua ira si accumularono le acque, si alzarono le onde come un argine, si rappresero gli abissi in fondo al mare. Il nemico aveva detto: Inseguirò, raggiungerò, spartirò il bottino, se ne sazierà la mia brama; sfodererò la spada, li conquisterà la mia mano! Soffiasti con il tuo alito: il mare li coprì, sprofondarono come piombo in acque profonde. Chi è come te fra gli dèi, Signore? Chi è come te, maestoso in santità, tremendo nelle imprese, operatore di prodigi? Stendesti la destra: la terra li inghiottì. Guidasti con il tuo favore questo popolo che hai riscattato, lo conducesti con forza alla tua santa dimora.

Hanno udito i popoli e tremano; dolore incolse gli abitanti della Filistea. Già si spaventano i capi di Edom, i potenti di Moab li prende il timore; tremano tutti gli abitanti di Canaan. Piombano sopra di loro la paura e il terrore; per la potenza del tuo braccio restano immobili come pietra, finché sia passato il tuo popolo, Signore, finché sia passato questo tuo popolo che ti sei acquistato. Lo fai entrare e lo pianti sul monte della tua eredità, luogo che per tua sede, Signore, hai preparato, santuario che le tue mani, Signore, hanno fondato. Il Signore regna in eterno e per sempre!».''

Il cantico di Abacuc (o per intero Preghiera del Profeta Abacuc in tono di lamentazione) è un cantico contenuto nell'Antico Testamento attribuito al profeta Abacuc.

Fondamentalmente si può dividere in tre grandi blocchi, a livello di argomenti:
Versetti 2-7. Nella prima parte della Preghiera, Abacuc descrive la Teofania, ossia la manifestazione di Dio, in tono apocalittico. La visione di Dio viene infatti accompagnata da pestilenze, terremoti, frane di montagne ed altri terribili eventi che vogliono far intendere il potere immenso di Dio.

Versetti 8-17. La seconda parte continua l'argomento della prima: lo stesso evento (la manifestazione di Dio) negli stessi toni apocalittici e disastrosi. Rispetto alla prima, tuttavia, il tutto assume una forma più "poetica". Sembra quasi di leggere una poesia anziché un cantico, per il ritmo regolare e gradevole e l'utilizzo di versi "musicali".
Versetti 18-19. Il finale perde il tono apocalittico dell'inizio e lo stile ricorda molto i Salmi di Davide, anzi a volte riprendono le stesse frasi Il versetto conclusivo è una comunicazione tecnica, che indica come andrebbe eseguito il cantico.

Testo italiano.
Ecco il testo del Cantico secondo la versione CEI/Gerusalemme. I tre blocchi sono suddivisi.
Signore, ho ascoltato il tuo annunzio, Signore, ho avuto timore della tua opera. Nel corso degli anni manifestala, falla conoscere nel corso degli anni. Nello sdegno ricordati di avere clemenza. Dio viene da Teman, il Santo dal monte Paràn. Pausa La sua maestà ricopre i cieli, delle sue lodi è piena la terra. Il suo splendore è come la luce, bagliori di folgore escono dalle sue mani: là si cela la sua potenza. Davanti a lui avanza la peste, la febbre ardente segue i suoi passi. Si arresta e scuote la terra, guarda e fa tremare le genti; le montagne eterne s'infrangono, e i colli antichi si abbassano: i suoi sentieri nei secoli. Ho visto i padiglioni di Cusàn in preda a spavento, sono agitate le tende di Madian.

Forse contro i fiumi, Signore, contro i fiumi si accende la tua ira o contro il mare è il tuo furore, quando tu monti sopra i tuoi cavalli, sopra i carri della tua vittoria? Tu estrai il tuo arco e ne sazi di saette la corda. Pausa Fai erompere la terra in torrenti; i monti ti vedono e tremano, un uragano di acque si riversa, l'abisso fa sentire la sua voce. In alto il sole tralascia di mostrarsi, e la luna resta nella sua dimora, fuggono al bagliore delle tue saette, allo splendore folgorante della tua lancia. Sdegnato attraversi la terra, adirato calpesti le genti. Sei uscito per salvare il tuo popolo, per salvare il tuo consacrato. Hai demolito la cima della casa dell'empio, l'hai scalzata fino alle fondamenta.

Pausa Con i tuoi dardi hai trafitto il capo dei suoi guerrieri che irrompevano per disperdermi con la gioia di chi divora il povero di nascosto. Hai affogato nel mare i suoi cavalli nella melma di grandi acque. Ho udito e fremette il mio cuore, a tal voce tremò il mio labbro, la carie entra nelle mie ossa e sotto di me tremano i miei passi. Sospiro al giorno dell'angoscia che verrà contro il popolo che ci opprime. Il fico infatti non germoglierà, nessun prodotto daranno le viti, cesserà il raccolto dell'olivo, i campi non daranno più cibo, i greggi spariranno dagli ovili e le stalle rimarranno senza buoi. Ma io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mio salvatore. Il Signore Dio è la mia forza, egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle alture mi fa camminare. Per il maestro del coro. Su strumenti a corda.

La Preghiera di Azaria e il Cantico dei tre giovani nella fornace sono due cantici in greco composti verso la metà del II secolo a.C. da un autore ebreo anonimo, forse su un protesto ebraico perduto.

Rappresentano una aggiunta del testo del Libro di Daniele della Settanta rispetto alla versione ebraica del testo masoretico, conservata poi nella Vulgata e nella tradizione cattolica. Nelle attuali bibbie cattoliche sono inseriti dopo il versetto 3,23, introdotti e raccordati da alcuni versetti di collegamento:

Dan3,26-45: Preghiera di Azaria (nome greco, Abdenego nel testo ebraico)
Dan3,52-90: Cantico dei tre giovani (Sadrach, Mesach e Abdenego) nella fornace a Babilonia VI secolo a.C.

Sono considerati canonici dalla Chiesa cattolica e Ortodossa, mentre per le chiese protestanti rappresentano un'aggiunta apocrifa.

Premessa.

Giandomenico Tiepolo, Nabucodonosor condanna i tre fanciulli alla fornace, Udine, Oratorio della PuritàCome racconta il capitolo 3 del Libro di Daniele, Nabucodonosor II aveva fatto costruire una gigantesca statua presso Dura, e alla cerimonia di inaugurazione alla quale presenziarono tutti i dignitari del regno, l'ordine fu di prostrarsi in adorazione della statua non appena avessero suonato gli strumenti (corno, zampogna, cetra, salterio ...).


Chiunque non si fosse prostrato, sarebbe stato gettato nelle fiamme di una fornace ardente, per punizione. (Dan 3,1-7)
Alcuni Caldei si fecero avanti presso Nabucodonosor per accusare tre giudei che erano funzionari della provincia di Babilonia: Azaria, Anania e Misaele, chiamati con il loro nome caldeo di Sadrach, Mesach e Abdenego, scelto per loro da Asfenaz, funzionario di corte del re Nabucodonosor. Il re, accertatosi che i tre, da bravi ebrei, non si sarebbero mai prostrati ad adorare gli idoli, e sarebbero rimasti ad adorare il Dio d'Israele, ordinò di bruciarli. E, siccome essi ostentavano di potersi liberare per mezzo del Signore, ordinò di alimentare la fornace sette volte più del solito. Tuttavia, gli stessi azionatori della fornace rimasero bruciati.
(Dan 3,8-22)
Contenuto .

Daniele racconta che i tre "passeggiavano in mezzo alle fiamme, lodavano e benedicevano il Dio d'Israele" (Dan 3,22). Il primo a parlare fu Azaria, che innalzò una lunga preghiera di lode e ringraziamento a Dio. Terminata la preghiera del giovane, Nabucodonosor ordinò di alimentare ulteriormente la fiamma (oltre 49 cubiti) che di risposta brucia i Caldei che si trovavano vicino alla fornace. Quindi "l'angelo del Signore, che era sceso con Azaria e con i suoi compagni nella fornace, allontanò da loro la fiamma del fuoco e rese l'interno della fornace come un luogo dove soffiasse un vento pieno di rugiada. Così il fuoco non li toccò affatto, non fece loro alcun male, non diede loro alcuna molestia". (Dan 3,49-50). Per questo grande prodigio, i tre giovani lodano e benedicono il Signore Dio d'Israele con una lunga e ripetitiva formula, che costituisce il cantico.

Conseguenze .
Visti i miracoli compiuti dal Signore e i quattro giovani (Nabucodonosor vede anche l'angelo) che non bruciavano in mezzo alla fornace ardente, si convince della potenza del Dio d'Israele, lo riconosce e ordina addirittura di uccidere chiunque non professi la fede ebraica, manifestando una plenaria conversione. Come ricompensa, i tre giovani sono promossi nelle loro cariche pubbliche in Babilonia.

