NARRAZIONE
E LIRICHE .
A
CURA DI Giovanni Maffeo Poetanarratore .
ALCUNE MIE POESIE .
DALLE POESIE D'AUTUNNO ANNO 2015 .
Di me ti racconto la vita .
La mia fu dorata!
Nacqui vestito su un prato di sole e rose ,
nacqui col bacio del vento che mi accarezzava l’anima
lì, mi fu concessa la luce dell'inverno .
Ma poi , poi arrivò l'età del sangue !
Acerbo il mio cuore trascinai su strade impervie le mie avventure ,
cedetti ai sogni impuri ,ai madrigali passionali ...
ai tenaci tentativi ove la carne fremeva di velleità e bramosie .
Furono belli i giorni in cui ti corteggiai ...
mi persi in te raccogliendo miele ,
quel dolce amaro tanto desiderato
quel trasformismo animale che mi fece bestia .
Ora sono solo nel cammino incerto :
mi dimeno arso con tanta nostalgia,
dissi di me a colei che ride , ti dirò di me , delle mie paure ;
giorni inquieti a te pensavo sotto il grande cielo .
Di me ti racconterò la vita ...
di quanto è stato e non è finita,
brucio dal rossore ,agito pensieri
agito l’amore e tu cosa fai ?
Te ne vai e fuggi via ,ma dove ?
Raccontami dai, la tua storia ...
resto e sarò sempre il tuo prigioniero ;
il fato del tempo mai cambia , torna indietro
Giovanni Maffeo - Poetanarratore.
L’incantevole bellezza .
Esorto dunque l’amore !
Il pensiero deludente di un’anima folle ,
il gesto inconsueto che ha paura di osare
di accedere nei prati folli l'oblio dell'amore.
Si tu , hai paura primizia di vento!
Perché hai un altro sentimento a cui donare,
lasciati trascinare , appagati tra i sogni ,
percepirai la sua essenza e sarai libera .
Libera di sognare ,di sorprenderti da sola
di amare e uscire fuori da ogni schema ,
saprai apprezzare ogni piccolo gesto ;
null'altro che si ferma e si narra in un libro .
E come una lacrima scivola dalla guancia
accendi la bellezza alla vita mia ...
arriva al lato della mia bocca e poi si ferma,
tra le labbra umide il mio bacio ti fa rosa .
Così ,lecco quella goccia salata e la ingoio
carezzo l’incantevole bellezza , la tua !...
Pochi sanno cosa vuol dire amare,
planano nel vuoto e mai han ritorno .
Sono in cerca di vento di coaguli violacei
pronto ad aprire usci chiusi ,
a fare crescere l'oasi del cuore ;
ove l’amore li conduce nell'infinito .
Ed io sono nullità senza il nulla !
Conducimi tu al tuo respiro ,
vorrei essere la tua lanterna nella notte
con la luna chiara avvolgerti nell'anima mia .
Giovanni Maffeo - Poetanarratore .
Butto tutto all’aria .
A volte butterei tutto all’aria :
I miei pensieri ,la mia poesia ,
Smetterei di scrivere e me ne andrei al mare
A dare coraggio a orecchie sorde ,
La mia voce , a chi non la merita .
Si , forse lo farei ,ma sarei un vigliacco
Uno che si nasconde tra i meandri degli orgogli ,
Andrei tra i cespugli degli inverni freddi
Nei covoni di paglia a fumare erba
A mietere sospiri tra le gote di un amore .
Ma poi la mia poesia mi chiama
Mi trattiene ,mi dice vieni ! sono io il tuo ruggito ,
Vieni da me che son sola e come te voglio sospiri ;
Vieni da me io curo la tua malattia d’amore ,vieni !
Butto in aria cosa ? Me lo son chiesto mille volte
Penso al sentimento mio ,a cosa sarei se non fossi tenero ,
Al mio fragile animo in una conchiglia ,tra i miei fiori
Alla passione che spesso ha doglie e partorisce ispirazioni .
Sei tu dunque vita ,la mia sfida ,la musica che mi travolge
Nei giorni dell’amore mi dai forza e rientro nei ranghi ,
Nei volteggianti vortici fatti di diluvi ,tra le emozioni immense ;
E' l’abbraccio che si insinua perenne nella mia anima .
No ,non butto all’aria nulla !
Voglio riposare lì dove cantano gli uccelli ,nelle albe immense ,
Nell’arido deserto ,tra le oasi ,in cerca di me stesso ...
Di un amore che strugge e ugge la mia caccia ,
Ove il mio cuore tormentato si riposa nell’eterno bacio .
Giovanni Maffeo Poetanarratore .
Presentazione
.
Nome:
Giovanni Maffeo
Poetanarratore.
In questa mia
narrativa dei miei pensieri ,dell’umana gente. La poesia trionfa
nella travagliata e meravigliosa vita. Con molti anni alle mie spalle
apro i miei occhi al mondo, nell’anima mia, al mio fiorito luogo
natale . tra colli e mare incomincio a meditare ,un fraseggio del mio
immaginario di poeta narratore. Racconto a voi a tutte le genti
:dialoghi ,storie di me; della mia gente, del mio stato d’animo,
del mio pensiero ,passando ad allargare lo spazio della natura ,come
della storia ,cercando con ansia cosmica le vie del cielo risalendo
con spirito d’umana virtù .non solo ai primi abitatori della terra
che le leggende e le favole ricordano. Oggi che viviamo nel ventesimo
secolo dove tutto è superato ,rimane il pensiero della gente, “la
poesia” la narrativa .
Introduzione
.
Dunque
in questa mia narrazione si vuole mettere in evidenza quello che è
che fu la nascita della poesia , la sua storia come nasce come si
evolve nei tempi ,dalla mitologia greca alla bibliografia biblica ,da
Virgilio a Dante per poi con i vari maestri della storia poetica ai
giorni nostri , anni duemila . Ringrazio le numerose fonti
informative :ecclesiastiche e bibliotecarie .La mia stessa ricerca di
studio .
Si
vuole anche mettere in risalto l'odissea che la poesia ha avuto e
tutt'ora ne esplora le varie congetture e critiche .Un diniego
effimero ove tutti e tutto è gratuito ,meno l'intellighenzia del
sapere ,del come apprendere e come scrivere poesia , tutto trarne la
saggezza e l'umiltà del capire .
LE FIGURE RETORICHE .
Quali
sono le 3 figure retoriche?
Le
principali figure retoriche: similitudine, metafora, metonimia,
allegoria, ossimoro, sineddoche, antonomasia, iperbole.
Es:
concimano i campi e tu dici: che profumo di natura... Iperbole:
esagerazione voluta per rafforzare un concetto. Es: vedi un amico che
non incontravi da un po': sono secoli che non ci vediamo (è
chiaramente un'esagerazione!) Litote: affermazione di un concetto
mediante la negazione del contrario.
ALLA
DOMANDA . Quante sono le figure retoriche?
Si
stima che la lingua italiana abbia oltre 300 figure retoriche, un
numero veramente altissimo! Molte si differenziano davvero poco tra
di loro e sono facilmente confondibili. In questo articolo
analizzeremo insieme quelle più conosciute.
Come
si distinguono le figure retoriche?
Le
figure retoriche si dividono in tre grandi categorie: figure di suono
o fonetiche: sfruttano l'aspetto fonico delle parole; figure di
costruzione o sintattiche: sfruttano l'ordine in cui le parole
vengono utilizzate; figure di significato o semantiche: sfruttano lo
spostamento di significato dei vocaboli.
Quando
si usano le figure retoriche?
Le
figure retoriche sono tecniche espressive, cioè accorgimenti
stilistici e linguistici, utilizzati per rendere più vivo ed
efficace il discorso. Sono proprie soprattutto del linguaggio poetico
e letterario ma possono essere adoperate anche nella comunicazione
quotidiana.
Come
spiegare le figure retoriche ?
Figure
Retoriche per Scuola Primaria |
Cosa
sono le figure retoriche per scuola primaria? Le figure retoriche
sono espressioni letterarie che hanno come scopo quello di creare un
particolare effetto figurato o anche solamente sonoro, all'interno di
una frase. Vengono particolarmente utilizzate nel testo poetico ma
anche nel linguaggio di tutti i giorni.
Cosa
sono le figure retoriche in un testo narrativo?
Possiamo
definire le figure retoriche come espedienti linguistici, strategie
ricercate o forme espressive letterarie che, deviando in un certo
qual modo dal linguaggio comune, arricchiscono il testo scritto dando
maggiore efficacia, incisività ed espressività al messaggio che
vogliamo trasmettere.
A
cosa serve la retorica?
Lo
scopo della retorica è quello di fornire a retori e oratori (e non
alla massa degli ascoltatori) le nozioni teoriche necessarie per
comporre un discorso persuasivo.
ALCUNE
RISPOSTE .Che cosa sono le figure retoriche?
per
figura retorica si intende “… qualsiasi artificio nel discorso
volto a creare un particolare effetto”. Quindi, possiamo
tranquillamente affermare che i modi in cui il significato letterale
diventa figurato, ossia le forme del linguaggio figurato, si chiamano
figure retoriche.
Tali
figure si dicono retoriche perché sono state studiate e codificate
dalla Retorica antica o “arte del dire”: una disciplina della
cultura classica, greca e latina, che studiava appunto l’arte dello
scrivere e del parlare in modo efficace e convincente.
Nell’Antica
Grecia, ad esempio, si trattavano discussioni ragionate e argomentate
al fine di convincere gli interlocutori, per questo motivo era
necessario essere chiari e comprensibili. Bisognava preparare il
discorso secondo regole ben precise e con l’utilizzo di sintassi
adatte.
Le
figure retoriche sono ancora oggi molto utilizzate nel nostro
parlato, perché lo arricchiscono e aiutano a rendere più efficace
il messaggio che si vuole comunicare. Tali figure nel corso degli
anni sono state utilizzate da scrittori e poeti per rendere le loro
opere ancora più espressive e suggestive.
Di
seguito troverai un elenco delle più conosciute e utilizzate e molte
figure retoriche esempi per farti comprendere meglio il loro
significato.
ALCUNE
RISPOSTE . Quante figure retoriche ci sono?
Queste
forme linguistiche si dividono in 3 categorie principali: fonetiche o
di suono, retoriche o di significato e di costruzione.
Le
figure retoriche fonetiche sono relative al suono o al ritmo che si
percepisce quando si pronunciano.
Le
figure retoriche di contenuto riguardano una modifica del significato
delle parole.
Le
figure retoriche di costruzione sfruttano l’ordine in cui le parole
vengono utilizzate.
Cos'è
una metafora? E un ossìmoro? Sono figure retoriche. Se non ne hai
mai sentito parlare, Focus Junior ti spiega cosa sono, quali sono le
più conosciute, come si usano e perché.
Le
usiamo tutti i giorni e non ce ne accorgiamo: sono le figure
retoriche, ovvero dei "trucchetti" che usiamo nei nostri
discorsi o nei nostri scritti per rendere più efficace (e d'effetto)
il messaggio che vogliamo comunicare.
ALCUNE
RISPOSTE .E ALCUNE DOMANDE .
Quali
sono le principali figure retoriche?
Si
stima che la lingua italiana abbia oltre 300 figure retoriche, un
numero veramente altissimo! Molte si differenziano davvero poco tra
di loro e sono facilmente confondibili. In questo articolo
analizzeremo insieme quelle più conosciute.
Similitudine:
è una delle figure retoriche più utilizzate anche nel parlato
comune. Consiste in un confronto o paragone fra due termini che
presentano evidenti somiglianze. È per lo più introdotta da “come”.
Un esempio calzante può essere la frase “Francesco è buono come
il pane”.
Metafora:
consiste nella sostituzione di una parola con un’altra, legata alla
prima da un rapporto di somiglianza. Un esempio di metafora può
essere: “Luca è una gazzella”. Per indicare che Luca è veloce,
si utilizza la parola gazzella perché la caratteristica tipica di
questo animale è appunto la velocità. La metafora è generalmente
considerata una similitudine abbreviata, cioè un paragone privo di
nessi logici di raccordo.
Contengono
metafore anche molti modi di dire come: cadere dalle nubi o andare a
gonfie vele.
Sinestesia:
consiste nell’associare, all’interno di un’unica immagine,
parole che appartengono a sfere sensoriali diverse. Per esempio: “il
giallo è un colore caldo”. Questa frase indica un colore
appartenente alla sfera sensoriale della vista, associato a “caldo”,
che è appartenente alla sfera sensoriale del tatto.
Eufemismo:
con questa figura retorica si utilizza una parola o un’espressione
di significato gradevole al posto di una parola o di un’espressione
ritenuta cruda, irriguardosa. Ad es. “È passato a miglior vita”
ovvero è morto.
Allitterazione:
riguarda la ripetizione di suoni o fonemi all’inizio di due parole
prossime tra loro o al loro interno, tramite la replicazione di
vocali o consonanti, come ad esempio l’affermazione “il troppo
stroppia”.
Allegoria:
questa figura viene molto utilizzata non solo in campo letterario, ma
anche nel campo delle arti figurative e consiste nel costruire un
discorso che va oltre il suo significato letterale, presentando anche
un senso nascosto e profondo. L’esempio più celebre è senza
dubbio la Divina Commedia di Dante, in cui il sommo poeta attraverso
il viaggio immaginario nel mondo dell’aldilà rappresenta
allegoricamente il percorso do un’anima verso la salvezza
cristiana.
Metonimia:
consiste nella sostituzione di una parola con un’altra, legata alla
prima da un rapporto logico o materiale. Questa figura retorica si
usa per indicare il contenitore al posto del contenuto “ho bevuto
un bicchiere”; l’autore al posto dell’opera “ho letto
Calvino” e via discorrendo.
Iperbole:
attraverso il suo uso si vuole esprimere un concetto con termini
talmente tanto esagerati che sarebbe impossibile prenderli alla
lettera. Spesso e volentieri anche nella vita di tutti i giorni siamo
soliti esclamare frasi del tipo “oggi non posso, ho un miliardo di
cose da fare”.
Onomatopea:
chi non ha mai sentito parlare di questa figura retorica? È una
forma tipica di armonia imitativa, più in particolare viene
utilizzata per riprodurre il verso di un animale (es. miao, bau); il
suono scaturito da un’azione (es. brr, smack); il rumore prodotto
da un oggetto (es. ciuf ciuf, dlin dlon).
Litote:
consiste nell’esprimere un concetto in forma attenuata,
generalmente negando il suo opposto. Ti è mai successo di
pronunciare parole del tipo “non mi sento molto bene” o “Marco
ha fatto non pochi sacrifici”, ecco, senza neanche rendertene conto
hai utilizzato questa figura retorica.
Personificazione:
si utilizza per attribuire a oggetti, animali o fenomeni naturali
caratteristiche, azioni e/o sentimenti propri degli esseri umani.
Esempio: verdi persiane squillano.
Climax:
dal greco “scala”, è la disposizione dei termini di un elenco
secondo una progressione emotiva o logica, in senso crescente. “Esta
selva selvaggia è aspra e forte” verso della Divina Commedia che
indica un climax.
Antonomasia:
sostituzione di un nome proprio con un nome comune, o di un nome
comune con un nome proprio. Un esempio comune di antonomasia può
essere il pianeta Marte che è comunemente noto anche come “il
pianeta rosso”.
Ironia:
consiste nel dire il contrario di ciò che si pensa. È tra le figure
retoriche più utilizzate anche oggi. Un esempio lampante può essere
la frase: “Che bella idea che hai avuto” per indicare
ironicamente che quell’idea in realtà è PESSIMA.
Figure
retoriche: cosa sono e a cosa servono
La
"figura retorica" è un forma di espressione letteraria il
cui scopo è creare un effetto - di significato o anche solo sonoro -
all'interno di una frase. Il linguaggio quindi risulta artificiale,
quasi forzato, rispetto alla lingua comunemente parlata. Si parla
addirittura di deviazione dalla comune espressione.
Ti
proponiamo dunque un breve elenco di alcune tra le figure retoriche
più usate e conosciute, ma ricordiamo che sono tante e spesso tra
loro si differenziano poco e sono facilmente confondibili. Scoprirai
che qualcuna di queste figure, senza nemmeno saperlo, già la usi o
già l'hai sentita anche tu!
Quali
sono le figure retoriche?
Le
figure retoriche possono essere:
figure
fonetiche o Figure retoriche di suono: riguardano il suono di un
gruppo di parole (es: allitterazione). E CIOE' . Nel discorso,
ripetizione spontanea o ricercata (in tal caso a fini per lo più di
onomatopea) di lettere o sillabe (o semplicemente di suoni uguali o
affini), in una serie di due o più vocaboli: per es. bello e buono ;
TRE man le spaziose a TRE caverne
Figure
di parola: riguardano l'ordine delle parole all'interno di un verso o
una frase (es: chiasmo).Cosa sono le allitterazioni esempio?
L'allitterazione
(dal latino adlitterare, che significa "allineare le lettere")
è la figura retorica (di parola) che consiste nella ripetizione di
una lettera, di una sillaba o più in generale di un suono all'inizio
o all'interno di parole successive (Coca Cola, Marilyn Monroe, Deanna
Durbin, Mickey Mouse).
Figure
retoriche di significato o di contenuto: riguardano il significato di
una frase (es: metafora).
Le
figure retoriche più comuni
Allitterazione:
quando due parole iniziano con o contengono le stesse sillabe, per
rafforzare un suono duro o morbido.
Es:
trentatrè trentini entrarono a Trento.
Anafora:
ripetizione di una o più parole all’inizio di una o più frasi,
versi, periodi.
Es:
Per me si va nella città dolente / Per me si va nell’eterno dolore
/ Per me si va tra la perduta gente (Inferno di Dante Alighieri)
Antitesi:
accostamento di due parole o frasi di significato opposto in una
frase che così assume un tono solenne.
Es:
vincere o morire.
Antonomasia:
usare un nome proprio per definire alcune caratteristiche tipiche di
quel personaggio. L'antonomasia può anche sostituire un nome comune
al posto di un nome proprio.
Es:
Quel tipo è davvero un Casanova (Casanova era un noto donnaiolo e
quindi si usa il suo nome per indicare tutti coloro che fanno tante
conquiste amorose)
Assonanza:
a partire dalla vocale accentata sono uguali le vocali e diverse le
consonanti.
Es:
son solo / ma ugualmente volo.
Chiasmo:
disposizione incrociata dei termini di un enunciato in uno stesso
verso.
Es:
Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori (incipit de L'Orlando
Furioso di Ariosto). Qui vi è un incrocio . un chiasmo appunto tra
coppie di termini: Le donne + <>gli amori;i cavallier + l'arme.
Climax:
enumerazione in cui i termini sono disposti in ordine di intensità,
ad esempio per favorire una crescente emozione o il suo contrario. Il
climax può essere "spalmato" su un testo piuttosto lungo o
anche in poche parole.