Testo italiano.
È qui di seguito riportato solo il testo della preghiera e del cantico.

Preghiera di Azaria .
«Benedetto sei tu, Signore Dio dei nostri padri; degno di lode e glorioso è il tuo nome per sempre. Tu sei giusto in tutto ciò che hai fatto; tutte le tue opere sono vere, rette le tue vie e giusti tutti i tuoi giudizi. Giusto è stato il tuo giudizio per quanto hai fatto ricadere su di noi e sulla città santa dei nostri padri, Gerusalemme. Con verità e giustizia tu ci hai inflitto tutto questo a causa dei nostri peccati, poiché noi abbiamo peccato, abbiamo agito da iniqui, allontanandoci da te, abbiamo mancato in ogni modo. Non abbiamo obbedito ai tuoi comandamenti, non li abbiamo osservati, non abbiamo fatto quanto ci avevi ordinato per il nostro bene. Ora quanto hai fatto ricadere su di noi, tutto ciò che ci hai fatto, l'hai fatto con retto giudizio: ci hai dato in potere dei nostri nemici, ingiusti, i peggiori fra gli empi, e di un re iniquo, il più malvagio su tutta la terra. Ora non osiamo aprire la bocca: disonore e disprezzo sono toccati ai tuoi servi, ai tuoi adoratori.

Non ci abbandonare fino in fondo, per amore del tuo nome, non rompere la tua alleanza; non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo tuo amico, di Isacco tuo servo, d'Israele tuo santo, ai quali hai parlato, promettendo di moltiplicare la loro stirpe come le stelle del cielo, come la sabbia sulla spiaggia del mare. Ora invece, Signore, noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione, ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati. Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia. Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli.

Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito, perché non c'è confusione per coloro che confidano in te. Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto. Fa' con noi secondo la tua clemenza, trattaci secondo la tua benevolenza, secondo la grandezza della tua misericordia. Salvaci con i tuoi prodigi, da' gloria, Signore, al tuo nome. Siano invece confusi quanti fanno il male ai tuoi servi, siano coperti di vergogna con tutta la loro potenza; e sia infranta la loro forza! Sappiano che tu sei il Signore, il Dio unico e glorioso su tutta la terra».
Cantico dei tre giovani .
«Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri, degno di lode e di gloria nei secoli. Benedetto il tuo nome glorioso e santo, degno di lode e di gloria nei secoli. Benedetto sei tu nel tuo tempio santo glorioso, degno di lode e di gloria nei secoli. Benedetto sei tu nel trono del tuo regno, degno di lode e di gloria nei secoli. Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi e siedi sui cherubini, degno di lode e di gloria nei secoli. Benedetto sei tu nel firmamento del cielo, degno di lode e di gloria nei secoli. Benedite, opere tutte del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, angeli del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, cieli, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli.

Benedite, acque tutte, che siete sopra i cieli, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, potenze tutte del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, sole e luna, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, stelle del cielo, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, piogge e rugiade, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, o venti tutti, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, fuoco e calore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli.

Benedite, freddo e caldo, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, rugiada e brina, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, gelo e freddo, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, ghiacci e nevi, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, notti e giorni, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, luce e tenebre, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, folgori e nubi, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedica la terra il Signore, lo lodi e lo esalti nei secoli. Benedite, monti e colline, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, creature tutte che germinate sulla terra, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli.

Benedite, sorgenti, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, mari e fiumi, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, mostri marini e quanto si muove nell'acqua, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, uccelli tutti dell'aria, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, animali tutti, selvaggi e domestici, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, figli dell'uomo, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedica Israele il Signore, lo lodi e lo esalti nei secoli.

Benedite, sacerdoti del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, o servi del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, spiriti e anime dei giusti, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, pii e umili di cuore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, Anania, Azaria e Misaele, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli, perché ci ha liberati dagl'inferi, e salvati dalla mano della morte, ci ha scampati di mezzo alla fiamma ardente, ci ha liberati dal fuoco. Lodate il Signore, perché egli è buono, perché la sua grazia dura sempre. Benedite, fedeli tutti, il Dio degli dèi, lodatelo e celebratelo, perché la sua grazia dura sempre». 

Il verso non è altro che una riga di una poesia, la sua unità ritmica minima di lunghezza variabile. È formato da sillabe, che nella tradizione della letteratura italiana possono variare da due a sedici. Ma non mancano poeti che sporadicamente hanno usato versi costituiti da un numero di sillabe più alto.
Esempi:
Verso di trentacinque sillabe:
E ammirami per il mio calore e per la mia fede: mentre io ti parlerò di Percy l’arcangelo e di Walt Whitman, un uomo,...
(A.de Bosis, Giovine che mi guardi parlare, v 13)
Verso di trenta sillabe:
Alto è il muro che fiancheggia la mia strada, e la sua nudità rettilinea si prolunga nell’infinito.
(A. Negri, Il muro, v 1)
Verso di 19 sillabe:
e berrà del suo vino, torchiato le sere d’autunno in cantina.

ALLA BASE DI TUTTO PER COMPORRE UNA POESIA IL RITMO E' IMPORTANTE  ALTRIMENTI NON ESISTEREBBE LA FORMA E NE LA MUSICA CHE LO STESSO DA AL LETTORE LE NOTE GIUSTE PER LEGGERE . 
DUNQUE PER CHIUDERE QUESTA PARENTESI SENZA AGGIUNGERE ALTRO CHE POTETE TROVARE  IN VARIE LETTURE METRICHE DEL WEB  ,METRICA 1  E ALTRI . 

Il ritmo è la cadenza musicale da cui deriva l’armonia poetica che caratterizza il verso. Esso è dato dal numero delle sillabe del verso e dagli accenti ritmici disposti secondo particolari schemi in ogni tipo di verso.
Gli accenti ritmici sono gli accenti fondamentali che cadono sulle sillabe toniche, cioè accentate, dove la voce si appoggia.

Ritmo lento e monotono come una nenia:
Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola pian piano.
Un bimbo piange, il piccol dito in bocca;
canta una vecchia, il mento sulla mano.
La vecchia canta: Intorno al tuo lettino
c’è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo s’addormenta.
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.
(G. Pascoli, Orfano)
Ritmo lento:
Ella sene va notando lenta lenta:
rota e discende, ma non me n’accorgo
se non ch’al viso e di sotto mi venta.
(Dante, Inferno, Canto XVII, vv 115-117)

Ritmo veloce e martellante:
DA ME SCONSIGLIATO .
Scatta un comando:
un fischio di rimando
querulo, acuto, lungo, fora l’aria,
e il treno si divincola
su le rotaie sussultando e ansando.
Diétro
quàlche
vétro
quàlche
vìso
biànco
quàlche
rìso
stànco
quàlche
gèsto
lèsto;
i vagoni
si succedono
e i furgoni
sul binario
trabalzanti
strepitanti
varcan varcano;
e il treno con palpito eguale, guadagna
fiammando nel buio, l’aperta campagna.
(G. A. Cesareo, Parte il treno)

Ritmo calmo alternato a ritmo veloce ed ossessivo:
Si sente un galoppo lontano
(è la...?),
che viene che corre nel piano
con tremula rapidità.
Un piano deserto, infinito;
tutto ampio, tutt’arido, eguale:
qualche ombra d’uccello smarrito,
che scivola simile a strale:
non altro. Essi fuggono via
da qualche remoto sfacelo;
ma quale, ma dove egli sia,
non sa né la terra né il cielo.
Si sente un galoppo lontano
più forte,
che viene, che corre nel piano:
la Morte! la Morte! la Morte!
(G. Pascoli, Scalpitio)
Ritmo incalzante:
E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de’ manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.
(A. Manzoni, Il Cinque Maggio, vv 79-84)

Ritmo cantilenante:
Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l’alba,
da’ lampi notturni e da’ crolli
d’aeree frane!
Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch’è morto!
Ch’io veda soltanto la siepe
dell’orto,
la mura ch’ha piene le crepe
di valeriane.
Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch’io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che dànno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.
Nascondi le cose lontane
che vogliono ch’ami e che vada!
Ch’io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane...
Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch’io veda il cipresso
là, solo,
qui, solo quest’orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.
(G. Pascoli, Nebbia)
Ritmo danzante:
Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia:
chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.
Quest’è Bacco e Arianna,
belli, e l’un dell’altro ardenti:
perché ’l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe e altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.
Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;
or da Bacco riscaldati,
ballon, salton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.
(Lorenzo il Magnifico, Canzona di Bacco, vv 1-20)