Es:
Quivi sospiri, pianti ed alti guai (Inferno di Dante. Per raccontare
con realismo la disperazione trovata all'Inferno, Dante usa un climax
e sceglie termini via via sempre più gravi (si parte dai "sospiri"
e si arriva agli "alti guai")
Consonanza:
quando le parole finali dei versi hanno, dopo l’accento tonico, le
consonanti uguali ma le vocali diverse.
Es:
una voce sento/poi odo il canto.
Epiteto:
attribuire ad una persona o ad un personaggio un aggettivo o un
nomignolo ricorrente.
Es:
spesso nell'Iliade viene riportato il Pelide Achille. Infatti Achille
erra figlio di Peleo!
Eufemismo:
sostituzione di un’espressione troppo dura con una più gradevole.
Es:
concimano i campi e tu dici: che profumo di natura...
Iperbole:
esagerazione voluta per rafforzare un concetto.
Es:
vedi un amico che non incontravi da un po': sono secoli che non ci
vediamo (è chiaramente un'esagerazione!)
Litote:
affermazione di un concetto mediante la negazione del contrario.
Es:
Michele a scuola non va benissimo>.
Metafora:
paragone abbreviato.
Es:
sei bella come il sole. Per altri esempi vedi link.
Onomatopea:
parole ad imitazione di un suono naturale o di oggetto.
Es:
una certa acqua minerale aiuta a fare "plin-plin".
Ossímoro:
accostamento di parole di senso opposto, che sembrano incompatibili
tra loro (è un tipo di antitesi). Es: aveva uno sguardo di ghiaccio
bollente.
Pleonasmo:
uso superfluo di qualche termine.
Es:
a me mi... ma questo a te generalmente i prof lo considerano errore,
ricordatelo!
Similitudine:
paragone tra due immagini solitamente introdotto da nessi.
Es:
sei furbo come una volpe!
Le
figure retoriche nelle canzoni?
Le
figure retoriche sono molto usate in letteratura e poesia, ma nulla
ti vieta di usarle adeguatamente nei temi, una volta imparate bene.
Inoltre
le troviamo anche nei testi delle canzoni (in fondo anche la musica è
poesia), in quanto anch'essi, spesso, si servono di questi artifici
per arricchire e amplificare il loro significato all'interno della
metrica musicale.
Esempi
Metafora
e similitudine
"E
piovono baci dal cielo
Leggeri
come fiori di melo" (Zucchero Fornaciari, “Indaco dagli occhi
del cielo”)
Antitesi
"Mio
fratello è figlio unico" (Rino Gaetano)
Anafora
"Ho
ancora la forza che serve a camminare,
ho
ancora quella forza che ti serve quando dici: “Si comincia !”
Ho
ancora la forza di guardarmi attorno (Luciano Ligabue, "Ho
ancora la forza")
Ossimoro
"A
te che hai reso
la
mia vita bella da morire" (Jovanotti, "A te")
Le
figure retoriche nelle poesie
Come
abbiamo detto le figure retoriche sono accorgimenti stilistici e
linguistici usati spessissimo dai poeti per rendere più viva ed
efficace una descrizione, un’immagine, una sensazione, una
emozione.
Vediamo
le figure retoriche in due tra le poesie più amate A Silvia e A
Zacinto.
A
Silvia è una lirica composta dal poeta Giacomo Leopardi (Recanati,
29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837). In questa lirica il poeta
ricorda una ragazza conosciuta nella giovinezza e morta di malattia;
tradizionalmente la fanciulla viene identificata con Teresa
Fattorini, figlia del cocchiere della famiglia Leopardi e morta di
tisi nel 1818, quando aveva vent’anni.
A
Silvia (testo)
DI
GIACOMO LEOPARDI
Silvia,
rimembri ancora
Quel
tempo della tua vita mortale,
Quando
beltà splendea
Negli
occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E
tu, lieta e pensosa, il limitare
Di
gioventù salivi?
Sonavan
le quiete
Stanze,
e le vie dintorno,
Al
tuo perpetuo canto,
Allor
che all'opre femminili intenta
Sedevi,
assai contenta
Di
quel vago avvenir che in mente avevi.
Era
il maggio odoroso: e tu solevi
Così
menare il giorno.
Io
gli studi leggiadri
Talor
lasciando e le sudate carte,
Ove
il tempo mio primo
E
di me si spendea la miglior parte,
D'in
su i veroni del paterno ostello
Porgea
gli orecchi al suon della tua voce,
Ed
alla man veloce
Che
percorrea la faticosa tela.
Mirava
il ciel sereno,
Le
vie dorate e gli orti,
E
quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua
mortal non dice
Quel
ch'io sentiva in seno.
Che
pensieri soavi,
Che
speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale
allor ci apparia
La
vita umana e il fato!
Quando
sovviemmi di cotanta speme,
Un
affetto mi preme
Acerbo
e sconsolato,
E
tornami a doler di mia sventura.
O
natura, o natura,
Perchè
non rendi poi
Quel
che prometti allor? perchè di tanto
Inganni
i figli tuoi?
Tu
pria che l'erbe inaridisse il verno,
Da
chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi,
o tenerella. E non vedevi
Il
fior degli anni tuoi;
Non
ti molceva il core
La
dolce lode or delle negre chiome,
Or
degli sguardi innamorati e schivi;
Nè
teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan
d'amore.
Anche
peria fra poco
La
speranza mia dolce: agli anni miei
Anche
negaro i fati
La
giovanezza. Ahi come,
Come
passata sei,
Cara
compagna dell'età mia nova,
Mia
lacrimata speme!
Questo
è quel mondo? questi
I
diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
Onde
cotanto ragionammo insieme?
Questa
la sorte dell'umane genti?
All'apparir
del vero
Tu,
misera, cadesti: e con la mano
La
fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi
di lontano.
L’ALLEGORIA
E L’INTERPRETAZIONE FIGURALE
L’ALLEGORIA
IN GENERALE
L’allegoria
è una figura retorica mediante la quale si attribuisce a un discorso
un significato simbolico e quindi diverso
da
quello letterale; infatti il termine deriva dal greco állei !
altrimenti e agorèuo ! parlo; quindi, letteralmente, equivale a
“dire
altro da ciò che si vuol significare”. Per una corretta
interpretazione delle allegorie e dei simboli occorre conoscere il
codice
culturale di riferimento, relativo alle varie epoche storiche: se
vediamo, ad esempio, raffigurata una colomba con
un
ramoscello di ulivo nel becco, noi occidentali la identifichiamo
ovviamente con il simbolo della pace, ma sicuramente
chi
appartiene a una diversa cultura (ad esempio un boscimano o un
ateniese del V secolo a.C.) non gli darebbe nessun
significato
o gliene attribuirebbe un altro.
L’ALLEGORIA
NEL MEDIO EVO
Il
procedimento dell’allegoria rivestiva particolare importanza per
gli uomini del Medio Evo, per i quali la realtà terrena
rimandava
sempre a un’altra, ultraterrena e provvidenziale. Essi vedevano
quindi, in ogni aspetto della realtà naturale, un
significato
simbolico. In tale età il mondo è infatti concepito in una
prospettiva esclusivamente religiosa e trascendente; i
segni
che Dio vi ha impresso devono essere opportunamente decifrati. Lo
storico Jacques Le Goff, per far comprendere
meglio
questo concetto, ricorda l’etimologia della parola simbolo
(simbolismo e allegoria nel Medio Evo sono assimilabili
tra
loro): il sy´mbolon era per i Greci un segno di riconoscimento, che
consisteva in un oggetto (di solito una moneta) diviso
a
metà fra due persone tra loro sconosciute: l’accertamento
reciproco della loro identità era affidato, al loro incontro, alla
perfetta
coincidenza delle due parti dell’oggetto. Il simbolo è dunque un
riferimento a un’unità perduta che dev’essere
ricomposta;
perciò è logico che ogni aspetto della realtà naturale rinvii a un
altro di quella soprannaturale, tale da corri?spondergli
perfettamente. Alla luce di questa mentalità si spiegano i
significati morali, le virtù o gli influssi negativi attribuiti
alle
pietre, alle bestie, alle erbe, di cui si trova ampia documentazione
nei lapidari, bestiari ed erbari medievali. Dio si è
dunque
rivelato agli uomini attraverso la realtà, gli oggetti materiali e
le Sacre Scritture; in entrambi i casi il significato
letterale
delle cose della natura o delle parole sacre si completa con il
significato allegorico. Dante, con la Commedia,
ha
voluto fare qualcosa di simile: in quest’opera, che è tutta una
lunga allegoria, i fatti storici e i personaggi hanno infatti
insieme
valore reale e allegorico. A questo proposito si parla più
propriamente di concezione figurale.
L’INTERPRETAZIONE
FIGURALE
Un
noto critico tedesco, Erich Auerbach, ha cercato di dare una
convincente motivazione al prepotente realismo
dantesco
che caratterizza anche l’aldilà. Egli ha osservato come nel Medio
Evo i fatti storici narrati nella Sacra Scrittura
fossero
interpretati come anticipazione di altri fatti storici che avevano un
particolare significato nella storia della salvezza.
Ad
esempio l’esodo degli Ebrei dall’Egitto, di cui si parla
nell’Antico Testamento, è un fatto storico, ma ne prefigura anche
un
altro, quello della liberazione dei cristiani dal peccato ad opera di
Cristo, fatto quest’ultimo che riguarda il Nuovo
Testamento.
Dunque il primo è “figura” del secondo e il secondo è
“adempimento” o completamento del primo. Questa
concezione,
propria dell’esegesi biblica, sta anche alla base della Commedia,
dove ciascun fatto o personaggio non signi?fica solo se stesso ma
anche l’altro di cui è figura, mentre l’altro è adempimento del
primo e in qualche modo lo com?prende. L’interpretazione figurale è
quella che intende stabilire un legame di questo tipo fra due
avvenimenti o persone.
ESEMPI
D’INTERPRETAZIONE FIGURALE .
Facciamo
qualche esempio. Uno dei fatti storico-politici più importanti nella
Commedia è rappresentato dalla monar?chia universale di Roma che,
secondo la concezione dantesca, è la prefigurazione terrena del
regno celeste di Dio. Infatti
Cristo
nacque solo quando il mondo fu riunito in pace sotto il dominio
romano di Augusto. Dunque l’impero universale di
Roma
è la figura, il regno di Dio nei cieli ne è l’adempimento. Il
Virgilio, poeta pagano, storicamente esistito, è figura di
quel
Virgilio, guida di Dante, le cui qualità essenziali sono la
razionalità e la sapienza volte al bene. Quest’ultimo Virgilio
è
adempimento dell’altro Virgilio, ma entrambi mantengono una loro
realtà, sia nel mondo terreno sia in quello celeste.
Tra
l’altro la figura terrena del poeta latino era già orientata verso
quella che sarebbe stata la sua funzione nell’aldilà; nel
Medio
Evo infatti, come abbiamo già notato, Virgilio era considerato
profeta della nascita di Cristo.
CONCEZIONE
FIGURALE, SIMBOLISMO, ALLEGORIA.
Questa
concezione è diversa dal simbolismo in senso moderno o anche dalla
semplice allegoria, in quanto in questi
due
casi il primo elemento sta al posto di un altro pur senza avere
necessariamente una sua realtà storica. Ad esempio
il
veltro dantesco è una semplice allegoria, in quanto il simbolo
generico e astratto del cane è assunto a indicare un rifor?matore
morale e politico; invece Beatrice è figura, in quanto ha avuto una
sua realtà esistenziale terrena, nel corso della
quale
si era già delineato quel significato di rivelazione e di Grazia
divina, che lei stessa avrebbe assunto nella realtà ultra?terrena;
già sulla Terra Beatrice era stata infatti per Dante lo strumento
che lo aveva indirizzato al bene e quindi verso Dio
LA
CONCEZIONE FIGURALE RIGUARDO AI VIVENTI E AI DEFUNTI.
Nel
Medio Evo, e in parte anche nella Commedia, il simbolismo e
l’allegorismo sono talvolta astratti, ma dominante,
soprattutto
nell’alto Medio Evo e in Dante, è il realismo figurale in base al
quale il mondo ultraterreno è la realizzazione
del
disegno divino, di cui gli avvenimenti e i personaggi terreni sono
figure in attesa di attuazione. La realtà terrena è in
potenza,
quella celeste è in atto. Ciò vale anche per le anime dei defunti,
che solo nell’aldilà si realizzano pienamente,
mentre
nel mondo furono solo la figura di questa realizzazione, per cui la
provvisorietà umana ha bisogno di essere
completata
nell’ambito divino. Ad esempio Catone Uticense in vita fu il
difensore e propugnatore (o figura) della libertà
politica,
ma ai piedi del purgatorio è tutore della libertà dal peccato
(adempimento) per le anime che hanno accesso al
secondo
regno. In questo caso l’interpretazione figurale è l’unica
spiegazione valida all’apparentemente contraddittoria
presenza
di un pagano, per di più suicida, in purgatorio.
ALLEGORIA
DEI TEOLOGI E ALLEGORIA DEI POETI.
Quella
che adopera Dante in definitiva è l’allegoria dei teologi, quella
cioè in cui i fatti hanno valore storico anche per
quel
che riguarda il senso letterale, oltre ad avere un significato
trascendente di cui il primo è figura; l’allegoria dei poeti
invece
è quella in cui il senso letterale dei fatti di cui si parla è
immaginario, frutto di fantasia, ed è giustificato solo dal
significato
allegorico al quale rinviano. L’originalità dantesca consiste nel
fatto di aver immaginato come già adempiuta
la
realtà figurale in quanto la realtà ultraterrena, di cui Dante
prende consapevolezza nel suo viaggio nell’aldilà, viene
collegata
con i fatti storici e terreni secondo l’interpretazione figurale;
questi ultimi quindi, alla luce della prospettiva
dell’eterno,
assumono un altro significato.
INFERNO
- CANTO I
M2
MICROSAGGIO
2
LA
CONCEZIONE SIMBOLICA DEI NUMERI NELLA COMMEDIA: IL NUMERO TRE
LE
OCCORRENZE DEL NUMERO TRE
Nel
corso del primo canto abbiamo incontrato tre fiere: perché proprio
tre e non due o una o cinque? La scelta del
numero
tre e dei suoi multipli da parte di Dante non è casuale ma
significativa e ricorrente in tutto il poema, composto
appunto
da tre cantiche (Inferno, Purgatorio, Paradiso) corrispondenti
ciascuna a uno dei tre regni dell’oltretomba. Questi
ultimi
risultano suddivisi rispettivamente in nove cerchi (inferno), nove
balze (purgatorio), nove cieli (paradiso). Se poi
osserviamo
il numero dei canti, ci accorgiamo che quelli del Paradiso sono
trentatré, altrettanti ne ha il Purgatorio, ma
non
altrettanti l’Inferno che ne ha trentaquattro. Sembrerebbe infranta
la regola del numero tre; in realtà il primo canto
dell’Inferno
è proemio a tutta l’opera ed è come se appartenesse al poema nel
suo insieme, per cui la regola è rispettata; le
conferme,
per altro, sono numerosissime. Ciascun canto è infatti suddiviso in
strofe di tre versi o terzine. Tre sono le donne
benedette
(Beatrice, santa Lucia e la Madonna, Inferno, II, v. 124) che si sono
mosse per soccorrere Dante sulla via della
perdizione.
Tre sono le guide del pellegrino, Virgilio, Beatrice, san Bernardo.
Tre sono le gole del demonio Cerbero, il guar?diano del terzo
cerchio, dove scontano la pena i golosi (Inferno, VI, v. 14). Tre le
furie dai volti insanguinati che appaiono
a
Dante sotto le mura della città di Dite (Inferno, IX, v. 38). Tre le
facce di Lucifero, il principe dei demoni che compare al
fondo
dell’imbuto infernale (Inferno, XXXIV, v. 38), e si potrebbe
continuare con molti altri esempi. Degno di nota anche
il
fatto che ogni gesto, a cui si attribuisce un significato rituale, è
spesso contrassegnato da questo numero. Ad esempio,
quando
Dante si trova all’ingresso del purgatorio e di fronte a lui sta
l’angelo guardiano, si batte il petto tre volte in segno di
pentimento
(Purgatorio, IX, v. 111); ancora, quando nel cielo delle stelle fisse
Beatrice prega i beati di accogliere Dante al
convivio
della sapienza divina, uno di loro, san Pietro, gira tre volte
intorno a Beatrice, prima di interrogare Dante sulla fede.
IL
PERCHÉ DELLA SCELTA DEL NUMERO TRE.
Dunque
a cosa è riconducibile l’occorrenza di tale numero? Dante si rifà
in parte alla filosofia pitagorica, in base alla
quale
il numero è essenza di tutte le cose e la realtà è riducibile a
numeri. Per comprendere la realtà stessa occorre
ridurla
a quantità misurabile (geometria) e numerabile (aritmetica). Tutti i
numeri, secondo i pitagorici, sono suddivisi
in
due classi, dei pari e dei dispari. Il pari è rappresentato dal due
ed è considerato numero aperto e illimitato; il dispari
è
rappresentato dal tre ed è considerato perfetto, limitato e in sé
concluso. A questa concezione si aggiunge la teologia
trinitaria
che occupa una posizione centrale in tutta l’opera dantesca: il
numero tre, in altre parole, viene ricondotto al
mistero
della Trinità, in base al quale Dio è uno e trino nello stesso
tempo, in quanto Padre, Figlio e Spirito Santo sono
uniti
in un’unica sostanza. Il numero tre viene a configurarsi così come
numero sacro. Di ciò si ha anche testimonianza
nella
Vita nuova, nella quale esso viene spesso messo in relazione con
Beatrice. Dante la incontra per la prima volta
quando
lei ha nove anni (nove, multiplo di tre), mentre lui è alla fine del
nono anno di vita (cioè sta per compiere nove
anni),
e di nuovo la incontrerà, per la seconda volta, dopo nove anni;
inoltre il primo saluto avviene all’ora nona del giorno.
NE
DO UN PASSAGGIO DI COME LA PENSO .
CON
QUESTA MIA POESIA PRENDO OCCASIONE PER DIRE DUE COSUCCE UN PO'SCOMODE
PER ALCUNI, ALCUNE : C'E GENTE PARTICOLARMENTE STRANA OVE FA DELLO
OSTRUZIONISMO LETTERARIO O MEGLIO EGOISMO ENFATICO CON LA POESIA CON LA PROSA ,FORSE NON CAPISCONO
L'IMPORTANZA PER ESSA , DELL'ESSERE UMILI PER UNA SEMPLICE POETICA
DA CAPIRE E CONQUISTARE CON PASSIONE E TANTO IMPEGNO.QUESTO COMPORTA
DISTACCO A VOLTE INDIFFERENZA .IL VOLERE PER FORZA NON APPARTIENE A
NESSUNO ,NON UNISCE MA DISGRECA .INOLTRE MI SONO ACCORTO OLTRE LA
IPOCRESIA C'E' L'ESUBERANZA DEL PREVALERE DEL DIMOSTRARE ,E
MOSTRARSI A TUTTI I COSTI CAPACI E UNICI ,ANCHE QUI E' SOLO ARIA
FRITTA . DUNQUE FACCIO PAUSA DI RIFLESSIONE E SCRIVO QUESTA
NARRAZIONE , MI ESCLUDO DAI DINIEGO LASCIANDO LA TANTA BORIA AI
FALSI ORATORI .
A
VOLTE LE DISTANZE VENGONO FATTE DALLE DIFFERENZE ,DALL'INVIDIA
DALL'ODIO , DAL MAL DI VIVERE ,MA TUTTO CIO' NON VIENE MENO LA POESIA
ESSA E' LA GRANDE SCENA OVE IL CUORE MAI L'ABBANDONA .
NEL
TEMPO PER LA GRANDE LIRICA SI LOTTA PER AVERLA NELL'ANIMA , A
SPINTONI SI ABBELLA DI PAROLE E CONCETTI DI IMMAGINI E FIORI DI
AMORE E PASSIONE E MAI, DICO MAI NESSUNO LA PUO' DISTRUGGERE .
PER
I VARI MOTIVI , PRIMO : LASCIARE UNA TRACCIA DI ME ,DI TANTI DI VOI
NELLA STORIA DELL'ARTE POETICA , SECONDO PER CONTUNUARE CON VOI UN
PERCORSO NOBILE E FARE GRANDE LA POESIA , TERZO PERCHE' IL MAI
ARRENDERSI E' SINONIMO DI FERMEZZA E VOLONTA' OVE LA COSTANZA FA
GRANDE L'INDIVIDUO ,IL PIACERE DI DIRE , IO C'ERO -
Non
si muore per amore .
La
vigliaccheria gira tra la gente
pur
di farsi notare fanno a gare di sapere ,
si
posano ,si vendono a buon mercato
con
facce idiote tirano a se il già venduto .
Ma
andate al Diavolo !
Non
si muore per amore , è tutta scena :
è
come abortire le pietose lacrime
che
dal falso viso scendono inutili .
Non
si muore per amore
altro
ci vuole per crepare ,
per
dannarsi e sporcarsi di vergogna
altro
ci vuole per essere sincero,
per
riporre nei perigli i funebri orgogli .
Non
si muore per amore
a
fare vibrare di passione il dorso dei cocciuti ,
degli
insipidi abbagli ,bianchi e smorti sogni
a
esondare sangue nei ruscelli puri e ghiglie .
E'
solo abisso tra i miseri , tra le vittime l'odio
s'inclina
l'anima redenta ,fuma fuoco ,
geme
ostinate essenze nel dispotico cranio
verso
il cielo lancia l'atroce urlo .
Giovanni Maffeo Poetanarratore .
Trovai la mia dimensione ,la pace tra gli acidi e i nemici delle stelle ,la scoperta della donna che per anni fu il mio tabù i languidi baci e le carezze fascinose ,le pochezze misere e l’ebbrezza dei fremiti ,il sadico sesso e il romanticismo ,la prevalenza e l’imbarazzo ,la delusione e l’amarezza .Presi in mano la scatola della coscienza e l’aprii ,di cui ne ignoravo l’esistenza ,la osservai con attenzione ,che cos’è mi chiesi ?Me lo chiesi più volte ,al fine ne trassi il significato :tutto era misero ,ognuno ha il suo sfogo, pensa a se e si ubriaca di sola convinzione ,non ha l’altruismo consapevole ,né il sentimento .Cavalcai dunque l’onda e sperai ,di essere famoso ,per dettare l’altrui mio pensiero ,con l’eccentrico mio fare ,la sensibile attenzione e volevo il meglio mio e d’altri ancora .
Trovai la poesia , la mia .
L’incontro con la poesia ebbe inizio nel lontano 1990 tra le espirazioni dovute ai miei avi ,nel intenso fluire di un quotidiano ,fatto di lavoro e studio genealogico . Si possono analizzare le forme con cui mi dilettai nelle varie scritture poetiche ,poi anche narrativa . Eternarne da ciò che ci circonda ,da ispirazioni amorose e fatti sociali e altro .si pone dunque la tecnologia come prima fase di conoscenza a rimedio di molte evenienze e comunicativa , ma la poesia rimane chiusa e assistiamo all’affievolirsi dell’immaginazione poetica ove sempre più i sentimenti fuggono dalla sensibilità ,all’emozione .,a causa della sostanza ,della significanza pura ,del punto di riferimento artistico ,poetico ,umano . Codice insostituibile dello stesso esistere che è la parola .Essa dunque racchiude significati ,esprime energia evocativa ,di immagini , sensazioni emozioni,elementi essenziali per la composizione poetica .Provoca risonanze ,echi che infatuano , coscienti e incoscienti collegando l’invisibile al visibile ,alla fantasia dell’ineffabile l’udibile silenzioso .
Parola che và oltre il testo scritto ,quindi sentita ,amata ,come nell’ eucarestia la rinascita della fede ,dell’amore .Ho l’impressione che siamo in una epoca ove la pochezza è alchimia ,è dolo alla sacra scrittura e non solo ,al valore umano ove la poesia resta prigioniera .Dunque la parola è poesia ,la significanza vera ,il filo conduttore che pugna fedeltà a chi ci crede e la scrive ,la forte fedeltà che emana passione ove il concetto lotta silenzioso e tenace per dare al lettore la migliore enfasi ed emozione .Da questo mio concetto introduttivo rivolto alla poesia , alla parola scrivo e narro il viaggio del poeta ,Un romanzo di pochi capitoli ,ma efficace a dare e a dire il senso per chi per esso si prodiga e racconta la sua storia .
Buona poesia buona lettura .
FURI C'E' LA NEBBIA .
(Succede in questo tempo anni del signore 2019.)
Fuori c'è la nebbia ,non vedo i miei passi
mi sono perso , datemi aiuto ...
ho smarrito il mio credo la parola tra gli umani,
l'amore è il fatto compiuto delirato dalla debolezza.
Fuori c'è l'indifferenza il vomito dei dannati
il degrado fazioso causato dalla politica ,
il fantasma della vita che ci rincorre fino alla morte
non trova pari nel deserto del perdono .
Fuori c'è la noia d'incoscienza è la vigliaccheria
su platee di fantasia si crede di volare ,
si muore su strade parallele ove la vita non ha valore
piangono i padri ,le madri ai loro tempi a un valore han creduto.
C'è la paura la perdizione la tentazione d'essere i migliori
l'opportunismo è dietro l'angolo fa poveri i veri sognatori
essi son poeti dal mondo rifiutati ,
sono i gloriosi che narrano la vita ,la creazione.
Fuori c'è la finzione ,il falso buonismo
la guerra tra gli stessi consanguinei ,
il snobismo la presunzione il vizio volgare
l'amore è un sogno di tanti innamorati .
C'è il deserto , la corsa all'oro
il condannato dopo un'ora viene fuori di galera ,
c'è il purgatorio ove l'attesa ha la lunga fila
il periglioso atto si consuma nell'osceno .
SI, fuori la strada ha tanti bivi e binari
ognuno prende la sua meta destinazione ignota ...
c'è la nebbia degli sconosciuti
uniti, potrebbero essere felici .
Dio , fa che questa sera torno alla mia casa .
Giovanni Maffeo Poetanarratore .
La poesia (dal greco ποίησις, poiesis, con il significato di "creazione") è una forma d'arte che crea, con la scelta e l'accostamento di parole secondo particolari leggi metriche (che non possono essere ignorate dall'autore), un componimento fatto di frasi dette versi, in cui il significato semantico si lega al suono musicale dei fonemi. La poesia ha quindi in sé alcune qualità della musica e riesce a trasmettere concetti e stati d'animo in maniera più evocativa e potente di quanto faccia la prosa, in cui le parole non sottostanno alla metrica.
La lingua nella poesia ha una doppia funzione: - Vettore di significati - con contenuti sia informativi sia emotivi; - Vettore di suoni. Per svolgere efficacemente questa duplice funzione, la sintassi e l'ortografia possono subire variazioni rispetto alle norme dell'Italiano neostandard (le cosiddette licenze poetiche) se ciò è funzionale (non solo estetico) ai fini della comunicazione del messaggio.
A questi due aspetti della poesia se ne aggiunge un terzo quando una poesia, anziché essere lettadirettamente, è ascoltata: con il proprio linguaggio del corpo e il modo di leggere, il lettore interpreta il testo, aggiungendo la dimensione teatrale della dizione e della recitazione. Nel mondo antico - ed anche in molte culture odierne - poesia e musica sono spesso unite, come accade anche nei Kunstlieder tedeschi, poesie d'autore sotto forma di canzoni accompagnate da musiche appositamente composte.
Queste strette commistioni fra significato e suono rendono estremamente difficile tradurre una poesia in lingue diverse dall'originale, perché il suono e il ritmo originali vanno irrimediabilmente persi e devono essere sostituiti da un adattamento nella nuova lingua, che in genere è solo un'approssimazione dell'originale.
«Solo la poesia ispira poesia»
Un poema epico è un componimento letterario che narra le gesta, storiche o leggendarie, di un eroe o di un popolo, mediante le quali si conservava e tramandava la memoria e l'identità di una civiltà o di una classe politica.
Il termine "epica" deriva dal greco ἕπος (epos) che significa "parola", e in senso più ampio "racconto", "narrazione".
L'epica narra in versi il mythos (mito), cioè il racconto di un passato glorioso di guerre e di avventure. L'epica è la prima forma di narrativa, ma non solo: costituisce anche una sorta di enciclopedia del sapere religioso, politico ecc. Essa veniva trasmessa oralmente con un accompagnamento musicale da poeti-cantori.
I poemi epici di tutte le letterature si basano su un patrimonio di miti preesistente; i più antichi poemi epici che si conoscono sono i mesopotamici Atrahasis e l'epopea del re di Uruk, Gilgamesh. I poemi epici più famosi in occidente sono: il ciclo di Re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda, la chanson de Roland, l'Iliade, l'Odissea, l'Eneide, la canzone dei Nibelunghi, l'Orlando furioso .
Nella liturgia cattolica, la sequenza, spesso chiamata anche col suo nome latino sequentia, è un componimento poetico musicale liturgico che veniva recitato o cantato nella celebrazione eucaristica solenne prima della proclamazione del Vangelo.
Dal punto di vista letterario, la sequenza rappresenta la prima forma di testo rimato, all'origine di tutte le forme poetiche moderne.
La sequenza appartiene al proprio della messa: il suo testo quindi varia a seconda dell'occasione liturgica celebrata. Viene recitata (o cantata) al termine della seconda lettura mentre l'assemblea rimane seduta fino al suo termine e all'Alleluia che acclama al Vangelo ci si alza, chiamata da me anche poesia spirituale .
RIDATEMI DIO .
Nella pietà dell'anima evoco la vita
con la mia lirica entro nei cuori dei persi …
dei poveri illusi ,i mancati , la fresca sposa ,
do loro la pietà del mio vissuto ,la luce ai morti .
Ridatemi DIO !
Egli è il mio signore …
nella giovinezza mi ha dato la saggezza dei vecchi olivi
il faro per brillare la mia luce ,
nel mio giardino la stagione dei frutti nuovi .
Ridatemelo !
Voi che del sogno ne fate incubo …
voi che dell'amore calate pietoso il velo,
l'adulterio mai da frutto ,
ha in bocca i falsi versi l'impuro appetito .
Si voi ,cani a guinzaglio vapori di fumo
cocciuti commedianti dannati serpenti
inginocchiatevi davanti al sentimento ,
fate lacrimare il cuore le cui fibre sono le vertigini .
Ridatemi Dio …
il mio padre il mio beato
l'essenza che medita la sapienza ,la ragione, l'intelligenza ,
egli penetrerà nella mia anima mi aprirà i suoi sentieri
con la forza del vento aprirà le porte alla mia fantasia .
Vieni dunque oh re dei buoni
porta alla mia bocca parole sagge ,
fammi cantare la tua lode
ove io banditore del nulla ascolto i tuoi echi .
Giovanni Maffeo .Poetanarratore .
Fu Tempo fa che cominciai a scrivere poesia a risvegliare in me il tempo dei desideri , dei negati sogni ,dei sospiri assopiti per una amata .
Fu molto tempo fa , a raccontare di me , le mie avventure , le gioie , le malinconie
Smisurati i stati d’animo , le mie braccia lontano si protrassero ,
In mio soccorso vennero le nuvole ,ebbi il tempo mio e nessun danno mi fu fetido .
Vennero le grandi scene ,traghettavo la mia culla verso la cultura ,verso la mia poesia
Le muse si tennero distati ed ero solo a raccogliere la musica .
Solo l’anima mia mi dette sostegno a vincere il mio embrione che mia madre m’ha lascito .
Fu molto tempo fa ,ed ora colgo forme di plausi fermi ,di occhi distanti e sorrisi su bocche
innocenti , con caparbia ,con impegno duro ,la mia lirica crebbe ,bilanciata e florida ,piena .
Fu molto tempo fa ,le mie amanti ,le pie donne ,le nebulose dell’eterno ,le vergini sante ,le
concubine dell’amore .Oh l’amore !Tutti lo inneggiano pochi lo praticano ,l’amore ….
Mi dettero trastullo , fremiti e orgasmi ,spintonandomi caddi nel burrone , nella selva perdevo
il mio senno ,poi , si , poi ebbi tremori sulla mani ,mi soffocarono le labbra Nei pori della pelle .
Fu molto tempo fa che posai fiori nel giardino ,tra le aiuole e viticci di sottobosco ,
Seminai la mia vita ,convinto che un giorno ti avessi incontrata ,mentre afferro superbamente
i miei giorni estremi .Fu molto tempo fa .
La
poesia dunque prende forma nell'individuo saggio , il nobile di cuore
,esso è l'artefice che nel tempo sviluppa i saggi migliori ,la prosa
con cui dialoga e propone il senso logico della vita .La magnifica
poesia ove dalle espiazioni ,dalle ispirazioni nascono le melodie
,le musiche i canti ,come detto nei trascorsi i cantici biblici dei
grandi oratori .
La
poesia (dal greco ποίησις, poiesis, con il significato di
"creazione") è una forma d'arte che crea, con la scelta e
l'accostamento di parole secondo particolari leggi metriche (che non
possono essere ignorate dall'autore), un componimento fatto di frasi
dette versi, in cui il significato semantico si lega al suono
musicale dei fonemi. La poesia ha quindi in sé alcune qualità della
musica e riesce a trasmettere concetti e stati d'animo in maniera più
evocativa e potente di quanto faccia la prosa, in cui le parole non
sottostanno alla metrica.
La
lingua nella poesia ha una doppia funzione: - Vettore di significati
- con contenuti sia informativi sia emotivi; - Vettore di suoni. Per
svolgere efficacemente questa duplice funzione, la sintassi e
l'ortografia possono subire variazioni rispetto alle norme
dell'Italiano neo standard (le cosiddette licenze poetiche) se ciò è
funzionale (non solo estetico) ai fini della comunicazione del
messaggio. Si ,le licenze poetiche formano in senso del contenuto
,ovvero permettono al poeta di debordare un concetto e completarlo in
una maniera esplicita e vera , anche se dall'ispirazione si vuole
fantasticare ,la licenza poetica permette un realismo ove tutto si
fonde con fantastico .Aggiungo le figure poetiche ,esse amplificano
il tutto con una discrezione del concento in cui si va a scrivere
e da ad esso l'immaginario attraverso la discrezione poetica e ne fa
completezza .
A
questi due aspetti della poesia se ne aggiunge un terzo quando una
poesia, anziché essere letta direttamente, è ascoltata: con il
proprio linguaggio del corpo e il modo di leggere, il lettore
interpreta il testo, aggiungendo la dimensione teatrale della dizione
e della recitazione; e cioè il declamare ove come detto sopra si
completa il testo orale .
Nel
mondo antico - ed anche in molte culture odierne - poesia e musica
sono spesso unite, come accade anche nei Kunstlieder tedeschi, poesie
d'autore sotto forma di canzoni accompagnate da musiche appositamente
composte.
Queste
strette commistioni fra significato e suono rendono estremamente
difficile tradurre una poesia in lingue diverse dall'originale,
perché il suono e il ritmo originali vanno irrimediabilmente persi e
devono essere sostituiti da un adattamento nella nuova lingua, che in
genere è solo un'approssimazione dell'originale. E' vero anche che
non solo bisogna sentire interiormente i suoni ,ma nello scrivere
attraverso il sentire dare il giusto ritmo ai versi creandone la
giusta forma alla strofa .
Qui
in una mia ne evidenzio l'esempio .
Quando
gli angeli non piangono .
Nella
foresta del cielo c'è l'angelo buono
egli
è il cherubino ….
il
guardiano della luce e delle stelle
del
sagrato olimpo ove casa l'onnipotente .
Ove
Dio dettò le tavole della legge
i
perpetui comandamenti sul bene e il male ,
ove
ebbe l'inizio l'esodo del popolo cristiano
la
terra promessa ancora in subbuglio .
E
tra le foreste della terra e del mare
gli
elfi , gli eroi della natura creature schiave
consiglieri
spirituali i delicati angeli ,
con
voce melodiosa amano la poesia gli eccelsi canti .
Ma
quando gli angeli non piangono ti fan sorridere
li
porti con te sul mare dei sogni …
li
conduci su vette bianche ove radica l'edera verde ,
quando,
gli manifesti il tuo dolore i tuoi pensieri.
Sono
i custodi del tuo tenero bacio
su
un manto erboso ti han lasciato la loro ala ,
da
una scelta umile l'eco di un battito ...
danno
l'abbraccio ai poveri ove tu sei la perla rara .
Tu
dunque che sei luce confusa il desiderio malato
il
pianto accecato da versi proibiti di note scordate ,
non
sai vedere , non sai cogliere le rapide scosse ?
Le
crepitante fiamme dell'amaro presagio .
Fatti
Angelo oh donna !
Vieni
con me in paradiso lì saliremo su i rami
tra
i nidi dei pavoni e i biancospini ,
ove
la sera si odono I frullii d'ali
ove
la foglia d'autunno muta ogni battito del cuore .
Vieni
e vola , apriti all'amore
al
vento, al mio abbraccio eterno.
Giovanni Maffeo Poetanarratore .
Preghiera
Poesia
spirituale - lode a Dio -
E
fiorì Gerusalemme tra gli olivi ,
Il
grande sepolcro liberò il cristo …
Da
lui nacque , il segno della croce ,
Gli
animi esortò e fu preghiera .
E
si diffuse nel creato una voce ,
Era
Dio ,che parlò agli uomini …
Gli
dettò le sue sacre leggi ,
Fu,
il suo , verbo della pace .
Dettò
i dieci comandamenti !
Le
regole dei diritti e doveri ,
Io
sono il Dio tuo,
Non
essere falso, e non rubare .