Ritmo calmo, meditativo:
Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
tornare ancor per uso a contemplarvi
sul paterno giardino scintillanti,
e ragionar con voi dalle finestre
di questo albergo ove abitai fanciullo,
e delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
creommi nel pensier l’aspetto vostro
e delle luci a voi compagne! allora
che, tacito, seduto in verde zolla,
delle sere io solea passar gran parte
mirando il cielo, ed ascoltando il canto
della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi,
e in su l’aiuole, susurrando al vento
i viali odorati, ed i cipressi
là nella selva; e sotto al patrio tetto
sonavan voci alterne, e le tranquille
opre de’ servi. E che pensieri immensi,
che dolci sogni mi spirò la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri,
che di qua scopro, e che varcare un giorno
io mi pensava, arcani mondi, arcana
felicità fingendo al viver mio!
(G. Leopardi, Le ricordanze, vv 1-24)

Forse perché della fatal quiete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni

e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.
(U. Foscolo, Alla sera)
Ritmo solenne:
O che tra faggi e abeti erma su i campi
smeraldini la fredda orma si stampi
al sole del mattin puro e leggero,
o che foscheggi immobile nel giorno
morente su le sparse ville intorno
a la chiesa che prega o al cimitero

che tace, o noci de la Carnia, addio!
Erra tra i vostri rami il pensier mio
sognando l’ombre d’un tempo che fu.
(G. Carducci, Il comune rustico, vv1-9)

Ritmo epico:
Su i campi di Marengo batte la luna; fosco
tra la Bormida e il Tanaro s’agita e mugge un bosco:
un bosco d’alabarde, d’uomini e di cavalli,
che fuggon d’Alessandria da i mal tentati valli.
D’alti fuochi Alessandria giù giù da l’Apennino
illumina la fuga del Cesar ghibellino:
i fuochi de la lega rispondon da Tortona,
e un canto di vittoria ne la pia notte suona:
- Stretto è il leon di Svevia entro i latini acciari:
ditelo, o fuochi, a i monti, a i colli, a i piani, a i mari,
diman Cristo risorge: de la romana prole
quanta novella gloria vedrai dimani, o sole! -
(G. Carducci, Su i campi di Marengo, vv 1-12)

Ritmo musicale:
QUI NOTERETE  LA RIMA BACIATA .
DA ME SCONSIGLIATO
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
(G. D’Annunzio, La pioggia nel pineto, vv 33-64) 

Ritmo spezzato:
SCONSIGLIATO
Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede
La morte
si sconta
vivendo
(G. Ungaretti, Sono una creatura)
AL PROSSIMO STUDIO .

PER COCLUDERE VI RIPORTO LA SINTESI STORICA DELLE PRIME LINGUE ITALICHE OVE LA STESSA POESIA TROVA LA SUA PRIMA DIMENSIONE .TRATTO DALLA - STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA -

Le origini della lingua Italica .

Premessa.

Le Origini sono il periodo in cui si colloca la nascita della letteratura in volgare in Italia, durante l'età comunale nel Duecento. Si è trattato ovviamente di un percorso lento e graduale, iniziato con la fine dell'Impero Romano d'Occidente e la rottura dell'unità del mondo latino, attraverso l'emergere delle lingue volgari sino al loro utilizzo per esprimere contenuti letterari non più legati solo ad esigenze pratiche. 

La nascente letteratura volgare ha subìto varie influenze dalle altre tradizioni esistenti, dalla letteratura latina medievale legata al mondo ecclesiastico, alla letteratura franco-provenzale, senza dimenticare il sistema dei valori mercantili del mondo comunale dove essa si è di fatto sviluppata. 

Ciò spiega sia il ritardo con cui la letteratura italiana si è formata (a causa della frammentazione linguistica e politica dell'Italia del XIII sec.), sia la varietà di filoni e generi letterari cui essa ha dato vita nel primo periodo (con un filone di poesia religiosa, un altro di poesia comica, fino alla lirica amorosa nella quale sono nate le prime scuole vere e proprie tra cui lo Stilnovo). Rientra pienamente in tale periodo l'opera del primo grande poeta italiano in volgare, Dante Alighieri, ancora profondamente legato a schemi culturali e letterari del Medioevo, mentre Petrarca e Boccaccio appaiono più moderni e proiettati verso la rivoluzione umanistica che, iniziata nel tardo Trecento, proseguirà nel XIV sec.

Dal latino al volgare .

Le lingue neolatine in Europa
Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente nel 476 d.C. l'antica unità linguistica dell'Europa venne meno e il latino, che fino ad allora aveva accomunato gran parte delle regioni occidentali, si frantumò in una pluralità di lingue dette "volgari", perché parlate dal "volgo" (il popolo non istruito). 

In realtà già nella tarda antichità il latino parlato dalla popolazione aveva subìto un processo di regionalizzazione, differenziandosi nella pronuncia e nella morfologia da zona a zona, per cui quando il fattore di unificazione politica rappresentato dall'Impero decadde fu naturale che le varie forme di latino "regionale" accentuassero la loro diversità, dando origine a delle parlate nettamente diverse. 

Questi volgari sono oggi definiti "neolatini" o "romanzi" e i più importanti nel Medioevo furono l'italiano (in realtà un insieme di molti linguaggi, diversi da città a città), la lingua d'oïl (parlata nella Francia del Nord), la lingua d'oc o provenzale (Francia del Sud), il castigliano, il gallego-portoghese (Penisola Iberica), il rumeno. 

Il latino non esisteva più come lingua parlata in modo naturale, ma sopravviveva come lingua scritta e nella cosiddetta letteratura latina medievale (o mediolatina), ovvero l'insieme di testi prodotti dalla Chiesa occidentale e di argomento prettamente religioso e filosofico. Tale letteratura si distingueva da quella classica di Roma antica e proseguì sino almeno al XV sec., affiancandosi alla letteratura volgare e venendo infine soppiantata dalla cultura umanistica, che tentava di restaurare il latino classico dei tempi di Cicerone e Virgilio (il latino medievale era infatti alquanto diverso nella morfologia e nel lessico). 
La letteratura mediolatina aveva carattere europeo, in quanto accomunava gli ecclesiastici di tutto il continente che erano in grado di capirsi scrivendo e parlando all'occorrenza in latino, mentre essi parlavano normalmente il volgare nell'uso quotidiano; essa esprimeva i valori della Chiesa e non era legata a nessun popolo in particolare, essendo in realtà la letteratura del "popolo di Dio".

Chierici e laici. L'attività culturale dei monasteri.

Monaci al lavoro in uno "scriptorium"
Fino al IX sec. il latino era l'unica lingua usata nella scrittura ed era la lingua dei dotti, ovvero i chierici (membri della Chiesa) che erano i soli a saper leggere e scrivere, mentre il volgare era la lingua dei laici (gli illetterati non facenti parte delle gerarchie ecclesiastiche, tra cui anche i membri dell'aristocrazia militare germanica) ed era usato unicamente nelle esigenze di vita pratica. 

La netta separazione tra chierici e laici spiega perché in Europa per molti secoli l'unica letteratura esistente sia stata quella mediolatina, espressione dei valori della Chiesa, dal momento che i laici erano esclusi dalla parola scritta e non potevano inizialmente essere oggetto di una comunicazione letteraria (essi venivano istruiti tramite le arti figurative, soprattutto scultura e pittura). 

I monaci erano perciò i soli depositari del sapere scritto nell'Alto Medioevo e per questo i monasteri erano dei centri culturali molto importanti in Europa occidentale, dotati spesso di ricche biblioteche dove erano conservati i manoscritti e i codici della tradizione latina classica. Monaci specializzati nella trascrizione manoscritta dei testi, detti copisti o amanuensi, lavoravano senza sosta negli scriptoria, i laboratori di scrittura annessi alle biblioteche dei conventi, e grazie alla loro opera è stato possibile conservare e trasmettere gran parte delle opere della letteratura latina classica, destinate altrimenti ad andare in gran parte perdute (: Il nome della rosa). 

Tra i monasteri più importanti in questo senso vi è quello di Bobbio, fondato da S. Colombano nel VII sec. e che arrivò a conservare circa settecento codici, mentre notevole fu anche l'attività libraria dei conventi benedettini sparsi in tutta Italia (la Regola di S. Benedetto venne fondata nel VI sec. e diede un forte impulso al monachesimo occidentale). Petrarca viaggiò molto in Europa alla ricerca di manoscritti della letteratura latina classica e ritrovò molte opere in varie biblioteche di importanti monasteri, tra cui l'orazione di Cicerone Pro Archia (a Liegi) e parte dell'epistolario ciceroniano (nella biblioteca capitolare di Verona).

Le prime testimonianze scritte del volgare
Il volgare fu usato per molti secoli solo come lingua orale, finché cominciò ad essere utilizzato anche nella redazione di alcuni documenti scritti per finalità pratiche e non ancora letterarie: il primo esempio scritto di una lingua che pare una transizione dal latino al volgare è il cosiddetto indovinello veronese, un'annotazione a margine di un codice ritrovato a Verona e risalente all'VIII-IX sec., una sorta di indovinello che allude all'opera di scrittura della mano che regge una penna d'oca e lascia l'inchiostro sulla pagina bianca. È evidente che la struttura sintattica è già quella del volgare, anche se il lessico è ancora molto simile al latino:

"Se pareba boves, alba pratalia araba
et albo versorio teneba, et negro semen seminaba"


"Teneva davanti a sé i buoi, arava i prati bianchi,
reggeva un aratro bianco e seminava un seme nero"

Il Giuramento di Strasburgo (ant. ms.)
La prima vera testimonianza scritta in Europa di un volgare romanzo risale invece all'842 ed è il Giuramento di Strasburgo, ovvero la solenne cerimonia con cui Carlo il Calvo (re dei Franchi) e Ludovico il Germanico (re di Germania) si giurarono reciprocamente fedeltà nella lotta comune contro il fratello Lotario: i due re giurarono ciascuno nella lingua dell'altro e i rispettivi eserciti ripeterono la formula nei loro propri volgari, ovvero la lingua d'oïl e l'antico tedesco. 

L'evento venne registrato da uno storico dell'epoca che trascrisse le parole in antico francese nella sua opera in latino, costituendo così il più antico documento scritto di quel volgare. Risale invece al 960 il primo esempio scritto di un volgare italiano, il cosiddetto placito capuano pronunciato da un giudice della città campana (il placito era una sentenza emessa per dirimere una controversia): un laico aveva rivendicato il possesso di un terreno appartenente al monastero benedettino di Montecassino e il giudice ascoltò una testimonianza che appoggiava la difesa dell'abbazia ("Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki kontene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti", ovvero "so che quelle terre, in quei confini di cui qui si parla, furono possedute per trent'anni dal monastero di S. Benedetto"). 

La sentenza riportò le parole in volgare del teste e tale documento fu il primo a testimoniare l'uso scritto di un volgare che ormai col latino aveva poche similitudini; la formula venne poi riportata in altre sentenze emesse per casi simili, dette tutte insieme placiti cassinensi (perché tutte attinenti al monastero di Montecassino).

Dell'XI sec. è poi l'iscrizione di S. Clemente, ritrovata nella basilica di S. Clemente a Roma che fa da "didascalia" a un affresco che raffigura la passione del santo: ai personaggi laici (Sisinnio, i servi) sono attribuite frasi in volgare, mentre il martire parla in latino e ciò sottolinea la distanza tra le due lingue, poiché il vogare era sentito proprio di uomini rozzi e incolti. L'iscrizione non è un vero e proprio testo letterario, ma è presente un intento artistico che era invece assente nei "placiti" destinati a un uso giuridico e pratico.

La poesia epica in lingua d'oïl

La morte di Orlando (ms. XV sec.)
Intorno all'XI-XII sec. il volgare inizia ad essere usato in testi con caratteristiche propriamente letterarie e i primi esempi di opere poetiche sono le chansons de geste, ovvero i poemetti epici in lingua d'oïl prodotti in Francia del Nord: la letteratura antico-francese fu tra le più antiche dell'Europa romanza ed era favorita dalla presenza della monarchia capetingia che fungeva da fattore unificante, il che spiega anche il forte ritardo della letteratura volgare in Italia (dove era presente una frammentazione politica e linguistica). 

La poesia epica in lingua alto-francese nasceva nell'ambiente dell'aristocrazia militare post-carolingia, i cui membri non erano più illetterati come in precedenza (Carlo Magno aveva cercato di favorire in tutti i modi la formazione di una classe dirigente "laica", per sottrarre alla Chiesa il monopolio della cultura) e nutrivano interesse per una letteratura che celebrasse i propri valori, ovvero la prodezza in battaglia, il coraggio, il valore e la devozione religiosa. Tale sistema di valori, detto cavalleria in quanto proprio dei cavalieri, veniva espresso in poemetti di argomento epico che raccontavano le imprese leggendarie dei paladini di Carlo Magno in Spagna, nella guerra contro i Mori della fine dell'VIII sec.: scritte in versi raggruppati in strofe di diversa lunghezza (le lasse), le chansons de geste avevano come protagonisti i personaggi del cosiddetto ciclo carolingio (il conte Roland, italianizzato in Orlando, Gano di Maganza, Rinaldo...) e si ispiravano alla tradizione epica della letteratura classica, soprattutto all'Eneide e, in parte, ai poemi omerici il cui testo era noto indirettamente (il greco non era conosciuto in Europa nell'Alto Medioevo). 

I testi delle chansons ci sono giunti anonimi e risalgono all'XI-XII sec., ovvero il periodo di massima espansione della società feudale che questi poemi intendono celebrare, mentre è forte l'elemento religioso rappresentato dalla lotta dei guerrieri cristiani contro gli "infedeli" musulmani, in un contesto storico che vedeva le prime Crociate verso la Terrasanta. L'opera più celebre è la Chanson de Roland, in cui il protagonista Orlando - descritto come perfetto guerriero e uomo di fede - cade in un'imboscata sui Pirenei, a Roncisvalle, tesagli dai Mori a causa del tradimento di Gano: il testo risale al XII sec. e distorce in parte un fatto storico, poiché il conte Roland morì in effetti in quella località nel 778, ma durante uno scontro con i Baschi e non con gli Arabi. 

Nel poemetto Orlando combatte strenuamente alla testa della retroguardia dei Franchi e suona il corno (olifante) per chiamare rinforzi, che però giungono troppo tardi ( La morte di Orlando). L'influenza di questo episodio e, in generale, della tradizione del ciclo carolingio sarà grande anche in Italia, dove già nel Trecento nascerà il filone dei "cantari" in ottave e nel XV-XVI sec. inizierà la stesura dei primi poemi epico-cavallereschi, come il Morgante di Pulci, l'Orlando innamorato di Boiardo e l'Orlando furioso di Ariosto (protagonista di tutti e tre sarà proprio Orlando).

I romanzi cortesi in lingua d'oïl

Lancillotto e Ginevra (ms. XIV sec.)
Tra XII e XIII sec. la società feudale francese diventa più raffinata ed elabora un nuovo sistema di valori detto cortesia, in parte diverso da quello dell'epoca precedente poiché il cavaliere non dev'essere solo un prode guerriero, ma anche un perfetto uomo di corte in grado di scrivere versi e ben figurare alla presenza delle nobili dame, per cui l'amore diviene un valore tanto importante quanto la guerra. 

Tale evoluzione storica si riflette nella letteratura e nascono, sempre in Francia del Nord, dei nuovi poemetti in lingua d'oïl chiamati romanzi cortesi (non perché scritti in prosa ma in quanto stesi in lingua volgare romanza), i cui protagonisti non sono più i paladini di Carlo Magno ma i personaggi del cosiddetto ciclo bretone, ovvero re Artù e i cavalieri della tavola rotonda. Rispetto alle chansons de geste, i guerrieri bretoni oltre a dare prova di valore militare sono anche impegnati in una quête, la ricerca di un oggetto simbolico (spesso il sacro Graal, la coppa dove venne raccolto il sangue di Cristo) che diventa percorso di perfezionamento morale, ma sono anche protagonisti di vicende amorose in cui fanno la loro comparsa figure femminili, prima escluse dalla tradizione epica francese. Il cavaliere intraprende la quête per dare prova di coraggio alla dama e ottenerne così l'amore, nell'ambito di una relazione quasi sempre adultera e secondo i dettami del cosiddetto amor cortese: tra il cavaliere e la dama si crea una sorta di "vassallaggio amoroso", un rapporto di sottomissione dell'uomo alla donna che di solito è socialmente superiore e sposata, la quale può concedersi o meno al suo amante alla fine del suo percorso; sono inoltre presenti elementi magici e favolosi, come ad esempio la lotta dell'eroe contro mostri e creature mitologiche (draghi e simili) per dimostrare il proprio valore (: La concezione dell'amor cortese). 

Tra gli autori principali di romanzi cortesi ricordiamo Chrétien de Troyes (XII sec.), che ha dedicato le sue opere soprattutto a Lancillotto (amante della regina Ginevra, moglie di re Artù: Lancillotto e Ginevra) e a Perceval (il Parsifal della tradizione alto-tedesca). Collegata al romanzo cortese ma indipendente dai personaggi del ciclo arturiano è la leggenda di Tristano e Isotta, oggetto della trattazione di numerosi scrittori. L'argomento di questi poemi ha conosciuto una vasta diffusione anche in Italia del Nord e molti vennero trascritti in opere in prosa e volgarizzati (Dante ne parla nel De vulgari eloquentia), finendo per influenzare anche i poemi del ciclo carolingio con l'inclusione dell'elemento amoroso, della quête e degli incantesimi.