Dettò
, l’amore !
La
speranza ove cresce vita ,
Di
umiltà , il degno merito ;
Di
ubbidienza , l’io medesimo .
Vieni
dunque Dio , vieni a salvarmi …
Vieni
signore ,ti aprirò la mia casa ;
Sono
io il peccatore , e non ho la stabile dimora ,
In
te cerco , quella futura .
Il
tuo sole irradia il mondo !
Da
te creo , da te fu creato ,
Sono
amorevoli le tue parole ;
Si
cantano ,nei beati cori .
Vieni
o Signore , e benedici i nostri cuori ,
Benedici
la donna …
La
genitrice che genera vita ,
Figlia
, madre , sposa …
Serpeggia
vanità , sui campi elisi .
Femmina
, col il tuo seno , amore nutri ,
Passione
sacra , doni …
E
tu uomo prega ,
La
bontà in te è immensa …
L’amore
per te sospira .
Ed
è in verità e zelo ,in lodi ti ispiri ,
È
nostro Dio ,re , e signore dell’universo …
Abbi
pietà ,del nostro incerto ,
Dacci
cibo ,per elargire pane ,
Dacci
, la tua benedizione …
Per
essere più buoni.
Giovanni
Maffeo Poetanarratore .
Come
noterete il ritmo del testo è classificato dalla metrica ritmo lento
o calmo ove lo stesso da al lettore una lettura musicale ,cadenzando
il fine d'ogni verso, completa attraverso la forma stessa il suono
ritmico che se ne parlava prima .
E
dunque .La poesia lirica (Lyrica) è la definizione generale di un
genere letterario della poesia che esprime in modo soggettivo il
sentimento del poeta ed attraversa epoche e luoghi vastissimi.
Nell'antica
Grecia, la poesia lirica era quella che si differenziava dalla poesia
recitativa per il ricorso al canto o all'accompagnamento di strumenti
a corde come la lira.
Infatti
ancora oggi si danno dei sottofondi adatti al testo differenziandone
i suoni musicali a secondo il tema della poesia : tema AMORE , TEMA
SOCIALE , TEMA SPIRITUALE E altri
che
gli stessi si fondono con la voce di chi la declama ,preferibilmente
lo strumento più adatto è il pianoforte ,ove una musica classica
melodica da ottimi risultati.
Ho
sempre sostenuto che la poesia va accompagnata dalla musica essa è
anche la madre della canzone e la ispiratrice dei cosiddetti RITMI
di cui ne citavo prima : lento, calmo , veloce e altri .Questi
appunto , d'obbligo per la canzone con i suoi arrangiamenti
musicali, e la stessa poesia con gli adattamenti ritmici dettati
metrica .
Ai
grammatici alessandrini si deve il canone dei più illustri
rappresentanti del genere lirico. Costoro operarono una scelta tra
gli autori di composizioni intonate sulla cetra da una sola persona e
quelli guidati da un gruppo corifeo.
Nella
lirica monodica vengono così annoverati tra gli eccelsi Alceo,
Saffo, Anacreonte, mentre nella lirica corale, Alcmane, Stesicoro,
Ibico, Simonide, Bacchilide, Pindaro. Rifacendosi al significato
letterale dell'aggettivo "lirico", gli alessandrini
tralasciarono gli scrittori di elegie, come Tirteo, Mimnermo, Solone
o di giambi, come Archiloco e Ipponatte.
Infatti
i giambi e le elegie venivano recitate e l'elegia era anche
accompagnata da un sottofondo di flauto (aulos). Nell'usare oggi
l'espressione "lirici greci" si fa però riferimento, in
senso più lato, a tutto un modo di produrre versi che copre in
Grecia l'arco di due secoli, il VII secolo a.C. e il VI secolo a.C.
La
poesia greca di questi due secoli è accomunata da due
caratteristiche. La prima consiste nel fatto che l'autore, pur
rispettando i limiti del genere, si muove al suo interno con estrema
libertà e la seconda è che essa si distingue per la sua oralità.
Essa viene "detta" ed è destinata alle orecchie, come dice
Platone in una definizione della Repubblica.
Lo
stile si distingue per la brevità dei periodi ben allineati e senza
difficoltà sintattiche e per le molte metafore destinate a rimanere
incise nella memoria.
Il
motivi che ispirano la lirica greca sono molteplici. Vi sono
componimenti dedicati agli dei (inni), in onore di Dioniso
(ditirambo), di Apollo (peani). Alle divinità femminili vengono
dedicati i parteni, i vincitori di gare vengono esaltati negli
epinici e l'ospite patrono negli encomi. I treni e gli epicedi sono
riservati alle consolazioni funebri e ai compianti, gli epitalami e
gli imenei alle nozze, gli scolii ai banchetti, alle danze mimiche
gli iporchemi e alle processioni i prosodi. Non vi sono
delimitazioni, per cui ogni poeta può spaziare in più campi e
utilizzare i moduli di un componimento anche in un altro.
L'elegia
e il giambo, di matrice ionica, sono caratterizzati da serie
continuate di versi, dagli esametri e pentametri dattilici ai
trimetri giambici e ai tetrametri trocaici.
La
melica monodica non va oltre l'aggruppamento di strofe composte da
quattro versi, mentre quella corale procede per stanze, strofe,
antistrofe ed epodo.
Nella
lirica monodica il linguaggio è il dialetto dello scrittore, mentre
la lirica corale preferisce usare il dorico, considerato linguaggio
letterario internazionale.
Dopo
il V secolo a.C. la lirica subisce una grande trasformazione ad opera
degli alessandrini che compongono carmi raffinati destinati a persone
colte.
LA
LIRICA LATINA . I poeti romani prendono spunto dai lirici greci e
dagli alessandrini però le strutture e i temi sono differenti, come
si può constatare in Catullo, Orazio, Properzio e Ovidio. L'opera di
Catullo è composta da carmi diversi l'uno dall'altro e basata su una
molteplicità di ritmi metrici e di contenuti che spaziano
dall'epopea amorosa a quella mitologica. L'opera di Orazio si
sviluppa in due dimensioni: da un lato le Satire e le Epistole,
componimenti in esametri di ispirazione moralizzante, dall'altro le
Odi, canti lirici dedicati alla virtù romana e all'amore. Ma è
proprio analizzando la poesia di Orazio che si constata la differenza
tra il mondo greco e quello romano. Mentre per i greci la lirica,
caratteristica di un periodo pieno di fermento, va oltre le
definizioni fissate dalla scuola, in campo latino essa diventa una
vera e propria categoria tanto da essere preceduta, come in Publio
Papinio Stazio, da una prefazione in prosa. Properzio compose quattro
libri di Elegie narranti amori contrastati e impossibili. Ovidio
scrisse Elegie e libri dedicati alla pratica dell'amore, oltre ad
Epopee cosmogoniche.
LA
LIRICA CINESE . Esiste un patrimonio di liriche nella letteratura
cinese antica. Abbraccia un periodo vastissimo che inizia con la
grande raccolta intitolata Libro delle Odi, i cui componimenti (sono
305) datano dal 1753 a.C. al 600 a.C. La composizione di questo tipo
di poesia prosegue, con uno stile che al lettore occidentale può
apparire immodificabile per secoli, fino al XIII secolo. Il Libro
delle Odi (Shi Jing 诗经)
è uno dei "cinque classici", dei quali fa parte anche il
notissimo "Classico delle Mutazioni" (Yi Jing 易经
),
sopravvissuti all'oblio e alle distruzioni ideologiche ad opera del
primo imperatore Qin, Qin Shi Huangdi. L'inserimento di questo e
altri libri nel canone della grande letteratura cinese antica avvenne
durante la Dinastia Han (206 a.C. - 221 d.C.). Secondo gli
intellettuali han, le poesie, o almeno la loro scelta nel patrimonio
preesistente, sono di Confucio stesso. È in generale impegnativa la
traduzione della metrica cinese in lingue flessive come l'Italiano e
le altre lingue indoeuropee, oltre che per la scarsa conoscenza della
lingua originaria in Europa, anche e soprattutto perché il Cinese è
una lingua prevalentemente monosillabica.
Nell'età
medievale.
La
lirica occidentale moderna nasce in Provenza dove, dalla seconda metà
dell'XII fino al primo quarto del XIII, fiorisce la poesia dei
trovatori, che cantavano la gioia dell'amore in particolare il
fin'amor (l'amore perfetto).
I
provenzali accompagnano le loro poesie con il liuto ed elaborano
particolari metri, come la ballata, il discordo, l'alba, la
pastorella, che esaltano la forma musicale del componimento.
Il
motivo principale è il corteggiamento della donna innalzata e
sublimata in pura "femminilità" che influenzerà tutta la
successiva lirica, dal Minnesang tedesco alla poesia della scuola
siciliana, fino agli stilnovisti e a Petrarca.
In
età moderna .
In
età moderna, per il tramite del Medioevo è giunta a noi
l'interpretazione del genere letterario impostata dagli autori
latini, cioè di poesia che esprime emozioni e sentimenti soggettivi.
La lirica europea del XVIII è influenzata dalla cultura e dal gusto
dell'Illuminismo con la sua fede nella ragione ma con grandi
concessioni al sentimento, mentre dalla seconda metà del secolo
nuovi fermenti si manifestano ponendo al centro dell'arte le attività
fantastiche, sentimentali e religiose facendo trionfare le passioni e
il culto per il Medioevo.
Al
Romanticismo seguono altre correnti letterarie tra le quali
annoveriamo il Decadentismo che scopre le sensazioni pure e
immediate, l'inconscio sotterraneo alla ragione, il gusto dei misteri
dell'uomo e delle cose, il Simbolismo. Il Surrealismo con il suo
libero scorrere del pensiero da un'immagine ad un'altra, tutto
proteso verso quella verità che sfugge alla coscienza ma che è
insita nelle cose apporta un'altra ventata di innovazione alla lirica
europea.
Elementi
costitutivi della poesia lirica e linguaggio poetico , esempi .
Gli
elementi che costituiscono la poesia lirica si possono dividere
essenzialmente in tre gruppi: gli aspetti strutturali, che
comprendono il verso, la rima, la strofa, il ritmo e lo schema
metrico; gli aspetti lessicali e sintattici, che comprendono la
scelta delle parole e il loro ordine, e le figure retoriche, come la
similitudine, la metafora, l'allitterazione, l'onomatopea, la
sinestesia e la metonimia.
La
poesia è caratterizzata da elementi propri: gli aspetti strutturali
o metrici. I più importanti sono il verso, la rima, la strofa, il
ritmo e lo schema metrico.
Il
verso può essere definito la riga della poesia, in quanto non si va
a capo occupando tutto lo spazio a disposizione, ma secondo il ritmo.
Infatti, la parola deriva dal latino “versum”, che è il
participio passato del verbo “vertere” che significa “svoltare”.
Ciascun
verso prende il nome a seconda del numero di sillabe che contiene
(“decasillabi” vuol dire “dieci sillabe”, “endecasillabi”
vuol dire “undici sillabe”, il verso più utilizzato nella poesia
italiana, e così via) e si dividono in due grandi gruppi:
parasillabi, contenenti un numero pari di sillabe, e imparisillabi,
contenenti invece un numero dispari di sillabe; mentre i primi hanno
un ritmo più cadenzato, gli altri ne hanno uno più fluido e ampio.
la
suddivisione del verso in sillabe, è necessario però tenere conto
di alcune regole:
Se
l'ultima sillaba è accentata, si conta una sillaba in più.
Se
l'ultima parola è sdrucciola, si conta una sillaba in meno.
L'ultima
sillaba di una parola che termina per vocale si unisce alla sillaba
successiva se questa inizia per vocale.Spesso il poeta, per dare alla
sua poesia un determinato ritmo, usa l'orifizio della rima. La rima è
un'uguaglianza di suono di fine verso o all'interno del verso stesso,
dall'ultima sillaba accentata in poi. Solitamente, alla fine di ogni
verso si mettono delle lettere: uguaglianza di lettera significa
presenza della rima. A seconda dell'alternanza, essa si divide in:
baciata (AABB); alternata (ABAB) es.: “Al Re Travicello/piovuto ai
ranocchi/mi levo il cappello/e piego i ginocchi”; incrociata (ABBA)
es.: “Fiume che la specchiasti un casolare/co' suoi rossi garofani,
qua mura/ d'erme castella e tremula verzura/eccoti giunto al
fragoroso mare”; incatenata (ABA BCB CDC) es.: “Nel campo mezzo
grigio e mezzo nero/resta un aratro senza buoi, che pare/dimenticato,
tra il vapor leggero/E cadenzato dalla gora viene/lo sciabordare
delle lavandare/con tonfi spessi e lunghe cantilene”.
La
strofa è un raggruppamento di versi e prende il nome proprio dal
numero dei versi che contiene: avremmo così le terzine (tre versi),
quartine (quattro versi),… La lunghezza dei versi, la disposizione
degli accenti e la presenza delle rime da il ritmo alla poesia, che è
l'alternanza delle sillabe toniche e atone in un verso. La metrica,
ovvero lo studio della versificazione, ci consente di conoscere tutti
questi aspetti e permette di creare lo schema metrico. Per lungo
tempo, nella poesia lirica italiana, il sonetto veniva considerato il
componimento classico. Furono scritte moltissime poesie, come “Il
fiume” di Giovanni Pascoli. esempio logico come già accennato
all'inizio.
Fiume
che là specchiasti un casolare
co'
suoi rossi garofani, qua mura
d'erme
castella, e tremula verzura;
eccoti
giunto al fragoroso mare:
ed
ecco i flutti verso te balzare
su
dall'interminabile paura,
in
larghe file; e nella riva oscura
questa
si frange, e quella in alto appare;
tituba
e croscia. E là, donde tu lieto,
di
sasso in sasso, al piè d'una betulla,
sgorghi
sonoro tra le brevi sponde;
a
un po' d'auretta scricchiola il canneto,
fruscia
il castano, e forse una fanciulla
sogna
a quell'ombra, al mormorio dell'onda.
Questa
poesia, come tutti i sonetti, ha uno schema metrico fisso: è
costituita da due quartine e due terzine, dallo schema delle rime
ABBA ABBA CDE CDE, e da versi composti da undici sillabe. Dal ‘900
in poi, la poesia moderna, così come tutte le forme d'arte, tende a
infrangere tutte le regole e a non seguire il modello classico.
Perciò ogni poeta sceglie il proprio ritmo a seconda delle sue
esigenze espressive. Gli aspetti sintattici nella poesia, così come
in tutti gli altri tipi di testo, riguardano la costruzione della
frase. Gli spetti lessicali, invece, riguardano la scelta delle
parole nella frase.
Per
quanto riguarda gli aspetti sintattici, nell'Ottocento il poeta
tendeva a costruire frasi complesse, in quanto la comunicazione era
riservata solo alle persone culturalmente superiori: raramente si
utilizzava la costruzione sintattica del linguaggio comune. Nel
Novecento, invece, il poeta semplifica il suo linguaggio, ma non per
necessità di semplicità, ma perché vengono infrante molte regole
della punteggiatura, della sintassi e della collocazione delle parole
nella frase. Confronterò ora due poesie di due grandi autori
italiani: Leopardi(Recanati) e Ungaretti, vissuti rispettivamente
nell'Ottocento e nel Novecento. La poesia di Leopardi si intitola
“Canto notturno di un pastore errante dell'Asia” e con questo
componimento vuole dire che un pastore che attraversa molte
difficoltà alla fine arriva alla morte.
Vecchierel
bianco, infermo,
mezzo
vestito e scalzo,
con
gravissimo fascio in su le spalle,
per
montagna e per valle,
per
sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al
vento, alla tempesta, e quando avampa
l'ora,
e quando poi gela,
corre
via, corre, anela,
varca
torrenti e stagni,
cade,
risorge, e più e più s'affretta,
senza
posa o ristoro,
lacero,
sanguinoso; infin ch'arriva
colà
dove la via
e
dove il tanto affaticar fu volto:
abisso
orrido, immenso,
ov'ei
precipitando, il tutto obblia.
La
poesia di Ungaretti si intitola “Bosco Cappuccio”, il nome di un
bar dove, molto spesso, Ungaretti si recava a bere un caffè. Con la
poesia sogna di tornare al bar, stando lontano dalla corrente guerra,
e di sedersi sulla poltrona di velluto verde.
Bosco
Cappuccio
Ha
un declivio
Di
velluto verde
Come
una dolce
Poltrona
Appisolarmi
là
Solo
In
un caffè remoto
Con
una luce fievole
Come
questa
Di
questa luna.
Confrontando
le due poesie, ci accorgiamo che, in base agli attributi riferiti al
soggetto o d altri elementi, la poesia di Leopardi ne ha ben undici,
mentre quella di Ungaretti solo cinque; i complementi sono dieci
nella prima poesia e otto nella seconda; in base al numero di frasi
subordinate, mentre nella prima sono cinque, nella seconda troviamo
solo due periodi semplici; infine solo nella seconda poesia non
troviamo alcun segno di punteggiatura, neanche per indicare la fine
della frase. Nell'Ottocento, i poeti utilizzavano quindi un
linguaggio aulico, cioè molto lontano da quello comune. Lo stesso
discorso può essere applicato al lessico, la scelta del quale era
molto ricercata proprio per distinguersi dal linguaggio comune.
Il
linguaggio può essere utilizzato secondo un uso denotativo e
connotativi; nel primo caso si utilizza un linguaggio secondo il
modello di tutti; nel secondo caso si sa un linguaggio non per dare
delle informazioni, ma per suscitare emozioni e far capire a chi
legge il significato delle parole, che va oltre a quello comune. Nel
Novecento, i poeti abbandonano il linguaggio aulico dell'Ottocento,
ma attribuiscono alle parole dei significati diversi; la differenza
tra il significato comune e quello poetico di una parola, infatti, è
molto marcata. I poeti praticavano quindi uno scarto semantico; la
semantica è la parte della lingua che studia i significati delle
parole.
Per
analizzare una poesia del Novecento, sono molto importanti le aree
semantiche, nelle quali si raggruppano delle parole scelte dal poeta;
per capire il suo messaggio, è indispensabile capire a quale area
semantica appartengano queste parole. Le figure retoriche sono quegli
usi particolari della lingua con i quali si riesce ad attribuire ad
una parola un significato che va oltre a quello comune. Le figure
retoriche si possono dividere in due gruppi: di suono e di
significato. Le figure retoriche di suono sono quelle che fanno un
effetto attraverso un uso particolare del suono prodotto dalla
lingua. Le principali sono: l'assonanza e la consonanza, che sono
delle rime imperfette (mani – mali); l'onomatopea, che è una
parola che riproduce un suono in parole aventi un significato
onomatopeico (miagolare, abbaiare); l'alliterazione, che si ottiene
riproducendo più volte lo stesso gruppo di suoni; spesso troviamo
l'onomatopea e l'alliterazione insieme (“…un fru fru fra le
fratte…”).