La lirica provenzale in lingua d'oc

L'omaggio del cavaliere alla dama (ms. XIV sec.)
La stessa idealizzazione della nobiltà e dell'amor cortese sono anche al centro della produzione poetica in lingua d'oc in Francia del Sud, dove tra XII e XIII sec. fiorisce un ricco filone di poesia lirica di argomento amoroso che esprime i valori della società aristocratica delle corti dei grandi feudatari (specie in Provenza, per cui questa poesia viene anche impropriamente definita "provenzale"). Gli autori, signori feudali essi stessi o cavalieri-poeti che vivevano nell'ambiente di corte, erano detti trovatori (dall'occitanico trobar, "poetare") e al centro delle loro liriche vi era la celebrazione del vassallaggio amoroso verso una dama di maggior grado sociale - non di rado la moglie del proprio signore - verso la quale la produzione dei versi rappresentava il "servizio", cui poteva corrispondere un "beneficio" talvolta coincidente con l'amore fisico (erano i gradi della fin'amor, le "tappe" del servizio amoroso). La poesia trobadorica era destinata al canto e aveva un accompagnamento musicale, venendo spesso eseguita dai menestrelli o giullari nelle corti, a differenza della poesia italiana che invece solo occasionalmente verrà musicata. 

Nei testi il cavaliere-poeta non si rivolgeva mai all'amata chiamandola col suo vero nome, ma usava un nome fittizio (senhal) per proteggerla dalle maldicenze del pubblico essendo lei sposata con un altro (: La concezione dell'amor cortese).
La lirica in lingua d'oc, pur essendo di tema prevalentemente amoroso, poteva toccare anche altri argomenti (la politica, la guerra...) e lo stile, solitamente elevato e "tragico", talvolta diventava basso e "comico", specie quando trattava di amore tra persone di basso livello sociale. Molti i generi poetici elaborati dai trovatori, tra cui spicca la canzone (canso), il componimento per eccellenza destinato a celebrare l'amor cortese, mentre di stile meno elevato erano la ballata e il sirventese (quest'ultimo di argomento per lo più politico). Altri generi interessanti erano la tenzone (scambio di componimenti tra poeti che discutevano di questioni amorose, talvolta polemicamente. 

La "tenzone" come genere poetico), il planh (il compianto funebre per le virtù di un signore feudale appena morto, del cui cuore talvolta i lettori erano invitati a cibarsi per acquisirne il valore), la pastorella (sorta di dialogo tra un nobile cavaliere e una timida pastorella che alla fine gli si concedeva), l'alba (il commiato degli amanti al termine della notte), il plazer e l'enueg (rispettivamente l'elenco di cose e situazioni piacevoli e sgradevoli legate al mondo della corte, di stile comico). La poesia provenzale distingueva poi uno stile facile e cantabile, detto trobar leu, e uno difficile e oscuro, con rime rare e lessico ricercato, detto trobar clus (entrambi influenzeranno molto la lirica amorosa italiana).
Fra i trovatori in lingua d'oc più importanti si possono ricordare Guglielmo IX d'Aquitania (XI-XII sec.), considerato il fondatore della scuola; Bernart de Ventadorn, Bertran de Born, Jaufré Rudel, maestro del trobar leu .

Amore di terra lontana), nobili e vissuti nella prima metà del XII sec.; Folchetto di Marsiglia e Peire Vidal, di origine borghese e vissuti tra XII e XIII sec.; Arnaut Daniel, maestro del trobar clus e che influenzerà molto Dante, vissuto anche lui nel XII-XIII sec. 

Su quest'arietta leggiadra). La poesia trobadorica fiorisce sino agli inizi del XIII sec., quando viene bandita la crociata albigese contro i catari della Provenza che porterà alla sottomissione della Francia del Sud da parte della monarchia capetingia, con il declino della civiltà feudale che della poesia occitanica era stata il centro. I testi dei trovatori ebbero una notevole diffusione anche in Italia, dove il metro e i temi delle loro poesie vennero presi a modello da parte delle principali scuole liriche del Duecento (ciò avvenne soprattutto in Sicilia e in Toscana), mentre agli inizi del XIII sec. vi furono alcuni poeti dell'area settentrionale che scrissero liriche in lingua d'oc e secondo i moduli della poesia provenzale, che furono detti "trovatori italiani" (tra essi spicca la figura di Sordello da Goito.

 La lirica amorosa).

La letteratura volgare in Italia. Il mondo comunale

Riunione di mercanti, ms. XIV sec.
In Italia la letteratura volgare nasce nel XIII sec. e dunque con notevole ritardo rispetto a quella franco-provenzale, da cui subisce tra l'altro una forte influenza: la situazione italiana era molto frammentata politicamente, specie al Nord dove nel XII-XIII sec. si sviluppa la civiltà comunale, e anche culturalmente, non essendovi una lingua di "corte" che potesse unificare gli scrittori della penisola (a differenza delle lingue d'oïl e d'oc, largamente diffuse in Francia e in Provenza). In Italia mancava anche una vera corte simile a quella francese o a quelle dei signori feudali di Provenza, se si eccettua il caso di Federico II in Sicilia, per cui l'emergere di una letteratura volgare che si rivolgesse a un pubblico di laici fu parallelo allo sviluppo della società comunale e dei suoi valori mercantili e borghesi, dunque in un ambiente "cittadino" profondamente diverso da quello dell'epica francese o della lirica trobadorica. Diversa fu anche l'estrazione sociale dei primi scrittori in lingua volgare, i quali furono spesso uomini politici impegnati a vario titolo nelle istituzioni comunali (talvolta notai o uomini di legge, come Guido Guinizelli) oppure al servizio di un sovrano e operanti in una corte, come i poeti siciliani della scuola di Federico II che erano tuttavia di origine borghese e molto diversi dai cavalieri-poeti della poesia provenzale. 

Nonostante il suo carattere comunale, in ogni caso, la letteratura volgare delle Origini subì un forte influsso dei modelli francesi e provenzali e se anche si rivolgeva in prevalenza a un pubblico alto-borghese di mercanti, espresse anche valori e ideali propri della società feudale più antica, specie nella lirica amorosa che si rifece strettamente alla concezione dell'amor cortese e al vassallaggio amoroso (sia pure in un ambiente cittadino e non di corte, come lo Stilnovo a Firenze). In alcuni scrittori il sistema di valori del mondo mercantile veniva condannato e paragonato polemicamente a quello più elevato dell'aristocrazia, come nel caso di Dante, in altri era celebrato come innovatore e portatore di ricchezza e sviluppo, come più tardi nella novellistica di Boccaccio (in cui il mercante veniva esaltato per le sue virtù, tra cui l'industria e l'astuzia). 

Benché si rivolgesse a un pubblico di laici, la letteratura italiana delle Origini fu sempre ispirata a elementi di profonda religiosità, dando vita a un filone di poesia religiosa (S. Francesco, Jacopone da Todi...) che si diffuse in parallelo con il movimento di rinnovamento spirituale della Chiesa e la lotta alle eresie del primo XIII sec., lo stesso clima in cui nacque il capolavoro della poesia volgare del XIV sec., la Commedia di Dante Alighieri .

 La poesia religiosa). Notevole, infine, la varietà linguistica, poiché i primi testi letterari si espressero in volgare umbro (specie la poesia religiosa), in siciliano (i poeti alla corte di Federico II), in toscano (la lirica amorosa e la poesia comica), senza contare il veneziano del Milione di Marco Polo e il lombardo della poesia "didattica" di Bonvesin da la Riva. Il volgare toscano sarebbe poi diventato la lingua letteraria per eccellenza della nostra tradizione, attraverso il modello illustre dei principali scrittori del Trecento (Dante, Petrarca, Boccaccio) e dell'Umanesimo, sino alle discussioni in campo linguistico del Rinascimento.

FONTE :La storia della letteratura Italiana . 

PER CONCLUDERE  CHIUDO CON LA POETESSA  GRECA (SAFFO )

Il mito di Saffo,tra leggenda e realtà.
"Io desidero e bramo"
Secondo una leggenda  la poetessa si sarebbe gettata dalla rupe dell'isola Leucade a causa di un amore non corrisposto. Saffo, vissuta tra il 630 e il 570 a.C. fu una poetessa molto apprezzata nell'antichità. La sua esistenza è tuttavia un mistero, proprio a causa delle tante leggende che circondano la sua figura. I presunti amori omosessuali tra Saffo e le sue allieve  non sembrano avere conferma certa. 

Così come la grande passione tra la donna e Alceo, aristocratico poeta di Mitilene: un amore intenso, evidentemente sfortunato ma "inquinato da una tradizione romanzesca che sembra sottrargli credibilità. Fu dunque Alceo, il grande amore non corrisposto per cui Saffo si sarebbe tolta la vita? Assolutamente no... Ovidio cita un certo Faone, un anziano barcaiolo di Lesbo che un giorno diede un passaggio a una vecchina in difficoltà. Questa si rivelò essere Afrodite. La Dea lo ricompensò con un filtro di bellezza e giovinezza. 