Eppure
queste già sopra fatto esempio . Le figure retoriche di significato
sono quelle che attribuiscono alle parole significati che vanno oltre
al proprio. Le principali sono: la similitudine, che è un confronto
tra due parole (Ha i capelli come il grano); la metafora, che è la
sostituzione di un termine con un altro che muta il significato alla
parola a cui si riferisce (Ha i capelli di grano); la sinestesia, che
è l'associazione di due termini di diverso senso (parole calde); la
metonimia, che consiste nell'utilizzare il nome della causa per
quello dell'effetto (vivere del proprio lavoro).
ORA
SI PARLA DI FORME POETICHE E I GENERI LETTERARI , COME APPUNTO SONO
NATE .
Troviamo
dunque il Componimento poetico, ispirato alla visione, idealizzata e
idillica, della vita operosa in mezzo ai campi e ai boschi o in riva
al mare, chiamato - bucolico -
Componimento
musicale ispirato al genere letterario, diffuso nel '400 spec. in
Spagna, al quale si accompagnava pure un'azione scenica; oggi, il
termine si riferisce a composizioni strumentali in forma libera con
accenti intimi e raccolti.
L'egloga,
o ecloga, è un componimento della poesia bucolica in forma
dialogica, con significato allegorico e celebrazione della vita
agreste.
Il
termine deriva dal greco ekléghein ("trascegliere") e
nella letteratura antica veniva utilizzato per indicare un poemetto
scelto; con questo significato vennero intitolate alcune opere, quali
l'Egloga cronografica di Giovanni Sincello e l'Egloghe di Decimo
Magno Ausonio.
Le
prime ecloghe della letteratura greca furono quelle di Teocrito. Le
prime ecloghe della letteratura latina, esemplate su quelle di
Teocrito, sono le Bucoliche di Publio Virgilio Marone.
Alle
egloghe pastorali, ed in specie all'Euridice scritta dal poeta
fiorentino Ottavio Rinuccini, si ispirarono i musicisti alle origini
dell'opera lirica per comporre i primi melodrammi.
In
particolare, il mito di Euridice, ripreso da Rinuccini nel suo
componimento, fu musicato quasi contemporaneamente sul finire del XVI
secolo da Jacopo Peri e da Giulio Caccini in quella che è
considerata la prima opera lirica: appunto, Euridice.
È
da notare come questa forma letteraria sopravviva anche in età
medioevale, diffondendosi in Francia, in Spagna e nei paesi
germanici.[1] Lo stesso Petrarca la utilizza nel Bucolicum carmen per
elogiare il re di Napoli Roberto D'Angiò che con il suo benestare,
gli permise di acquisire l'alloro poetico nel 1341. Anche Boiardo, su
modello virgiliano, scriverà 10 egloghe, Pastoralia, nel 1482-1484,
con intento encomiastico.
L'elemento
tipico e costante nei secoli dell'egloga fu quello della finzione
dell'esistenza semplice e pura, scappatoia per le anime tormentate da
passioni. In questo senso l'egloga passò nel dramma pastorale
italiano e nel romanzo pastorale inglese, francese e spagnolo.
Noto
fu lo scambio di egloghe latine tra Dante Alighieri e Giovanni del
Virgilio.
La
poesia bucolica è un genere di poesia pastorale, la cui origine
viene fatta risalire al poeta greco Teocrito. Nell'antichità
riscosse notevole successo, tanto che si occupò di questo genere il
poeta latino Virgilio.
In
epoca moderna la poesia bucolica è stata il tramite per la creazione
di un luogo immaginario abitato da pastori felici dediti alla poesia,
chiamato Arcadia. Esempi moderni di poesia pastorale sono l'Aminta di
Torquato Tasso e l'Arcadia di Jacopo Sannazaro.
L'elegia
è la denominazione del genere letterario che raggruppa i
componimenti lirici della poesia greca e latina accomunati da una
forma metrica specifica e da una diversità di argomenti in
opposizione all'epica.
L'ode
è un componimento lirico che può essere di contenuto amoroso,
civile, patriottico o morale legato a una base musicale e presenta
una struttura metrica notevolmente complessa e varia, che può essere
a versi liberi, come quelli di Parini, oppure schematica.
Il
termine pastorale in arte si riferisce alla rappresentazione di un
soggetto campestre in cui villaggi di campagna, pastori, animali e il
paesaggio stesso vengono raffigurati in maniera idealizzata, spesso
alludendo ad atmosfere idilliache e mitiche.
Il
sonetto è un componimento poetico, tipico soprattutto della
letteratura italiana, il cui nome deriva dal provenzale sonet. Nella
sua forma tipica, è composto da quattordici versi endecasillabi
raggruppati in due quartine a rima alternata o incrociata e in due
terzine a rima varia.
La
terza rima, detta anche per antonomasia terzina dantesca, è la
strofa principale della metrica italiana, usata e portata alla
perfezione da Dante Alighieri nella Divina Commedia.
Un'epistola
( / ɪ p ɪ s əl / ; Greco : ἐπιστολή , epistolē,
"lettera") è una scrittura diretta o inviata a una persona
oa un gruppo di persone, di solito una lettera didattica elegante e
formale. Il genere di epistola della scrittura di lettere era comune
nell'antico Egitto come parte del curriculum di scrittura della
scuola di scrittura. Le lettere del Nuovo Testamento, dagli Apostoli
ai Cristiani, sono generalmente chiamate epistole. Quelle
tradizionalmente attribuite a Paolo sono conosciute come epistole
paoline e le altre epistole cattoliche (cioè "generali") .
Sestina
. Sotto il nome generico di sestina si individuano due strutture
metriche diversificate: la sestina lirica e la sestina narrativa
detta anche sesta rima.
Il
distico è una strofa formata da una coppia di versi poetici . La
parola deriva dal greco δίστιχον, dístichon, letteralmente
"due volte" e «schιera, fila». Nella metrica classica la
forma più comune è quella del distico elegiaco, composta da un
esametro dattilico seguito da un pentametro dattilico.
APOLOGO
. L'apologo è un racconto breve e solitamente di carattere
allegorico che normalmente si prefigge un fine etico e pedagogico. I
suoi protagonisti possono essere animali e più spesso uomini.
ACROSTICO
. Un acrostico è un componimento poetico o un'altra espressione
linguistica in cui le lettere o le sillabe o le parole iniziali di
ciascun verso formano un nome o una frase.
ALLEGORIA
. L'allegoria è una figura retorica per cui, in letteratura,
qualcosa di astratto viene espresso attraverso un'immagine concreta.
L'allegoria è spesso usata anche in altri campi artistici, dalla
pittura alla scultura alle altre arti figurative.
VILLANELLA
. In musica, la villanella, o canzone villanesca, è una forma di
canzone profana, nata in Italia nella prima metà del XVI secolo.
Apparsa in principio a Napoli, influenzò la più tarda forma della
canzonetta e – in seguito – del madrigale.
POEMA
- GENERE LETTERARIO E POETICO . Un poema è una composizione
letteraria in versi, per lo più di carattere narrativo o didascalico
e di ampia estensione, spesso suddivisa in più parti. Con questo
termine si intende generalmente il genere letterario che comprende
tali composizioni.
ELOGIO
. L'elogio, o encomio, è un'orazione pubblica tributata a una o più
persone. Il più delle volte si tratta di un elogio funebre, di una
menzione testamentaria, di una sentenza giuridica, ma non è raro che
lo si usi in occasione di compleanni o eventi speciali, sempre in
funzione encomiastica.
HAIKU
. L' haiku è un componimento poetico nato in Giappone nel XVII
secolo. Generalmente è composto da tre versi per complessive
diciassette more, secondo lo schema 5/7/5. Tuttavia, ci sono voci
critiche sulla distribuzione di sillabe, come Vicente Haya o Jaime
Lorente.
CALLIGRAMMA
. Il calligramma o carme figurato è un tipo di componimento poetico
fatto per essere guardato e contemplato oltre che per essere letto.
Nei calligrammi, il poeta disegna un oggetto collegato al tema
principale della poesia.
LEMERICK
. Il limerick è un breve componimento in poesia, tipico della
lingua inglese, dalle ferree regole, di contenuto nonsense,
umoristico o scapigliato, che ha generalmente il proposito di far
ridere o quantomeno sorridere. Quella che segue è una traduzione in
italiano dall'originale inglese di autore anonimo:
FAVOLA
. Per favola si intende un genere letterario caratterizzato da brevi
composizioni, in prosa o in versi, che hanno per protagonisti di
solito animali – più raramente piante o oggetti inanimati – e
che sono fornite di una "morale".
ESEGESI
. In filologia, l'esegesi è l'interpretazione critica di testi
finalizzata alla comprensione del loro significato. Campi di
applicazione possono essere, ad esempio, la legislazione, la storia,
la letteratura o la religione.
LA
PROSA . La prosa è una forma di espressione linguistica non
sottomessa alle regole della versificazione. Il concetto di prosa va
considerato in opposizione a quello di poesia: esso infatti indica
una struttura che non presenta "l'andare a capo" del verso
(regolato da norme metriche, esigenze ritmiche, volontà di
espressione), ma procede diritta, completando il rigo ed usando
"l'andare a capo" solo per indicare una separazione non
metrico-ritmica ma concettuale, tra sequenze non obbligate da vincoli
formali.
Nella
prosa post-moderna si assiste comunque a un uso accentuato del
capoverso per finalità non solo concettuali ma soprattutto ritmiche.
Ciò avviene in particolare nel romanzo e nel racconto d'azione ai
quali occorre imprimere un'andatura più incalzante.
Con
il termine prosa ci si riferisce abitualmente anche ad un genere
teatrale.
L'origine
etimologica e la storia della prosa testimoniano questi caratteri:
Prosa (anticamente proversa e successivamente prorsa) era in latino
la forma femminile dell'aggettivo prorsus (diritto, di seguito);
unita al sostantivo oratio indicava il discorso orale o scritto non
in versi. In Marco Fabio Quintiliano il termine è già usato come
sostantivo.
IL
CANTICO . tratto dalla bibbia di Gerusalemme .
Il
cantico è un componimento poetico dell'Antico Testamento o del Nuovo
Testamento.
Molti
libri della Bibbia sono scritti in poesia e gli esempi più notevoli
sono il Libro dei Salmi, il Cantico dei cantici e il Libro delle
Lamentazioni. Il primo cantico è quello cantato da Mosè e dagli
israeliti dopo la liberazione al mar Rosso, altri cantici sono quello
d'addio a Mosè, quello di vittoria di Debora e Barac e quello
funebre di Davide per la morte del re Saul. Particolarmente popolare
è il cantico di Daniele o dei tre fanciulli nella fornace (Dn. 3,
52-57).
IL
CANTICO DEI CANTICI .
«
Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come
sigillo sul tuo braccio;
perché
forte come la morte è l'amore,
tenace
come gli inferi è la passione:
le
sue vampe son vampe di fuoco,
una
fiamma del Signore!
Le
grandi acque non possono spegnere l'amore
né
i fiumi travolgerlo.
Se
uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in
cambio dell'amore, non ne avrebbe che dispregio. » (Cantico 8,6-7)
Il
Cantico dei Cantici o semplicemente Cantico (ebraico שיר
השירים,
shìr hasshirìm, Cantico sublime; greco ᾎσμα ᾈσμάτων,
ásma asmáton; latino Canticum Canticorum) è un testo contenuto
nella Bibbia ebraica (Tanakh) e cristiana.
Attribuito
al re Salomone, celebre per la sua saggezza, per i suoi canti e anche
per i suoi amori, il Cantico dei Cantici fu composto non prima del IV
secolo a.C. ed è uno degli ultimi testi accolti nel canone della
Bibbia, addirittura un secolo dopo la nascita di Cristo, col sinodo
rabbinico di Iadne.
È
composto da 8 capitoli contenenti poemi d'amore in forma dialogica
tra un uomo ("Salomone") e una donna .
ALCUNI
CANTI BIBLICI E ESEMPI .
Il
cantico di Isaia è un cantico della Bibbia attribuito al profeta
Isaia. Egli parla di liberazione e perdono dai peccati. Infatti,
sebbene il Dio d'Israele sia in collera con il suo popolo, non lo
abbandonerà mai. E per questo, Israele loda il Signore, gli chiede
pietà e viene perdonato. Il cantico è contenuto nel Libro del
Profeta Isaia 12.
Ecco
il testo secondo la versione CEI/Gerusalemme.
Tu
dirai in quel giorno:
«Ti
ringrazio, Signore; Tu eri in collera con me,
ma
la Tua collera si è calmata e Tu mi hai consolato.
Ecco,
Dio è la mia salvezza;
io
confiderò, non temerò mai,
perché
mia forza e mio canto è il Signore;
Egli
è stato la mia salvezza.
Attingerete
acqua con gioia
alle
sorgenti della salvezza».
In
quel giorno direte:
«Lodate
il Signore, invocate il Suo Nome;
manifestate
tra i popoli le Sue meraviglie,
proclamate
che il Suo Nome è sublime.
Cantate
inni al Signore, perché ha fatto opere grandi,
ciò
sia noto in tutta la terra.
Gridate
giulivi ed esultate, abitanti di Sion,
perché
grande in mezzo a voi è il Santo di Israele».
Premessa.
Ezechia,
re di Giuda tra VIII e VII secolo a.C., si trova a contrarre una
malattia mortale. Dai capitoli 36 a 39 del suo scritto profetico,
Isaia racconta i giorni di dolore del re, che vuole dimostrare la sua
fede in Dio, ma vuole anche risposte a questa fede. Il fatto storico
della malattia di Ezechia è narrato in altri due libri biblici:
Secondo libro dei re 18,13;20,21 e Secondo libro delle cronache 32.
Contenuto.
I
fatti contenuti nel capitolo sono più o meno gli stessi raccontati
dal Libro dei re: Ezechia riceve risposta dal Signore, che descrive
la morte come visitatrice importuna, e indica a Ezechia che il suo
giudizio è stato posticipato, facendo retrocedere l'ombra sulla
meridiana. La cosa che distingue il racconto di Isaia dagli altri è
la presenza, per l'appunto, delle parole di Ezechia, lo "scritto
di Ezechia", che accompagna la sua guarigione. Esso inizia in
maniera pessimistica, poi prosegue riassumendo la richiesta di essere
salvato dalla morte, e man mano diventa un rendimento di grazie
perché la sua richiesta è stata esaudita.
Testo
italiano .
Ecco
il testo secondo la versione CEI/Gerusalemme.
Io
dicevo: «A metà della mia vita me ne vado alle porte degli inferi;
sono privato del resto dei miei anni». Dicevo: «Non vedrò più il
Signore sulla terra dei viventi, non vedrò più nessuno fra gli
abitanti di questo mondo. La mia tenda è stata divelta e gettata
lontano da me, come una tenda di pastori. Come un tessitore hai
arrotolato la mia vita, mi recidi dall'ordito. In un giorno e una
notte mi conduci alla fine». Io ho gridato fino al mattino. Come un
leone, così egli stritola tutte le mie ossa. Come una rondine io
pigolo, gemo come una colomba. Sono stanchi i miei occhi di guardare
in alto. Signore, io sono oppresso; proteggimi. Che dirò? Sto in
pena poiché è lui che mi ha fatto questo. Il sonno si è
allontanato da me per l'amarezza dell'anima mia.
Signore,
in te spera il mio cuore; si ravvivi il mio spirito. Guariscimi e
rendimi la vita. Ecco, la mia infermità si è cambiata in salute! Tu
hai preservato la mia vita dalla fossa della distruzione, perché ti
sei gettato dietro le spalle tutti i miei peccati. Poiché non gli
inferi ti lodano, né la morte ti canta inni; quanti scendono nella
fossa non sperano nella tua fedeltà. Il vivente, il vivente ti rende
grazie come io oggi faccio. Il padre farà conoscere ai figli la tua
fedeltà. Il Signore si è degnato di aiutarmi; per questo canteremo
sulle cetre tutti i giorni della nostra vita, canteremo nel tempio
del Signore.
Premessa
.
Come
in ogni generazione trattata nella Bibbia, abbiamo una persona
bigama, di nome Ekram, con una moglie fertile, Peninna, e una
sterile, Anna. Nonostante Ekram ami profondamente la moglie Anna,
Peninna non perde occasione per umiliarla a causa della sua
sterilità. Nel primo capitolo di 1Samuele, Anna si reca al tempio e
fa un voto. Ella chiede un figlio maschio, da consacrare al Signore.
Allora il sacerdote Eli, che prima aveva maltrattato Anna dandole
dell'ubriacona, la rassicura, dicendole che "il Dio d'Israele
ascolta la sua richiesta". Così Anna rimane incinta, e alla
fine dell'anno partorisce un figlio, che chiama Samuele.
Contenuto
.
Il
Cantico manifesta la gioia di Anna per il figlio ricevuto per dono di
Dio. Dalle parole di Anna, si può capire che questo è l'inizio di
una vita proba e destinata al Signore (come del resto aveva giurato
la madre) per Samuele.
Testo
in italiano .
Ecco
il testo del cantico secondo la versione CEI/Gerusalemme.
Allora
Anna pregò: «Il mio cuore esulta nel Signore, la mia fronte
s'innalza grazie al mio Dio. Si apre la mia bocca contro i miei
nemici, perché io godo del beneficio che mi hai concesso. Non c'è
santo come il Signore, non c'è rocca come il nostro Dio. Non
moltiplicate i discorsi superbi, dalla vostra bocca non esca
arroganza; perché il Signore è il Dio che sa tutto e le sue opere
sono rette. L'arco dei forti s'è spezzato, ma i deboli sono
rivestiti di vigore. I sazi sono andati a giornata per un pane,
mentre gli affamati han cessato di faticare. La sterile ha partorito
sette volte e la ricca di figli è sfiorita.
Il
Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire. Il
Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta. Solleva dalla
polvere il misero, innalza il povero dalle immondizie, per farli
sedere insieme con i capi del popolo e assegnar loro un seggio di
gloria. Perché al Signore appartengono i cardini della terra e su di
essi fa poggiare il mondo. Sui passi dei giusti Egli veglia, ma gli
empi svaniscono nelle tenebre. Certo non prevarrà l'uomo malgrado la
sua forza. Il Signore... saranno abbattuti i suoi avversari!
L'Altissimo tuonerà dal cielo. Il Signore giudicherà gli estremi
confini della terra; darà forza al suo re ed eleverà la potenza del
suo Messia».
Il
Cantico di Mosè è il primo cantico contenuto nella Bibbia. Esso
viene cantato da Mosè e il Popolo d'Israele per esprimere la propria
gioia dopo la fuga dall'Egitto, in particolare dopo il miracoloso
attraversamento del mar Rosso. Il Cantico di Mosè è contenuto nel
libro dell'Esodo 15,1-18.
Testo
italiano .
Ecco
il testo del Cantico in Italiano (versione bibbia CEI / Gerusalemme).
Allora
Mosè e gli Israeliti cantarono questo canto al Signore e dissero:
«Voglio cantare in onore del Signore: perché ha mirabilmente
trionfato, ha gettato in mare cavallo e cavaliere. Mia forza e mio
canto è il Signore, egli mi ha salvato. È il mio Dio e lo voglio
lodare, è il Dio di mio padre e lo voglio esaltare! Il Signore è
prode in guerra, si chiama Signore. I carri del faraone e il suo
esercito ha gettato nel mare e i suoi combattenti scelti furono
sommersi nel Mare Rosso. Gli abissi li ricoprirono, sprofondarono
come pietra.
La
tua destra, Signore, terribile per la potenza, la tua destra,
Signore, annienta il nemico; con sublime grandezza abbatti i tuoi
avversari, scateni il tuo furore che li divora come paglia. Al soffio
della tua ira si accumularono le acque, si alzarono le onde come un
argine, si rappresero gli abissi in fondo al mare. Il nemico aveva
detto: Inseguirò, raggiungerò, spartirò il bottino, se ne sazierà
la mia brama; sfodererò la spada, li conquisterà la mia mano!
Soffiasti con il tuo alito: il mare li coprì, sprofondarono come
piombo in acque profonde. Chi è come te fra gli dèi, Signore? Chi è
come te, maestoso in santità, tremendo nelle imprese, operatore di
prodigi? Stendesti la destra: la terra li inghiottì. Guidasti con il
tuo favore questo popolo che hai riscattato, lo conducesti con forza
alla tua santa dimora.
Hanno
udito i popoli e tremano; dolore incolse gli abitanti della Filistea.
Già si spaventano i capi di Edom, i potenti di Moab li prende il
timore; tremano tutti gli abitanti di Canaan. Piombano sopra di loro
la paura e il terrore; per la potenza del tuo braccio restano
immobili come pietra, finché sia passato il tuo popolo, Signore,
finché sia passato questo tuo popolo che ti sei acquistato. Lo fai
entrare e lo pianti sul monte della tua eredità, luogo che per tua
sede, Signore, hai preparato, santuario che le tue mani, Signore,
hanno fondato. Il Signore regna in eterno e per sempre!».''
Il
cantico di Abacuc (o per intero Preghiera del Profeta Abacuc in tono
di lamentazione) è un cantico contenuto nell'Antico Testamento
attribuito al profeta Abacuc.
Fondamentalmente
si può dividere in tre grandi blocchi, a livello di argomenti:
Versetti
2-7. Nella prima parte della Preghiera, Abacuc descrive la Teofania,
ossia la manifestazione di Dio, in tono apocalittico. La visione di
Dio viene infatti accompagnata da pestilenze, terremoti, frane di
montagne ed altri terribili eventi che vogliono far intendere il
potere immenso di Dio.
Versetti
8-17. La seconda parte continua l'argomento della prima: lo stesso
evento (la manifestazione di Dio) negli stessi toni apocalittici e
disastrosi. Rispetto alla prima, tuttavia, il tutto assume una forma
più "poetica". Sembra quasi di leggere una poesia anziché
un cantico, per il ritmo regolare e gradevole e l'utilizzo di versi
"musicali".
Versetti
18-19. Il finale perde il tono apocalittico dell'inizio e lo stile
ricorda molto i Salmi di Davide, anzi a volte riprendono le stesse
frasi Il versetto conclusivo è una comunicazione tecnica, che indica
come andrebbe eseguito il cantico.
Testo
italiano.
Ecco
il testo del Cantico secondo la versione CEI/Gerusalemme. I tre
blocchi sono suddivisi.
Signore,
ho ascoltato il tuo annunzio, Signore, ho avuto timore della tua
opera. Nel corso degli anni manifestala, falla conoscere nel corso
degli anni. Nello sdegno ricordati di avere clemenza. Dio viene da
Teman, il Santo dal monte Paràn. Pausa La sua maestà ricopre i
cieli, delle sue lodi è piena la terra. Il suo splendore è come la
luce, bagliori di folgore escono dalle sue mani: là si cela la sua
potenza. Davanti a lui avanza la peste, la febbre ardente segue i
suoi passi. Si arresta e scuote la terra, guarda e fa tremare le
genti; le montagne eterne s'infrangono, e i colli antichi si
abbassano: i suoi sentieri nei secoli. Ho visto i padiglioni di Cusàn
in preda a spavento, sono agitate le tende di Madian.
Forse
contro i fiumi, Signore, contro i fiumi si accende la tua ira o
contro il mare è il tuo furore, quando tu monti sopra i tuoi
cavalli, sopra i carri della tua vittoria? Tu estrai il tuo arco e ne
sazi di saette la corda. Pausa Fai erompere la terra in torrenti; i
monti ti vedono e tremano, un uragano di acque si riversa, l'abisso
fa sentire la sua voce. In alto il sole tralascia di mostrarsi, e la
luna resta nella sua dimora, fuggono al bagliore delle tue saette,
allo splendore folgorante della tua lancia. Sdegnato attraversi la
terra, adirato calpesti le genti. Sei uscito per salvare il tuo
popolo, per salvare il tuo consacrato. Hai demolito la cima della
casa dell'empio, l'hai scalzata fino alle fondamenta.
Pausa
Con i tuoi dardi hai trafitto il capo dei suoi guerrieri che
irrompevano per disperdermi con la gioia di chi divora il povero di
nascosto. Hai affogato nel mare i suoi cavalli nella melma di grandi
acque. Ho udito e fremette il mio cuore, a tal voce tremò il mio
labbro, la carie entra nelle mie ossa e sotto di me tremano i miei
passi. Sospiro al giorno dell'angoscia che verrà contro il popolo
che ci opprime. Il fico infatti non germoglierà, nessun prodotto
daranno le viti, cesserà il raccolto dell'olivo, i campi non daranno
più cibo, i greggi spariranno dagli ovili e le stalle rimarranno
senza buoi. Ma io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mio
salvatore. Il Signore Dio è la mia forza, egli rende i miei piedi
come quelli delle cerve e sulle alture mi fa camminare. Per il
maestro del coro. Su strumenti a corda.
La
Preghiera di Azaria e il Cantico dei tre giovani nella fornace sono
due cantici in greco composti verso la metà del II secolo a.C. da un
autore ebreo anonimo, forse su un protesto ebraico perduto.
Rappresentano
una aggiunta del testo del Libro di Daniele della Settanta rispetto
alla versione ebraica del testo masoretico, conservata poi nella
Vulgata e nella tradizione cattolica. Nelle attuali bibbie cattoliche
sono inseriti dopo il versetto 3,23, introdotti e raccordati da
alcuni versetti di collegamento:
Dan3,26-45:
Preghiera di Azaria (nome greco, Abdenego nel testo ebraico)
Dan3,52-90:
Cantico dei tre giovani (Sadrach, Mesach e Abdenego) nella fornace a
Babilonia VI secolo a.C.
Sono
considerati canonici dalla Chiesa cattolica e Ortodossa, mentre per
le chiese protestanti rappresentano un'aggiunta apocrifa.
Premessa.
Giandomenico
Tiepolo, Nabucodonosor condanna i tre fanciulli alla fornace, Udine,
Oratorio della PuritàCome racconta il capitolo 3 del Libro di
Daniele, Nabucodonosor II aveva fatto costruire una gigantesca statua
presso Dura, e alla cerimonia di inaugurazione alla quale
presenziarono tutti i dignitari del regno, l'ordine fu di prostrarsi
in adorazione della statua non appena avessero suonato gli strumenti
(corno, zampogna, cetra, salterio ...).
Chiunque
non si fosse prostrato, sarebbe stato gettato nelle fiamme di una
fornace ardente, per punizione. (Dan 3,1-7)
Alcuni
Caldei si fecero avanti presso Nabucodonosor per accusare tre giudei
che erano funzionari della provincia di Babilonia: Azaria, Anania e
Misaele, chiamati con il loro nome caldeo di Sadrach, Mesach e
Abdenego, scelto per loro da Asfenaz, funzionario di corte del re
Nabucodonosor. Il re, accertatosi che i tre, da bravi ebrei, non si
sarebbero mai prostrati ad adorare gli idoli, e sarebbero rimasti ad
adorare il Dio d'Israele, ordinò di bruciarli. E, siccome essi
ostentavano di potersi liberare per mezzo del Signore, ordinò di
alimentare la fornace sette volte più del solito. Tuttavia, gli
stessi azionatori della fornace rimasero bruciati.
(Dan
3,8-22)
Contenuto
.
Daniele
racconta che i tre "passeggiavano in mezzo alle fiamme, lodavano
e benedicevano il Dio d'Israele" (Dan 3,22). Il primo a parlare
fu Azaria, che innalzò una lunga preghiera di lode e ringraziamento
a Dio. Terminata la preghiera del giovane, Nabucodonosor ordinò di
alimentare ulteriormente la fiamma (oltre 49 cubiti) che di risposta
brucia i Caldei che si trovavano vicino alla fornace. Quindi
"l'angelo del Signore, che era sceso con Azaria e con i suoi
compagni nella fornace, allontanò da loro la fiamma del fuoco e rese
l'interno della fornace come un luogo dove soffiasse un vento pieno
di rugiada. Così il fuoco non li toccò affatto, non fece loro alcun
male, non diede loro alcuna molestia". (Dan 3,49-50). Per questo
grande prodigio, i tre giovani lodano e benedicono il Signore Dio
d'Israele con una lunga e ripetitiva formula, che costituisce il
cantico.
Conseguenze
.
Visti
i miracoli compiuti dal Signore e i quattro giovani (Nabucodonosor
vede anche l'angelo) che non bruciavano in mezzo alla fornace
ardente, si convince della potenza del Dio d'Israele, lo riconosce e
ordina addirittura di uccidere chiunque non professi la fede ebraica,
manifestando una plenaria conversione. Come ricompensa, i tre giovani
sono promossi nelle loro cariche pubbliche in Babilonia.
Testo
italiano.
È
qui di seguito riportato solo il testo della preghiera e del cantico.
Preghiera
di Azaria .
«Benedetto
sei tu, Signore Dio dei nostri padri; degno di lode e glorioso è il
tuo nome per sempre. Tu sei giusto in tutto ciò che hai fatto; tutte
le tue opere sono vere, rette le tue vie e giusti tutti i tuoi
giudizi. Giusto è stato il tuo giudizio per quanto hai fatto
ricadere su di noi e sulla città santa dei nostri padri,
Gerusalemme. Con verità e giustizia tu ci hai inflitto tutto questo
a causa dei nostri peccati, poiché noi abbiamo peccato, abbiamo
agito da iniqui, allontanandoci da te, abbiamo mancato in ogni modo.
Non abbiamo obbedito ai tuoi comandamenti, non li abbiamo osservati,
non abbiamo fatto quanto ci avevi ordinato per il nostro bene. Ora
quanto hai fatto ricadere su di noi, tutto ciò che ci hai fatto,
l'hai fatto con retto giudizio: ci hai dato in potere dei nostri
nemici, ingiusti, i peggiori fra gli empi, e di un re iniquo, il più
malvagio su tutta la terra. Ora non osiamo aprire la bocca: disonore
e disprezzo sono toccati ai tuoi servi, ai tuoi adoratori.
Non
ci abbandonare fino in fondo, per amore del tuo nome, non rompere la
tua alleanza; non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di
Abramo tuo amico, di Isacco tuo servo, d'Israele tuo santo, ai quali
hai parlato, promettendo di moltiplicare la loro stirpe come le
stelle del cielo, come la sabbia sulla spiaggia del mare. Ora invece,
Signore, noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione,
ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati. Ora
non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto,
né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti
le primizie e trovar misericordia. Potessimo esser accolti con il
cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e
di tori, come migliaia di grassi agnelli.
Tale
sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito, perché
non c'è confusione per coloro che confidano in te. Ora ti seguiamo
con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto. Fa' con noi
secondo la tua clemenza, trattaci secondo la tua benevolenza, secondo
la grandezza della tua misericordia. Salvaci con i tuoi prodigi, da'
gloria, Signore, al tuo nome. Siano invece confusi quanti fanno il
male ai tuoi servi, siano coperti di vergogna con tutta la loro
potenza; e sia infranta la loro forza! Sappiano che tu sei il
Signore, il Dio unico e glorioso su tutta la terra».
Cantico
dei tre giovani .
«Benedetto
sei tu, Signore, Dio dei padri nostri, degno di lode e di gloria nei
secoli. Benedetto il tuo nome glorioso e santo, degno di lode e di
gloria nei secoli. Benedetto sei tu nel tuo tempio santo glorioso,
degno di lode e di gloria nei secoli. Benedetto sei tu nel trono del
tuo regno, degno di lode e di gloria nei secoli. Benedetto sei tu che
penetri con lo sguardo gli abissi e siedi sui cherubini, degno di
lode e di gloria nei secoli. Benedetto sei tu nel firmamento del
cielo, degno di lode e di gloria nei secoli. Benedite, opere tutte
del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite,
angeli del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, cieli, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite,
acque tutte, che siete sopra i cieli, il Signore, lodatelo ed
esaltatelo nei secoli. Benedite, potenze tutte del Signore, il
Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, sole e luna, il
Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, stelle del
cielo, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite,
piogge e rugiade, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, o venti tutti, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei
secoli. Benedite, fuoco e calore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo
nei secoli.
Benedite,
freddo e caldo, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, rugiada e brina, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei
secoli. Benedite, gelo e freddo, il Signore, lodatelo ed esaltatelo
nei secoli. Benedite, ghiacci e nevi, il Signore, lodatelo ed
esaltatelo nei secoli. Benedite, notti e giorni, il Signore, lodatelo
ed esaltatelo nei secoli. Benedite, luce e tenebre, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, folgori e nubi, il
Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedica la terra il
Signore, lo lodi e lo esalti nei secoli. Benedite, monti e colline,
il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, creature
tutte che germinate sulla terra, il Signore, lodatelo ed esaltatelo
nei secoli.
Benedite,
sorgenti, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite,
mari e fiumi, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, mostri marini e quanto si muove nell'acqua, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, uccelli tutti dell'aria,
il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, animali
tutti, selvaggi e domestici, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei
secoli. Benedite, figli dell'uomo, il Signore, lodatelo ed esaltatelo
nei secoli. Benedica Israele il Signore, lo lodi e lo esalti nei
secoli.
Benedite,
sacerdoti del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, o servi del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei
secoli. Benedite, spiriti e anime dei giusti, il Signore, lodatelo ed
esaltatelo nei secoli. Benedite, pii e umili di cuore, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, Anania, Azaria e
Misaele, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli, perché ci ha
liberati dagl'inferi, e salvati dalla mano della morte, ci ha
scampati di mezzo alla fiamma ardente, ci ha liberati dal fuoco.
Lodate il Signore, perché egli è buono, perché la sua grazia dura
sempre. Benedite, fedeli tutti, il Dio degli dèi, lodatelo e
celebratelo, perché la sua grazia dura sempre».
Il verso non è altro che una riga di una poesia, la sua unità ritmica minima di lunghezza variabile. È formato da sillabe, che nella tradizione della letteratura italiana possono variare da due a sedici. Ma non mancano poeti che sporadicamente hanno usato versi costituiti da un numero di sillabe più alto.
Esempi:
Verso di trentacinque sillabe:
E ammirami per il mio calore e per la mia fede: mentre io ti parlerò di Percy l’arcangelo e di Walt Whitman, un uomo,...
(A.de Bosis, Giovine che mi guardi parlare, v 13)
Verso di trenta sillabe:
Alto è il muro che fiancheggia la mia strada, e la sua nudità rettilinea si prolunga nell’infinito.
(A. Negri, Il muro, v 1)
Verso di 19 sillabe:
e berrà del suo vino, torchiato le sere d’autunno in cantina.
ALLA BASE DI TUTTO PER COMPORRE UNA POESIA IL RITMO E' IMPORTANTE ALTRIMENTI NON ESISTEREBBE LA FORMA E NE LA MUSICA CHE LO STESSO DA AL LETTORE LE NOTE GIUSTE PER LEGGERE .
DUNQUE PER CHIUDERE QUESTA PARENTESI SENZA AGGIUNGERE ALTRO CHE POTETE TROVARE IN VARIE LETTURE METRICHE DEL WEB ,METRICA 1 E ALTRI .
Il ritmo è la cadenza musicale da cui deriva l’armonia poetica che caratterizza il verso. Esso è dato dal numero delle sillabe del verso e dagli accenti ritmici disposti secondo particolari schemi in ogni tipo di verso.
Gli accenti ritmici sono gli accenti fondamentali che cadono sulle sillabe toniche, cioè accentate, dove la voce si appoggia.
Ritmo lento e monotono come una nenia:
Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola pian piano.
Un bimbo piange, il piccol dito in bocca;
canta una vecchia, il mento sulla mano.
La vecchia canta: Intorno al tuo lettino
c’è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo s’addormenta.
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.
(G. Pascoli, Orfano)
Ritmo lento:
Ella sene va notando lenta lenta:
rota e discende, ma non me n’accorgo
se non ch’al viso e di sotto mi venta.
(Dante, Inferno, Canto XVII, vv 115-117)
Ritmo veloce e martellante:
DA ME SCONSIGLIATO .
Scatta un comando:
un fischio di rimando
querulo, acuto, lungo, fora l’aria,
e il treno si divincola
su le rotaie sussultando e ansando.
Diétro
quàlche
vétro
quàlche
vìso
biànco
quàlche
rìso
stànco
quàlche
gèsto
lèsto;
i vagoni
si succedono
e i furgoni
sul binario
trabalzanti
strepitanti
varcan varcano;
e il treno con palpito eguale, guadagna
fiammando nel buio, l’aperta campagna.
(G. A. Cesareo, Parte il treno)
Ritmo calmo alternato a ritmo veloce ed ossessivo:
Si sente un galoppo lontano
(è la...?),
che viene che corre nel piano
con tremula rapidità.
Un piano deserto, infinito;
tutto ampio, tutt’arido, eguale:
qualche ombra d’uccello smarrito,
che scivola simile a strale:
non altro. Essi fuggono via
da qualche remoto sfacelo;
ma quale, ma dove egli sia,
non sa né la terra né il cielo.
Si sente un galoppo lontano
più forte,
che viene, che corre nel piano:
la Morte! la Morte! la Morte!
(G. Pascoli, Scalpitio)
Ritmo incalzante:
E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de’ manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.
(A. Manzoni, Il Cinque Maggio, vv 79-84)
Ritmo cantilenante:
Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l’alba,
da’ lampi notturni e da’ crolli
d’aeree frane!
Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch’è morto!
Ch’io veda soltanto la siepe
dell’orto,
la mura ch’ha piene le crepe
di valeriane.
Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch’io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che dànno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.
Nascondi le cose lontane
che vogliono ch’ami e che vada!
Ch’io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane...
Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch’io veda il cipresso
là, solo,
qui, solo quest’orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.