Saffo pertanto si sarebbe innamorata di Faone ma il traghettatore l'avrebbe rifiutata ritenendola brutta!  Questa storia è chiaramente una leggenda, legata con molte probabilità alla tradizione religiosa e folcloristica dell'isola stessa. Alceo scrisse di Saffo: «Crine di viola, eletta, dolceridente Saffo», un elogio alla bellezza della poetessa... 
Del mito del suicidio di Saffo, ci rimane pertanto questo splendido dipinto dove la poetessa, drammaticamente bella, invoca, quasi con rabbia, le tempestose onde del mare ad accoglierla...





Biografia DI SAFFO - POETESSA GRECA . 

Testa di Saffo, copia romana da originale di età ellenistica, da Smirne (oggi situata al Museo Archeologico di Istanbul).
Saffo era originaria di Eresos, città dell'isola di Lesbo nell'Egeo; le notizie riguardanti la sua vita sono state tramandate dal Marmor Parium, dal lessico Suda, dall'antologista Stobeo, e da vari riferimenti di autori latini (come Cicerone e Ovidio), oltre che dalle testimonianze dei grammatici. Ciò che sappiamo di Saffo è stato dedotto dalle liriche e frammenti a lei attribuiti, o riportato da storici dell'antichità le cui fonti erano di dubbia attendibilità, seppure essi avessero accesso a un numero molto maggiore di versi della poetessa.

Nacque in una famiglia aristocratica che fu coinvolta nelle lotte politiche tra i vari tiranni che allora si contendevano il dominio di Lesbo (tra cui Melancro, Mirsilo e Pittaco); per una decina di anni Saffo seguì la propria famiglia in esilio in Sicilia, probabilmente a Siracusa o ad Akragas. Successivamente ritornò a Ereso, dove fu direttrice e insegnante di un tiaso, sorta di collegio in cui veniva curata l'educazione di gruppi di giovani fanciulle di famiglia nobile, incentrata sui valori che la società aristocratica di allora richiedeva a una donna: l'amore, la delicatezza, la grazia, la capacità di sedurre, il canto, l'eleganza raffinata dell'atteggiamento.

Ebbe tre fratelli, Larico, coppiere nel pritaneo di Mitilene, Erigio, di cui si conosce solo il nome, e Carasso, un mercante, che, secondo quanto emerge dalle poesie di Saffo, durante una missione in Egitto, si sarebbe innamorato di un'etera, Dorica, rovinando economicamente la propria famiglia. Nella Preghiera per Carasso Saffo prega affinché sia garantito un ritorno sicuro al fratello per poter essere riammesso in famiglia e lancia una maledizione alla giovane donna.

La Suda dice che Saffo sposò un certo Cercila di Andros, nota probabilmente falsa e tratta dai commediografi; dal marito ebbe comunque una figlia di nome Cleide a cui dedicò alcuni teneri versi. Alcuni frammenti, inoltre, proverebbero che la poetessa raggiunse un'età avanzata, ma il dato non giunge a sicurezza, poiché era usanza comune tra i poeti lirici di utilizzare la prima persona in modo convenzionale.

La fortuna dell'arte di Saffo e la nascita delle leggende sulla sua vita e sulla sua morte
Gli antichi furono concordi nell'ammirare la sua maestria: Solone, suo contemporaneo, dopo aver ascoltato in vecchiaia un carme della poetessa, disse che a quel punto desiderava due sole cose, ossia impararlo a memoria e morire.In età imperiale, Strabone la definì "una creatura meravigliosa", e una lode simile si trova anche in un epigramma attribuito a Platone:

«Ἐννέα τὰς Μούσας φασίν τινες· ὡς ὀλιγώρως.
Ἢν ἰδέ· καὶ Σαπφὼ Λεσβόθεν, ἡ δεκάτη.»

«Alcuni dicono che le Muse siano nove; che distratti!
Guarda qua: c'è anche Saffo di Lesbo, la decima.»

(Pseudo-Platone, Epigramma XVI)
Già nell'antichità Saffo, a causa della bellezza dei suoi componimenti poetici e della conseguente notorietà acquisita presso gli ambienti letterari dell'epoca, fu oggetto di vere e proprie leggende, poi riprese e amplificate nei secoli a venire, specie nel momento in cui, a partire dal XIX secolo, la sua poesia divenne paradigma dell'amore omosessuale femminile, dando origine al termine "saffico".

Fu il poeta Anacreonte, vissuto una generazione dopo Saffo (metà del VI secolo a.C.), ad accreditare la tesi che la poetessa nutrisse per le fanciulle che nel tiaso educava alla musica, alla danza e alla poesia un amore omosessuale: secondo la tradizione, fra l'insegnante e le fanciulle nascevano rapporti di grande familiarità, talora anche sessuale. Probabilmente il fatto va inquadrato secondo il costume dell'epoca, come forma prodromica di un amore eterosessuale, cioè una fase di iniziazione per la futura vita matrimoniale. 

È bene ricordare come la riunione del tiaso fosse in primo luogo legata al culto in onore della dea dell'amore, Afrodite; le relazioni amorose tra le fanciulle e con la maestra sono dunque da inserire in un quadro paideutico più ampio ed analogo a quello della pederastia maschile. L'attuale significato della parola lesbica ha, pertanto, assunto un'accezione nettamente differente rispetto alla concezione di sessualità di Saffo e del suo circolo. 

Tale pratica non era affatto immorale nel contesto storico e sociale in cui Saffo viveva: infatti, per gli antichi Greci l'erotismo - che si teneva strettamente lontano dalla pedofilia tutelando i bambini d'ambo i sessi che non avessero compiuto una certa età da figure estranee - si faceva canale di trasmissione di formazione culturale e morale nel contesto di un gruppo ristretto, dedicato all'istruzione e alla educazione delle giovani, qual era il tiaso femminile, pur preparando le giovani donne a vivere in una società che prevedeva una stretta separazione dei sessi e una visione della donna quasi unicamente come fattrice di figli e signora del governo domestico.

La poetica di Saffo s'incentra sulla passione e sull'amore per vari personaggi e per tutti i generi. Le voci narranti di molte delle sue poesie parlano di infatuazioni e di amore (a volte ricambiato, a volte no) per vari personaggi femminili, ma le descrizioni di atti fisici tra donne sono poche e oggetto di dibattito.

Dedicò a una delle sue allieve la poesia "A me pare uguale agli dei".

Saffo compose degli epitalami, struggenti canti d'amore per le sue allieve destinate a nozze e questo ha lasciato supporre un innamoramento anche con componenti sessuali. In realtà è presumibile che Saffo, comunque affezionata alle sue allieve, li abbia scritti poiché le vedeva destinate ad un triste destino: lasciavano infatti l'isola dove si trovavano, dove erano accudite e felici, per andare nella casa dei loro mariti, da cui non sarebbero uscite quasi mai; lì sarebbero state in pratica rinchiuse a vita, come voleva la tradizione greca.

Un'altra leggenda riguarda la presunta passione amorosa del poeta lirico conterraneo Alceo per Saffo. Alceo le avrebbe dedicato i seguenti versi: «Crine di viola, eletta, dolceridente Saffo» (Fr. 384 Lobel-Page) riportati nel secolo II da Efestione nel suo Manuale di metrica (14, 4)[10]. Da tali versi, per autoschediasmo, sarebbe stata desunta l'esistenza di un amore tra i due poeti. Tuttavia, anche alcuni poeti antichi smentirono questa ipotesi, ritenendo che i versi in questione fossero da interpretare come un'idealizzazione non autobiografica. In epoca contemporanea, il filologo classico Luciano Canfora ha osservato che i suddetti versi potrebbero essere riferiti non a Saffo, ma ad un'altra donna.

Da riconoscere è, però, che Alceo conobbe effettivamente la poetessa, prima che questa fosse costretta a fuggire al seguito della famiglia a causa delle guerre dei tiranni.

Se effettivamente i versi di Alceo si riferissero a Saffo, descritta come una donna bella e piena di grazia, dal fascino raffinato, dolce e sublime, verrebbe sfatata l'altra leggenda legata alla poetessa di Lesbo, quella della sua non avvenenza fisica, che l'avrebbe portarta a togliersi la vita a causa del suo amore, non corrisposto, nei confronti del giovane Faone. Anche il pittore olandese-britannico Sir Lawrence Alma-Tadema mostra di non aderire alla leggenda sulla bruttezza di Saffo: infatti nel suo dipinto Saffo e Alceo (Sappho and Alcaeus), realizzato nel 1881, la poetessa è ritratta con fattezze tutt'altro che sgradevoli.