(G. Pascoli, Nebbia)
Ritmo danzante:
Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia:
chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.
Quest’è Bacco e Arianna,
belli, e l’un dell’altro ardenti:
perché ’l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe e altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.
Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;
or da Bacco riscaldati,
ballon, salton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.
(Lorenzo il Magnifico, Canzona di Bacco, vv 1-20)
Ritmo calmo, meditativo:
Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
tornare ancor per uso a contemplarvi
sul paterno giardino scintillanti,
e ragionar con voi dalle finestre
di questo albergo ove abitai fanciullo,
e delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
creommi nel pensier l’aspetto vostro
e delle luci a voi compagne! allora
che, tacito, seduto in verde zolla,
delle sere io solea passar gran parte
mirando il cielo, ed ascoltando il canto
della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi,
e in su l’aiuole, susurrando al vento
i viali odorati, ed i cipressi
là nella selva; e sotto al patrio tetto
sonavan voci alterne, e le tranquille
opre de’ servi. E che pensieri immensi,
che dolci sogni mi spirò la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri,
che di qua scopro, e che varcare un giorno
io mi pensava, arcani mondi, arcana
felicità fingendo al viver mio!
(G. Leopardi, Le ricordanze, vv 1-24)
Forse perché della fatal quiete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni
e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.
(U. Foscolo, Alla sera)
Ritmo solenne:
O che tra faggi e abeti erma su i campi
smeraldini la fredda orma si stampi
al sole del mattin puro e leggero,
o che foscheggi immobile nel giorno
morente su le sparse ville intorno
a la chiesa che prega o al cimitero
che tace, o noci de la Carnia, addio!
Erra tra i vostri rami il pensier mio
sognando l’ombre d’un tempo che fu.
(G. Carducci, Il comune rustico, vv1-9)
Ritmo epico:
Su i campi di Marengo batte la luna; fosco
tra la Bormida e il Tanaro s’agita e mugge un bosco:
un bosco d’alabarde, d’uomini e di cavalli,
che fuggon d’Alessandria da i mal tentati valli.
D’alti fuochi Alessandria giù giù da l’Apennino
illumina la fuga del Cesar ghibellino:
i fuochi de la lega rispondon da Tortona,
e un canto di vittoria ne la pia notte suona:
- Stretto è il leon di Svevia entro i latini acciari:
ditelo, o fuochi, a i monti, a i colli, a i piani, a i mari,
diman Cristo risorge: de la romana prole
quanta novella gloria vedrai dimani, o sole! -
(G. Carducci, Su i campi di Marengo, vv 1-12)
Ritmo musicale:
QUI NOTERETE LA RIMA BACIATA .
DA ME SCONSIGLIATO
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
(G. D’Annunzio, La pioggia nel pineto, vv 33-64)
Ritmo spezzato:
SCONSIGLIATO
Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede
La morte
si sconta
vivendo
(G. Ungaretti, Sono una creatura)
AL PROSSIMO STUDIO .
PER COCLUDERE VI RIPORTO LA SINTESI STORICA DELLE PRIME LINGUE ITALICHE OVE LA STESSA POESIA TROVA LA SUA PRIMA DIMENSIONE .TRATTO DALLA - STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA -
Le origini della lingua Italica .
Premessa.
Le Origini sono il periodo in cui si colloca la nascita della letteratura in volgare in Italia, durante l'età comunale nel Duecento. Si è trattato ovviamente di un percorso lento e graduale, iniziato con la fine dell'Impero Romano d'Occidente e la rottura dell'unità del mondo latino, attraverso l'emergere delle lingue volgari sino al loro utilizzo per esprimere contenuti letterari non più legati solo ad esigenze pratiche.
La nascente letteratura volgare ha subìto varie influenze dalle altre tradizioni esistenti, dalla letteratura latina medievale legata al mondo ecclesiastico, alla letteratura franco-provenzale, senza dimenticare il sistema dei valori mercantili del mondo comunale dove essa si è di fatto sviluppata.
Ciò spiega sia il ritardo con cui la letteratura italiana si è formata (a causa della frammentazione linguistica e politica dell'Italia del XIII sec.), sia la varietà di filoni e generi letterari cui essa ha dato vita nel primo periodo (con un filone di poesia religiosa, un altro di poesia comica, fino alla lirica amorosa nella quale sono nate le prime scuole vere e proprie tra cui lo Stilnovo). Rientra pienamente in tale periodo l'opera del primo grande poeta italiano in volgare, Dante Alighieri, ancora profondamente legato a schemi culturali e letterari del Medioevo, mentre Petrarca e Boccaccio appaiono più moderni e proiettati verso la rivoluzione umanistica che, iniziata nel tardo Trecento, proseguirà nel XIV sec.
Dal latino al volgare .
Le lingue neolatine in Europa
Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente nel 476 d.C. l'antica unità linguistica dell'Europa venne meno e il latino, che fino ad allora aveva accomunato gran parte delle regioni occidentali, si frantumò in una pluralità di lingue dette "volgari", perché parlate dal "volgo" (il popolo non istruito).
In realtà già nella tarda antichità il latino parlato dalla popolazione aveva subìto un processo di regionalizzazione, differenziandosi nella pronuncia e nella morfologia da zona a zona, per cui quando il fattore di unificazione politica rappresentato dall'Impero decadde fu naturale che le varie forme di latino "regionale" accentuassero la loro diversità, dando origine a delle parlate nettamente diverse.
Questi volgari sono oggi definiti "neolatini" o "romanzi" e i più importanti nel Medioevo furono l'italiano (in realtà un insieme di molti linguaggi, diversi da città a città), la lingua d'oïl (parlata nella Francia del Nord), la lingua d'oc o provenzale (Francia del Sud), il castigliano, il gallego-portoghese (Penisola Iberica), il rumeno.
Il latino non esisteva più come lingua parlata in modo naturale, ma sopravviveva come lingua scritta e nella cosiddetta letteratura latina medievale (o mediolatina), ovvero l'insieme di testi prodotti dalla Chiesa occidentale e di argomento prettamente religioso e filosofico. Tale letteratura si distingueva da quella classica di Roma antica e proseguì sino almeno al XV sec., affiancandosi alla letteratura volgare e venendo infine soppiantata dalla cultura umanistica, che tentava di restaurare il latino classico dei tempi di Cicerone e Virgilio (il latino medievale era infatti alquanto diverso nella morfologia e nel lessico).
La letteratura mediolatina aveva carattere europeo, in quanto accomunava gli ecclesiastici di tutto il continente che erano in grado di capirsi scrivendo e parlando all'occorrenza in latino, mentre essi parlavano normalmente il volgare nell'uso quotidiano; essa esprimeva i valori della Chiesa e non era legata a nessun popolo in particolare, essendo in realtà la letteratura del "popolo di Dio".
Chierici e laici. L'attività culturale dei monasteri.
Monaci al lavoro in uno "scriptorium"
Fino al IX sec. il latino era l'unica lingua usata nella scrittura ed era la lingua dei dotti, ovvero i chierici (membri della Chiesa) che erano i soli a saper leggere e scrivere, mentre il volgare era la lingua dei laici (gli illetterati non facenti parte delle gerarchie ecclesiastiche, tra cui anche i membri dell'aristocrazia militare germanica) ed era usato unicamente nelle esigenze di vita pratica.
La netta separazione tra chierici e laici spiega perché in Europa per molti secoli l'unica letteratura esistente sia stata quella mediolatina, espressione dei valori della Chiesa, dal momento che i laici erano esclusi dalla parola scritta e non potevano inizialmente essere oggetto di una comunicazione letteraria (essi venivano istruiti tramite le arti figurative, soprattutto scultura e pittura).
I monaci erano perciò i soli depositari del sapere scritto nell'Alto Medioevo e per questo i monasteri erano dei centri culturali molto importanti in Europa occidentale, dotati spesso di ricche biblioteche dove erano conservati i manoscritti e i codici della tradizione latina classica. Monaci specializzati nella trascrizione manoscritta dei testi, detti copisti o amanuensi, lavoravano senza sosta negli scriptoria, i laboratori di scrittura annessi alle biblioteche dei conventi, e grazie alla loro opera è stato possibile conservare e trasmettere gran parte delle opere della letteratura latina classica, destinate altrimenti ad andare in gran parte perdute (: Il nome della rosa).
Tra i monasteri più importanti in questo senso vi è quello di Bobbio, fondato da S. Colombano nel VII sec. e che arrivò a conservare circa settecento codici, mentre notevole fu anche l'attività libraria dei conventi benedettini sparsi in tutta Italia (la Regola di S. Benedetto venne fondata nel VI sec. e diede un forte impulso al monachesimo occidentale). Petrarca viaggiò molto in Europa alla ricerca di manoscritti della letteratura latina classica e ritrovò molte opere in varie biblioteche di importanti monasteri, tra cui l'orazione di Cicerone Pro Archia (a Liegi) e parte dell'epistolario ciceroniano (nella biblioteca capitolare di Verona).
Le prime testimonianze scritte del volgare
Il volgare fu usato per molti secoli solo come lingua orale, finché cominciò ad essere utilizzato anche nella redazione di alcuni documenti scritti per finalità pratiche e non ancora letterarie: il primo esempio scritto di una lingua che pare una transizione dal latino al volgare è il cosiddetto indovinello veronese, un'annotazione a margine di un codice ritrovato a Verona e risalente all'VIII-IX sec., una sorta di indovinello che allude all'opera di scrittura della mano che regge una penna d'oca e lascia l'inchiostro sulla pagina bianca. È evidente che la struttura sintattica è già quella del volgare, anche se il lessico è ancora molto simile al latino:
"Se pareba boves, alba pratalia araba
et albo versorio teneba, et negro semen seminaba"
"Teneva davanti a sé i buoi, arava i prati bianchi,
reggeva un aratro bianco e seminava un seme nero"
Il Giuramento di Strasburgo (ant. ms.)
La prima vera testimonianza scritta in Europa di un volgare romanzo risale invece all'842 ed è il Giuramento di Strasburgo, ovvero la solenne cerimonia con cui Carlo il Calvo (re dei Franchi) e Ludovico il Germanico (re di Germania) si giurarono reciprocamente fedeltà nella lotta comune contro il fratello Lotario: i due re giurarono ciascuno nella lingua dell'altro e i rispettivi eserciti ripeterono la formula nei loro propri volgari, ovvero la lingua d'oïl e l'antico tedesco.
L'evento venne registrato da uno storico dell'epoca che trascrisse le parole in antico francese nella sua opera in latino, costituendo così il più antico documento scritto di quel volgare. Risale invece al 960 il primo esempio scritto di un volgare italiano, il cosiddetto placito capuano pronunciato da un giudice della città campana (il placito era una sentenza emessa per dirimere una controversia): un laico aveva rivendicato il possesso di un terreno appartenente al monastero benedettino di Montecassino e il giudice ascoltò una testimonianza che appoggiava la difesa dell'abbazia ("Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki kontene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti", ovvero "so che quelle terre, in quei confini di cui qui si parla, furono possedute per trent'anni dal monastero di S. Benedetto").
La sentenza riportò le parole in volgare del teste e tale documento fu il primo a testimoniare l'uso scritto di un volgare che ormai col latino aveva poche similitudini; la formula venne poi riportata in altre sentenze emesse per casi simili, dette tutte insieme placiti cassinensi (perché tutte attinenti al monastero di Montecassino).
Dell'XI sec. è poi l'iscrizione di S. Clemente, ritrovata nella basilica di S. Clemente a Roma che fa da "didascalia" a un affresco che raffigura la passione del santo: ai personaggi laici (Sisinnio, i servi) sono attribuite frasi in volgare, mentre il martire parla in latino e ciò sottolinea la distanza tra le due lingue, poiché il vogare era sentito proprio di uomini rozzi e incolti. L'iscrizione non è un vero e proprio testo letterario, ma è presente un intento artistico che era invece assente nei "placiti" destinati a un uso giuridico e pratico.
La poesia epica in lingua d'oïl
La morte di Orlando (ms. XV sec.)
Intorno all'XI-XII sec. il volgare inizia ad essere usato in testi con caratteristiche propriamente letterarie e i primi esempi di opere poetiche sono le chansons de geste, ovvero i poemetti epici in lingua d'oïl prodotti in Francia del Nord: la letteratura antico-francese fu tra le più antiche dell'Europa romanza ed era favorita dalla presenza della monarchia capetingia che fungeva da fattore unificante, il che spiega anche il forte ritardo della letteratura volgare in Italia (dove era presente una frammentazione politica e linguistica).
La poesia epica in lingua alto-francese nasceva nell'ambiente dell'aristocrazia militare post-carolingia, i cui membri non erano più illetterati come in precedenza (Carlo Magno aveva cercato di favorire in tutti i modi la formazione di una classe dirigente "laica", per sottrarre alla Chiesa il monopolio della cultura) e nutrivano interesse per una letteratura che celebrasse i propri valori, ovvero la prodezza in battaglia, il coraggio, il valore e la devozione religiosa. Tale sistema di valori, detto cavalleria in quanto proprio dei cavalieri, veniva espresso in poemetti di argomento epico che raccontavano le imprese leggendarie dei paladini di Carlo Magno in Spagna, nella guerra contro i Mori della fine dell'VIII sec.: scritte in versi raggruppati in strofe di diversa lunghezza (le lasse), le chansons de geste avevano come protagonisti i personaggi del cosiddetto ciclo carolingio (il conte Roland, italianizzato in Orlando, Gano di Maganza, Rinaldo...) e si ispiravano alla tradizione epica della letteratura classica, soprattutto all'Eneide e, in parte, ai poemi omerici il cui testo era noto indirettamente (il greco non era conosciuto in Europa nell'Alto Medioevo).
I testi delle chansons ci sono giunti anonimi e risalgono all'XI-XII sec., ovvero il periodo di massima espansione della società feudale che questi poemi intendono celebrare, mentre è forte l'elemento religioso rappresentato dalla lotta dei guerrieri cristiani contro gli "infedeli" musulmani, in un contesto storico che vedeva le prime Crociate verso la Terrasanta. L'opera più celebre è la Chanson de Roland, in cui il protagonista Orlando - descritto come perfetto guerriero e uomo di fede - cade in un'imboscata sui Pirenei, a Roncisvalle, tesagli dai Mori a causa del tradimento di Gano: il testo risale al XII sec. e distorce in parte un fatto storico, poiché il conte Roland morì in effetti in quella località nel 778, ma durante uno scontro con i Baschi e non con gli Arabi.
Nel poemetto Orlando combatte strenuamente alla testa della retroguardia dei Franchi e suona il corno (olifante) per chiamare rinforzi, che però giungono troppo tardi ( La morte di Orlando). L'influenza di questo episodio e, in generale, della tradizione del ciclo carolingio sarà grande anche in Italia, dove già nel Trecento nascerà il filone dei "cantari" in ottave e nel XV-XVI sec. inizierà la stesura dei primi poemi epico-cavallereschi, come il Morgante di Pulci, l'Orlando innamorato di Boiardo e l'Orlando furioso di Ariosto (protagonista di tutti e tre sarà proprio Orlando).
I romanzi cortesi in lingua d'oïl
Lancillotto e Ginevra (ms. XIV sec.)
Tra XII e XIII sec. la società feudale francese diventa più raffinata ed elabora un nuovo sistema di valori detto cortesia, in parte diverso da quello dell'epoca precedente poiché il cavaliere non dev'essere solo un prode guerriero, ma anche un perfetto uomo di corte in grado di scrivere versi e ben figurare alla presenza delle nobili dame, per cui l'amore diviene un valore tanto importante quanto la guerra.
Tale evoluzione storica si riflette nella letteratura e nascono, sempre in Francia del Nord, dei nuovi poemetti in lingua d'oïl chiamati romanzi cortesi (non perché scritti in prosa ma in quanto stesi in lingua volgare romanza), i cui protagonisti non sono più i paladini di Carlo Magno ma i personaggi del cosiddetto ciclo bretone, ovvero re Artù e i cavalieri della tavola rotonda. Rispetto alle chansons de geste, i guerrieri bretoni oltre a dare prova di valore militare sono anche impegnati in una quête, la ricerca di un oggetto simbolico (spesso il sacro Graal, la coppa dove venne raccolto il sangue di Cristo) che diventa percorso di perfezionamento morale, ma sono anche protagonisti di vicende amorose in cui fanno la loro comparsa figure femminili, prima escluse dalla tradizione epica francese. Il cavaliere intraprende la quête per dare prova di coraggio alla dama e ottenerne così l'amore, nell'ambito di una relazione quasi sempre adultera e secondo i dettami del cosiddetto amor cortese: tra il cavaliere e la dama si crea una sorta di "vassallaggio amoroso", un rapporto di sottomissione dell'uomo alla donna che di solito è socialmente superiore e sposata, la quale può concedersi o meno al suo amante alla fine del suo percorso; sono inoltre presenti elementi magici e favolosi, come ad esempio la lotta dell'eroe contro mostri e creature mitologiche (draghi e simili) per dimostrare il proprio valore (: La concezione dell'amor cortese).
Tra gli autori principali di romanzi cortesi ricordiamo Chrétien de Troyes (XII sec.), che ha dedicato le sue opere soprattutto a Lancillotto (amante della regina Ginevra, moglie di re Artù: Lancillotto e Ginevra) e a Perceval (il Parsifal della tradizione alto-tedesca). Collegata al romanzo cortese ma indipendente dai personaggi del ciclo arturiano è la leggenda di Tristano e Isotta, oggetto della trattazione di numerosi scrittori. L'argomento di questi poemi ha conosciuto una vasta diffusione anche in Italia del Nord e molti vennero trascritti in opere in prosa e volgarizzati (Dante ne parla nel De vulgari eloquentia), finendo per influenzare anche i poemi del ciclo carolingio con l'inclusione dell'elemento amoroso, della quête e degli incantesimi.
La lirica provenzale in lingua d'oc
L'omaggio del cavaliere alla dama (ms. XIV sec.)
La stessa idealizzazione della nobiltà e dell'amor cortese sono anche al centro della produzione poetica in lingua d'oc in Francia del Sud, dove tra XII e XIII sec. fiorisce un ricco filone di poesia lirica di argomento amoroso che esprime i valori della società aristocratica delle corti dei grandi feudatari (specie in Provenza, per cui questa poesia viene anche impropriamente definita "provenzale"). Gli autori, signori feudali essi stessi o cavalieri-poeti che vivevano nell'ambiente di corte, erano detti trovatori (dall'occitanico trobar, "poetare") e al centro delle loro liriche vi era la celebrazione del vassallaggio amoroso verso una dama di maggior grado sociale - non di rado la moglie del proprio signore - verso la quale la produzione dei versi rappresentava il "servizio", cui poteva corrispondere un "beneficio" talvolta coincidente con l'amore fisico (erano i gradi della fin'amor, le "tappe" del servizio amoroso). La poesia trobadorica era destinata al canto e aveva un accompagnamento musicale, venendo spesso eseguita dai menestrelli o giullari nelle corti, a differenza della poesia italiana che invece solo occasionalmente verrà musicata.