ALCUNE POESIE DI SAFFO :

Nell'inno ad Afrodite

(GRC)
«ποικιλόθρον' ἀθανάτ' Αφρόδιτα,
παῖ Δίος δολόπλοκε, λίσσομαί σε,
μή μ' ἄσαισι μηδ' ὀνίαισι δάμνα,
πότνια, θῦμον,

ἀλλὰ τυίδ' ἔλθ', αἴ ποτα κἀτέρωτα
τὰς ἔμας αὔδας ἀίοισα πήλοι
ἔκλυες, πάτρος δὲ δόμον λίποισα
χρύσιον ἦλθες

ἄρμ' ὐπασδεύξαισα, κάλοι δέ σ' ἆγον
ὤκεες στροῦθοι περὶ γᾶς μελαίνας
πύπνα δίννεντες πτέρ' ἀπ' ὠράνωἴθε-
ρος διὰ μέσσω.

αἶψα δ' ἐξίκοντο, σὺ δ', ὦ μάκαιρα,
μειδιαίσαισ' ἀθανάτωι προσώπωι
ἤρε' ὄττι δηὖτε πέπονθα κὤττι
δηὖτε κάλημμι

κὤττι μοι μάλιστα θέλω γένεσθαι
μαινόλαι θύμωι. τίνα δηὖτε πείθω
ἄψ σ' ἄγην ἐς σὰν φιλότατα;τίς σ', ὦ
Ψάπφ', ἀδικήει;

καὶ γὰρ αἰ φεύγει, ταχέως διώξει,
αἰ δὲ δῶρα μὴ δέκετ',ἀλλὰ δώσει,
αἰ δὲ μὴ φίλει, ταχέως φιλήσει
κωὐκ ἐθέλοισα.

ἔλθε μοι καὶ νῦν, χαλέπαν δὲ λῦσον
ἐκ μερίμναν, ὄσσα δέ μοι τέλεσσαι
θῦμος ἰμέρρει, τέλεσον,σὺ δ' αὔτα
σύμμαχος ἔσσο.»


«Afrodite eterna, in variopinto soglio,
Di Zeus fìglia, artefice d'inganni,
O Augusta, il cor deh tu mi serba spoglio,
Di noie e affanni.

E traggi or quà, se mai pietosa un giorno,
Tutto a' miei prieghi il favor tuo donato,
Dal paterno venisti almo soggiorno,
Al cocchio aurato

Giugnendo il giogo. I passer lievi, belli
Te guidavano intorno al fosco suolo
Battendo i vanni spesseggianti, snelli
Tra l'aria e il polo,

Ma giunser ratti: tu di riso ornata
Poi la faccia immortal, qual soffra assalto
Di guai mi chiedi, e perché te, beata,
Chiami io dall'alto.

Qual cosa io voglio più che fatta sia
Al forsennato mio core, qual caggìa
Novello amor ne' miei lacci: chi, o mia
Saffo, ti oltraggia?

Se lei fugge, ben ti seguirà tra poco,
Doni farà, s'ella or ricusa i tuoi,
E s'ella non t'ama, la vedrai tosto in foco,
Se ancor nol vuoi.

Vienne pur ora, e sciogli a me la vita
D'ogni aspra cura, e quanto io ti domando
Che a me compiuto sia compi, e m'aita
meco pugnando.»

L'inno, composizione in onore di una divinità, recitata davanti alla sua statua in quanto considerata sua incarnazione terrena, è da dividersi in tre parti: la prima parte, epìklesis, nella quale la poetessa invoca la divinità ed esprime le sue principali invocazioni utilizzando l'imperativo e forme esortative; la seconda parte, omphalòs, la parte narrativa dell'inno, in cui la divinità viene presentata nel contesto di un'azione della quale è protagonista, di solito di carattere mitico; la terza parte, euchè, la preghiera vera e propria, la cui metrica è simile alla epiclesi.

Questa poesia può, inoltre, essere considerata basata sulla Ring Komposition, in quanto al termine del componimento sono inseriti elementi che fanno riferimento alle prime strofe. Questo modo di procedere è tipico di Saffo, che lo usa in molti altri frammenti pervenuti.

Preghiera per Carasso.

«Κύπρι καὶ] Νηρήιδες, ἀβλάβη[ν μοι
τὸν κασί]γνητον δ[ό]τε τύιδ᾽ ἴκεσθα[ι,
κὤσσα Ϝ]οι θύμω‹ι› κε θέλη γένεσθαι,
πάντα τε]λέσθην,

ὄσσα δὲ πρ]όσθ᾽ ἄμβροτε, πάντα λῦσα[ι,
ὠς φίλοισ]ι Ϝοῖσι χάραν γένεσθαι,
κὠνίαν ἔ]χθροισι· γένοιτο δ᾽ ἄμμι
πῆμά τι μ]ήδεις.

τὰν κασιγ]νήταν δὲ θέλοι πόησθαι
ἔμμορον] τίμας, [ὀν]ίαν δὲ λύγραν
ἐκλύοιτ᾽], ὄτοισι π[ά]ροιθ᾽ ἀχεύων
τὦμον ἐδά]μνα.


«O Cipride e voi Nereidi, incolume
datemi che mi torni il fratello
e che quanto in cuor vuole che avvenga,
tutto si avveri,

e che cancelli tutto quanto sbagliò in precedenza,
e così ci sia gioia in cuore per lui
e dolore per i nemici: e per noi
nessuno sia danno.

E sua sorella voglia render partecipe
dell'onore, e dai dolorosi tormenti
liberi quelli a cui prima, soffrendo,
bloccava il cuore

La cosa più bella-

(GRC)
«Ο]ἰ μὲν ἰππήων στρότον, οἰ δὲ πέσδων,
οἰ δὲ νάων φαῖσ’ ἐπ[ὶ] γᾶν μέλαι[ν]αν
ἔ]μμεναι κάλλιστον, ἔγω δὲ κῆν’ ὄτ-
τω τις ἔραται.

πά]γχυ δ’ εὔμαρες σύνετον πόησαι
π]άντι τ[οῦ]τ’, ἀ γὰρ πολὺ περσ[κέθοισ]α
κάλ]λος [ἀνθ]ρώπων Ἐλένα [τὸ]ν ἄνδρα
τὸν] [πανάρ]ιστον

καλλ[ίποι]σ’ ἔβα ‘ς Τροίαν πλέο[ισα
κωὐδ[ὲ πα]ῖδος οὔδε φίλων το[κ]ήων
πάμπαν] ἐμνάσθ[η], ἀ[λλὰ] παράγαγ’ αὔταν
Κύπρις ἔραι]σαν

[εὔθυς εὔκ]αμπτον γὰρ [ἔχοισα θῦμο]ν
[ἐν φρέσιν] κούφως τ[ὰ φίλ΄ ἠγν]όη[ε]ν̣
ἄ με] νῦν Ἀνακτορί[ας ὀνὲ]μναι-
σ’ οὐ ] παρεοίσας,

τᾶ]ς [κ]ε βολλοίμαν ἔρατόν τε βᾶμα
κἀμάρυχμα λάμπρον ἴδην προσώπω
ἢ τὰ Λύδων ἄρματα [κἀν ὄπλοισι]
πεσδομ]άχεντας.»


«Alcuni di cavalieri un esercito, altri di fanti,
altri di navi dicono che sulla nera terra
sia la cosa più bella, mentre io ciò che
uno ama.

Tanto facile è far capire
questo a tutti, perché colei che di molto superava
gli uomini in bellezza, Elena, il marito
davvero eccellente

lo abbandonò e se ne andò a Troia navigando,
e né della figlia, nè dei cari genitori
si ricordò più, ma tutta la sconvolse
Cipride innamorandola.

E ora ella, che ha mente inflessibile,
in mente mi ha fatto venire la cara
Anattoria, che non mi è
vicina.

Potessi vederne il seducente passo
e il lucente splendor del volto
più che i carri dei Lidi e, in armi,
i fanti.»


Saffo, secondo una composizione tipica della lirica arcaica (il cosiddetto Priamel), enuncia una opinione di tipo generale, ossia quale possa essere la cosa più bellaː ai beni materiali essa oppone l'amore. E lo fa riferendo un assunto mitico esemplare, quello di Elena che, innamorata, abbandonò un ottimo marito e l'intera famiglia. Infine, dopo aver concluso che Afrodite è una dea a cui non si può resistere, chiude con una nota di nostalgia per Anattoria lontana, che preferirebbe a qualsiasi bene materiale.

Ode della gelosia .

«Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν᾽ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει

καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ᾽ ἦ μὰν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν,
ὠς γὰρ ἔς σ᾽ ἴδω βρόχε᾽ ὤς με φώνη-
σ᾽ οὐδ᾽ ἒν ἔτ᾽ εἴκει,

ἀλλὰ κὰδ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον
δ᾽ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμακεν,
ὀππάτεσσι δ᾽ οὐδὲν ὄρημμ᾽, ἐπιβρό-
μεισι δ᾽ ἄκουαι,

ψῦχρα δ᾽ ἴδρως κακχέεται, τρόμος δὲ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ᾽ ὀλίγω ’πιδεύης
φαίνομ’ ἔμ᾽ αὔτᾳ·

ἀλλὰ πὰν τόλματον, ἐπεί κ[†]»


«Pari agli dèi mi appare lui, quell'uomo
che ti siede davanti e da vicino
ti ascolta: dolce suona la tua voce
e il tuo sorriso

accende il desiderio. E questo il cuore
mi fa scoppiare in petto: se ti guardo
per un istante, non mi esce un solo
filo di voce,

ma la lingua è spezzata, scorre esile
sotto la pelle subito una fiamma,
non vedo più con gli occhi, mi rimbombano
forte le orecchie,

e mi inonda un sudore freddo, un tremito
mi scuote tutta, e sono anche più pallida
dell'erba, e sento che non è lontana
per me la morte.

Ma tutto si sopporta, poiché ...»

(trad. di G. Nuzzo)
Il trattato Del Sublime cita l'ode per sottolineare la bravura della poetessa nello scegliere le sensazioni "più elevate" e "più tese", connettendole tra loro e creando una perfetta unità di sentire, così da raggiungere il sublime. Proprio il commento del trattatista anonimo appare quello più fine:


Nozze di Ettore e Andromaca-

GRC)
«Κύπρο[ – ^ ^ – ^ ^ – ^ ^ – ^ ]ας.
κᾶρυξ ἦλθε θέ[ων ^ ^ –]ελε[– ^]θεις
Ἴδαος τάδε κα[ῖνα] φ[όρ]εις τάχυς ἄγγελος·
«< . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ἰλίω>
τᾶς τ᾽ ἄλλας Ἀσίας τ[ό]δε γᾶν κλέος ἄφθιτον·
Ἔκτωρ καὶ συνέταιρ[ο]ι ἄγοισ᾽ ἐλικώπιδα
Θήβας ἐξ ἰέρας Πλακίας τ᾽ ἀπ᾽ ἀ[ι]ν<ν>άω
ἄβραν Ἀνδρομάχαν ἐνὶ ναῦσιν ἐπ᾽ ἄλμυρον
πόντον· πόλλα δ᾽ [ἐλί]γματα χρύσια κἄμματα
πορφύρ[α] καταΰτ[με]να, ποίκιλ᾽ ἀθρήματα,
ἀργύρα τ᾽ ἀνάριθμα ποτήρια κἀλέφαις.»
ὢς εἶπ᾽· ὀτραλέως δ᾽ ἀνόρουσε πάτ[η]ρ φίλος·
φάμα δ᾽ ἦλθε κατὰ πτόλιν εὐρύχορον φίλοις·
αὔτικ᾽ Ἰλίαδαι σατίναι[ς] ὐπ᾽ ἐυτρόχοις
ἆγον αἰμιόνοις· ἐπ[έ]βαινε δὲ παῖς ὄχλος
γυναίκων τ᾽ ἄμα παρθενίκα[ν] τ᾽ ἀτ[αλ]οσφύρων·
χῶρις δ᾽ αὖ Περάμοιο θύγ[α]τρες [ἐπήισαν,
ἴππ[οις] δ᾽ ἄνδρες ὔπαγον ὐπ᾽ ἄρ[ματα κάμπυλα]
π[άντ]ες ἠίθεοι· μεγάλω[σ]τι δ᾽-


«Da Cipro 
venne un araldo veloce correndo ,
Ideo, e apparve, rapido nunzio
(lacuna)
e dal resto dell'Asia quest'inconsumabile gloriaː
"Ettore e i suoi compagni scortano la occhi splendenti,
da Tebe e dalla sacra Plakia dall'acque perenni,
la dolce Andromaca, con le navi, sul salso mareː
e molti bracciali d'oro, e vesti multicolori
e belle porpore e troni e fregi multiformi
e innumerevoli coppe d'argento e tanti avoriǃ"
Così diceva ed il padre caro balzò ratto in piedi
e si spargeva la fama nell'ampia città, tra gli amici.
Subito le donne d'Ilio ai carri preziosi, ampie ruote,
aggiogavan le mule e saliva tutta la folla
di donne e insieme di vergini dall'agili caviglieː
e, un po' discoste, le figlie di Priamo pure partivan;
ma gli uomini aggiogavano cavalli ai lor carri
e tutti quelli celibi; e grandemente .


La dolce mela-

«οἶον τὸ γλυχὺμαλον ἐρεύθεται ἄχρῳ ἐπ’ ὔσδῳ
ἄχρον ἐπ’ ἄχροτάτῳ λελάθοντο δὲ μαλοδρόπηες·
οὐ μὰν ἐχλελάθοντ’, ἀλλ’ οὐχ ἐδύναντ’ ἐπὶχεσθαι.»

«Quale dolce mela che su alto
ramo rosseggia, alta sul più alto;
la dimenticarono i coglitori;
no, non fu dimenticata: invano
tentarono raggiungerla.»


Tramontata è la luna-

«Δέδυκε μὲν ἀ σελάννα
καὶ Πληΐαδες· μέσαι δὲ
νύκτες, παρὰ δ’ ἔρχετ’ ὤρα·
ἔγω δὲ μόνα κατεύδω.»

«È tramontata la luna
anche le Pleiadi;
è mezzanotte,
il tempo passa;
ma io dormo sola.»


IL CARME DEI FRATELLI .

Ἀλλ’ ἄϊ θρύλησθα Χάραξον ἔλθην
νᾶϊ σὺν πλήαι. τὰ μέν οἴομαι Ζεῦς
οἶδε σύμπαντές τε θέοι· σὲ δ᾽οὐ χρῆ
ταῦτα νόησθαι,
ἀλλὰ καὶ πέμπην ἔμε καὶ κέλεσθαι
πόλλα λίσσεσθαι βασίληαν Ἤραν
ἐξίκεσθαι τυίδε σάαν ἄγοντα
νᾶα Χάραξον
κἄμμ’ ἐπεύρην ἀρτέμεας. τὰ δ’ ἄλλα
πάντα δαιμόνεσσιν ἐπιτρόπωμεν·
εὐδίαι γὰρ ἐκ μεγάλαν ἀήταν
αἶψα πέλονται.
τῶν κε βόλληται βασίλευς Ὀλύμπω
δαίμον’ ἐκ πόνων ἐπάρωγον ἤδη
περτρόπην, κῆνοι μάκαρες πέλονται
καὶ πολύολβοι·
κἄμμες, αἴ κε τὰν κεφάλαν ἀέρρη
Λάριχος καὶ δή ποτ᾽ ἄνηρ γένηται,
καὶ μάλ’ ἐκ πόλλαν βαρυθυμίαν κεν
αἶψα λύθειμεν.»



Ma tu non fai che ripetere che Carasso è arrivato
con la nave stracolma: è cosa, credo,
che sanno Zeus e tutti gli dèi, ma non a questo
tu devi pensare,
bensì a congedarmi e invitarmi a rivolgere
molte suppliche a Era sovrana perché
giunga fin qua portando in salvo
la sua nave Carasso
e sane e salve (o ‘sani e salvi’) ci trovi:
tutto il resto affidiamolo ai numi,
ché a grandi tempeste d’improvviso
succede il bel tempo.
Coloro a cui il sovrano d’Olimpo voglia
mandare un demone che infine li protegga
dalle traversie, quelli diventano felici
e molto prosperi.
Anche noi, se alzasse la testa Larico
e diventasse finalmente un vero uomo,
allora sì che saremmo subito liberate (o ‘liberati’)
da molte tristezze.»

La poesia è costituita da venti versi ripartiti in cinque strofe saffiche, un metro tipico composto da tre versi lunghi ed uno più breve. L'attacco, come accennato, è andato perduto, ma si stima che esso fosse formato da una, massimo tre strofe.Appartiene al genere dei nostoi, le preghiere di ritorno a casa, che Saffo scrisse molte volte, come testimoniato dai frammenti 5, 15 e 17.

La poesia è strutturata come una lettera, nella quale la narratrice castiga il destinatario sconosciuto per aver insistito in modo fastidioso sul ritorno di Carasso (possibilmente da un viaggio commerciale), sostenendo che la sua vita è nelle mani degli déi e offrendosi di pregare Era per il suo ritorno. Passa quindi a Larico, che spera possa alleviare dai problemi la sua famiglia quando sarebbe diventato un uomo.

FONTI - DAI GRANDI CLASSICI - LATINI GRECI .



Bene cos'altro dirvi ! Se amate la poesia amate voi stessi .

Giovanni Maffeo Poetanarratore .

2 commenti:

COME E QUANDO NASCE LA POESIA .

NARRAZIONE E LIRICHE . A CURA DI Giovanni Maffeo Poetanarratore . ALCUNE MIE POESIE . DALLE POESIE D'AUTUNNO ANNO‭ ‬2015‭ ‬. Di m...