Nei testi il cavaliere-poeta non si rivolgeva mai all'amata chiamandola col suo vero nome, ma usava un nome fittizio (senhal) per proteggerla dalle maldicenze del pubblico essendo lei sposata con un altro (: La concezione dell'amor cortese).
La lirica in lingua d'oc, pur essendo di tema prevalentemente amoroso, poteva toccare anche altri argomenti (la politica, la guerra...) e lo stile, solitamente elevato e "tragico", talvolta diventava basso e "comico", specie quando trattava di amore tra persone di basso livello sociale. Molti i generi poetici elaborati dai trovatori, tra cui spicca la canzone (canso), il componimento per eccellenza destinato a celebrare l'amor cortese, mentre di stile meno elevato erano la ballata e il sirventese (quest'ultimo di argomento per lo più politico). Altri generi interessanti erano la tenzone (scambio di componimenti tra poeti che discutevano di questioni amorose, talvolta polemicamente.
La "tenzone" come genere poetico), il planh (il compianto funebre per le virtù di un signore feudale appena morto, del cui cuore talvolta i lettori erano invitati a cibarsi per acquisirne il valore), la pastorella (sorta di dialogo tra un nobile cavaliere e una timida pastorella che alla fine gli si concedeva), l'alba (il commiato degli amanti al termine della notte), il plazer e l'enueg (rispettivamente l'elenco di cose e situazioni piacevoli e sgradevoli legate al mondo della corte, di stile comico). La poesia provenzale distingueva poi uno stile facile e cantabile, detto trobar leu, e uno difficile e oscuro, con rime rare e lessico ricercato, detto trobar clus (entrambi influenzeranno molto la lirica amorosa italiana).
Fra i trovatori in lingua d'oc più importanti si possono ricordare Guglielmo IX d'Aquitania (XI-XII sec.), considerato il fondatore della scuola; Bernart de Ventadorn, Bertran de Born, Jaufré Rudel, maestro del trobar leu .
Amore di terra lontana), nobili e vissuti nella prima metà del XII sec.; Folchetto di Marsiglia e Peire Vidal, di origine borghese e vissuti tra XII e XIII sec.; Arnaut Daniel, maestro del trobar clus e che influenzerà molto Dante, vissuto anche lui nel XII-XIII sec.
Su quest'arietta leggiadra). La poesia trobadorica fiorisce sino agli inizi del XIII sec., quando viene bandita la crociata albigese contro i catari della Provenza che porterà alla sottomissione della Francia del Sud da parte della monarchia capetingia, con il declino della civiltà feudale che della poesia occitanica era stata il centro. I testi dei trovatori ebbero una notevole diffusione anche in Italia, dove il metro e i temi delle loro poesie vennero presi a modello da parte delle principali scuole liriche del Duecento (ciò avvenne soprattutto in Sicilia e in Toscana), mentre agli inizi del XIII sec. vi furono alcuni poeti dell'area settentrionale che scrissero liriche in lingua d'oc e secondo i moduli della poesia provenzale, che furono detti "trovatori italiani" (tra essi spicca la figura di Sordello da Goito.
La lirica amorosa).
La letteratura volgare in Italia. Il mondo comunale
Riunione di mercanti, ms. XIV sec.
In Italia la letteratura volgare nasce nel XIII sec. e dunque con notevole ritardo rispetto a quella franco-provenzale, da cui subisce tra l'altro una forte influenza: la situazione italiana era molto frammentata politicamente, specie al Nord dove nel XII-XIII sec. si sviluppa la civiltà comunale, e anche culturalmente, non essendovi una lingua di "corte" che potesse unificare gli scrittori della penisola (a differenza delle lingue d'oïl e d'oc, largamente diffuse in Francia e in Provenza). In Italia mancava anche una vera corte simile a quella francese o a quelle dei signori feudali di Provenza, se si eccettua il caso di Federico II in Sicilia, per cui l'emergere di una letteratura volgare che si rivolgesse a un pubblico di laici fu parallelo allo sviluppo della società comunale e dei suoi valori mercantili e borghesi, dunque in un ambiente "cittadino" profondamente diverso da quello dell'epica francese o della lirica trobadorica. Diversa fu anche l'estrazione sociale dei primi scrittori in lingua volgare, i quali furono spesso uomini politici impegnati a vario titolo nelle istituzioni comunali (talvolta notai o uomini di legge, come Guido Guinizelli) oppure al servizio di un sovrano e operanti in una corte, come i poeti siciliani della scuola di Federico II che erano tuttavia di origine borghese e molto diversi dai cavalieri-poeti della poesia provenzale.
Nonostante il suo carattere comunale, in ogni caso, la letteratura volgare delle Origini subì un forte influsso dei modelli francesi e provenzali e se anche si rivolgeva in prevalenza a un pubblico alto-borghese di mercanti, espresse anche valori e ideali propri della società feudale più antica, specie nella lirica amorosa che si rifece strettamente alla concezione dell'amor cortese e al vassallaggio amoroso (sia pure in un ambiente cittadino e non di corte, come lo Stilnovo a Firenze). In alcuni scrittori il sistema di valori del mondo mercantile veniva condannato e paragonato polemicamente a quello più elevato dell'aristocrazia, come nel caso di Dante, in altri era celebrato come innovatore e portatore di ricchezza e sviluppo, come più tardi nella novellistica di Boccaccio (in cui il mercante veniva esaltato per le sue virtù, tra cui l'industria e l'astuzia).
Benché si rivolgesse a un pubblico di laici, la letteratura italiana delle Origini fu sempre ispirata a elementi di profonda religiosità, dando vita a un filone di poesia religiosa (S. Francesco, Jacopone da Todi...) che si diffuse in parallelo con il movimento di rinnovamento spirituale della Chiesa e la lotta alle eresie del primo XIII sec., lo stesso clima in cui nacque il capolavoro della poesia volgare del XIV sec., la Commedia di Dante Alighieri .
La poesia religiosa). Notevole, infine, la varietà linguistica, poiché i primi testi letterari si espressero in volgare umbro (specie la poesia religiosa), in siciliano (i poeti alla corte di Federico II), in toscano (la lirica amorosa e la poesia comica), senza contare il veneziano del Milione di Marco Polo e il lombardo della poesia "didattica" di Bonvesin da la Riva. Il volgare toscano sarebbe poi diventato la lingua letteraria per eccellenza della nostra tradizione, attraverso il modello illustre dei principali scrittori del Trecento (Dante, Petrarca, Boccaccio) e dell'Umanesimo, sino alle discussioni in campo linguistico del Rinascimento.
FONTE :La storia della letteratura Italiana .
PER CONCLUDERE CHIUDO CON LA POETESSA GRECA (SAFFO )
Il mito di Saffo,tra leggenda e realtà.
"Io desidero e bramo"
Secondo una leggenda la poetessa si sarebbe gettata dalla rupe dell'isola Leucade a causa di un amore non corrisposto. Saffo, vissuta tra il 630 e il 570 a.C. fu una poetessa molto apprezzata nell'antichità. La sua esistenza è tuttavia un mistero, proprio a causa delle tante leggende che circondano la sua figura. I presunti amori omosessuali tra Saffo e le sue allieve non sembrano avere conferma certa.
Così come la grande passione tra la donna e Alceo, aristocratico poeta di Mitilene: un amore intenso, evidentemente sfortunato ma "inquinato da una tradizione romanzesca che sembra sottrargli credibilità. Fu dunque Alceo, il grande amore non corrisposto per cui Saffo si sarebbe tolta la vita? Assolutamente no... Ovidio cita un certo Faone, un anziano barcaiolo di Lesbo che un giorno diede un passaggio a una vecchina in difficoltà. Questa si rivelò essere Afrodite. La Dea lo ricompensò con un filtro di bellezza e giovinezza.
Saffo pertanto si sarebbe innamorata di Faone ma il traghettatore l'avrebbe rifiutata ritenendola brutta! Questa storia è chiaramente una leggenda, legata con molte probabilità alla tradizione religiosa e folcloristica dell'isola stessa. Alceo scrisse di Saffo: «Crine di viola, eletta, dolceridente Saffo», un elogio alla bellezza della poetessa...
Del mito del suicidio di Saffo, ci rimane pertanto questo splendido dipinto dove la poetessa, drammaticamente bella, invoca, quasi con rabbia, le tempestose onde del mare ad accoglierla...
Biografia DI SAFFO - POETESSA GRECA .
Testa di Saffo, copia romana da originale di età ellenistica, da Smirne (oggi situata al Museo Archeologico di Istanbul).
Saffo era originaria di Eresos, città dell'isola di Lesbo nell'Egeo; le notizie riguardanti la sua vita sono state tramandate dal Marmor Parium, dal lessico Suda, dall'antologista Stobeo, e da vari riferimenti di autori latini (come Cicerone e Ovidio), oltre che dalle testimonianze dei grammatici. Ciò che sappiamo di Saffo è stato dedotto dalle liriche e frammenti a lei attribuiti, o riportato da storici dell'antichità le cui fonti erano di dubbia attendibilità, seppure essi avessero accesso a un numero molto maggiore di versi della poetessa.
Nacque in una famiglia aristocratica che fu coinvolta nelle lotte politiche tra i vari tiranni che allora si contendevano il dominio di Lesbo (tra cui Melancro, Mirsilo e Pittaco); per una decina di anni Saffo seguì la propria famiglia in esilio in Sicilia, probabilmente a Siracusa o ad Akragas. Successivamente ritornò a Ereso, dove fu direttrice e insegnante di un tiaso, sorta di collegio in cui veniva curata l'educazione di gruppi di giovani fanciulle di famiglia nobile, incentrata sui valori che la società aristocratica di allora richiedeva a una donna: l'amore, la delicatezza, la grazia, la capacità di sedurre, il canto, l'eleganza raffinata dell'atteggiamento.
Ebbe tre fratelli, Larico, coppiere nel pritaneo di Mitilene, Erigio, di cui si conosce solo il nome, e Carasso, un mercante, che, secondo quanto emerge dalle poesie di Saffo, durante una missione in Egitto, si sarebbe innamorato di un'etera, Dorica, rovinando economicamente la propria famiglia. Nella Preghiera per Carasso Saffo prega affinché sia garantito un ritorno sicuro al fratello per poter essere riammesso in famiglia e lancia una maledizione alla giovane donna.
La Suda dice che Saffo sposò un certo Cercila di Andros, nota probabilmente falsa e tratta dai commediografi; dal marito ebbe comunque una figlia di nome Cleide a cui dedicò alcuni teneri versi. Alcuni frammenti, inoltre, proverebbero che la poetessa raggiunse un'età avanzata, ma il dato non giunge a sicurezza, poiché era usanza comune tra i poeti lirici di utilizzare la prima persona in modo convenzionale.
La fortuna dell'arte di Saffo e la nascita delle leggende sulla sua vita e sulla sua morte
Gli antichi furono concordi nell'ammirare la sua maestria: Solone, suo contemporaneo, dopo aver ascoltato in vecchiaia un carme della poetessa, disse che a quel punto desiderava due sole cose, ossia impararlo a memoria e morire.In età imperiale, Strabone la definì "una creatura meravigliosa", e una lode simile si trova anche in un epigramma attribuito a Platone:
«Ἐννέα τὰς Μούσας φασίν τινες· ὡς ὀλιγώρως.
Ἢν ἰδέ· καὶ Σαπφὼ Λεσβόθεν, ἡ δεκάτη.»
«Alcuni dicono che le Muse siano nove; che distratti!
Guarda qua: c'è anche Saffo di Lesbo, la decima.»
(Pseudo-Platone, Epigramma XVI)
Già nell'antichità Saffo, a causa della bellezza dei suoi componimenti poetici e della conseguente notorietà acquisita presso gli ambienti letterari dell'epoca, fu oggetto di vere e proprie leggende, poi riprese e amplificate nei secoli a venire, specie nel momento in cui, a partire dal XIX secolo, la sua poesia divenne paradigma dell'amore omosessuale femminile, dando origine al termine "saffico".
Fu il poeta Anacreonte, vissuto una generazione dopo Saffo (metà del VI secolo a.C.), ad accreditare la tesi che la poetessa nutrisse per le fanciulle che nel tiaso educava alla musica, alla danza e alla poesia un amore omosessuale: secondo la tradizione, fra l'insegnante e le fanciulle nascevano rapporti di grande familiarità, talora anche sessuale. Probabilmente il fatto va inquadrato secondo il costume dell'epoca, come forma prodromica di un amore eterosessuale, cioè una fase di iniziazione per la futura vita matrimoniale.
È bene ricordare come la riunione del tiaso fosse in primo luogo legata al culto in onore della dea dell'amore, Afrodite; le relazioni amorose tra le fanciulle e con la maestra sono dunque da inserire in un quadro paideutico più ampio ed analogo a quello della pederastia maschile. L'attuale significato della parola lesbica ha, pertanto, assunto un'accezione nettamente differente rispetto alla concezione di sessualità di Saffo e del suo circolo.
Tale pratica non era affatto immorale nel contesto storico e sociale in cui Saffo viveva: infatti, per gli antichi Greci l'erotismo - che si teneva strettamente lontano dalla pedofilia tutelando i bambini d'ambo i sessi che non avessero compiuto una certa età da figure estranee - si faceva canale di trasmissione di formazione culturale e morale nel contesto di un gruppo ristretto, dedicato all'istruzione e alla educazione delle giovani, qual era il tiaso femminile, pur preparando le giovani donne a vivere in una società che prevedeva una stretta separazione dei sessi e una visione della donna quasi unicamente come fattrice di figli e signora del governo domestico.
La poetica di Saffo s'incentra sulla passione e sull'amore per vari personaggi e per tutti i generi. Le voci narranti di molte delle sue poesie parlano di infatuazioni e di amore (a volte ricambiato, a volte no) per vari personaggi femminili, ma le descrizioni di atti fisici tra donne sono poche e oggetto di dibattito.
Dedicò a una delle sue allieve la poesia "A me pare uguale agli dei".
Saffo compose degli epitalami, struggenti canti d'amore per le sue allieve destinate a nozze e questo ha lasciato supporre un innamoramento anche con componenti sessuali. In realtà è presumibile che Saffo, comunque affezionata alle sue allieve, li abbia scritti poiché le vedeva destinate ad un triste destino: lasciavano infatti l'isola dove si trovavano, dove erano accudite e felici, per andare nella casa dei loro mariti, da cui non sarebbero uscite quasi mai; lì sarebbero state in pratica rinchiuse a vita, come voleva la tradizione greca.
Un'altra leggenda riguarda la presunta passione amorosa del poeta lirico conterraneo Alceo per Saffo. Alceo le avrebbe dedicato i seguenti versi: «Crine di viola, eletta, dolceridente Saffo» (Fr. 384 Lobel-Page) riportati nel secolo II da Efestione nel suo Manuale di metrica (14, 4)[10]. Da tali versi, per autoschediasmo, sarebbe stata desunta l'esistenza di un amore tra i due poeti. Tuttavia, anche alcuni poeti antichi smentirono questa ipotesi, ritenendo che i versi in questione fossero da interpretare come un'idealizzazione non autobiografica. In epoca contemporanea, il filologo classico Luciano Canfora ha osservato che i suddetti versi potrebbero essere riferiti non a Saffo, ma ad un'altra donna.
Da riconoscere è, però, che Alceo conobbe effettivamente la poetessa, prima che questa fosse costretta a fuggire al seguito della famiglia a causa delle guerre dei tiranni.
Se effettivamente i versi di Alceo si riferissero a Saffo, descritta come una donna bella e piena di grazia, dal fascino raffinato, dolce e sublime, verrebbe sfatata l'altra leggenda legata alla poetessa di Lesbo, quella della sua non avvenenza fisica, che l'avrebbe portarta a togliersi la vita a causa del suo amore, non corrisposto, nei confronti del giovane Faone. Anche il pittore olandese-britannico Sir Lawrence Alma-Tadema mostra di non aderire alla leggenda sulla bruttezza di Saffo: infatti nel suo dipinto Saffo e Alceo (Sappho and Alcaeus), realizzato nel 1881, la poetessa è ritratta con fattezze tutt'altro che sgradevoli.
ALCUNE POESIE DI SAFFO :
Nell'inno ad Afrodite
(GRC)
«ποικιλόθρον' ἀθανάτ' Αφρόδιτα,
παῖ Δίος δολόπλοκε, λίσσομαί σε,
μή μ' ἄσαισι μηδ' ὀνίαισι δάμνα,
πότνια, θῦμον,
ἀλλὰ τυίδ' ἔλθ', αἴ ποτα κἀτέρωτα
τὰς ἔμας αὔδας ἀίοισα πήλοι
ἔκλυες, πάτρος δὲ δόμον λίποισα
χρύσιον ἦλθες
ἄρμ' ὐπασδεύξαισα, κάλοι δέ σ' ἆγον
ὤκεες στροῦθοι περὶ γᾶς μελαίνας
πύπνα δίννεντες πτέρ' ἀπ' ὠράνωἴθε-
ρος διὰ μέσσω.
αἶψα δ' ἐξίκοντο, σὺ δ', ὦ μάκαιρα,
μειδιαίσαισ' ἀθανάτωι προσώπωι
ἤρε' ὄττι δηὖτε πέπονθα κὤττι
δηὖτε κάλημμι
κὤττι μοι μάλιστα θέλω γένεσθαι
μαινόλαι θύμωι. τίνα δηὖτε πείθω
ἄψ σ' ἄγην ἐς σὰν φιλότατα;τίς σ', ὦ
Ψάπφ', ἀδικήει;
καὶ γὰρ αἰ φεύγει, ταχέως διώξει,
αἰ δὲ δῶρα μὴ δέκετ',ἀλλὰ δώσει,
αἰ δὲ μὴ φίλει, ταχέως φιλήσει
κωὐκ ἐθέλοισα.
ἔλθε μοι καὶ νῦν, χαλέπαν δὲ λῦσον
ἐκ μερίμναν, ὄσσα δέ μοι τέλεσσαι
θῦμος ἰμέρρει, τέλεσον,σὺ δ' αὔτα
σύμμαχος ἔσσο.»
«Afrodite eterna, in variopinto soglio,
Di Zeus fìglia, artefice d'inganni,
O Augusta, il cor deh tu mi serba spoglio,
Di noie e affanni.
E traggi or quà, se mai pietosa un giorno,
Tutto a' miei prieghi il favor tuo donato,
Dal paterno venisti almo soggiorno,
Al cocchio aurato
Giugnendo il giogo. I passer lievi, belli
Te guidavano intorno al fosco suolo
Battendo i vanni spesseggianti, snelli
Tra l'aria e il polo,
Ma giunser ratti: tu di riso ornata
Poi la faccia immortal, qual soffra assalto
Di guai mi chiedi, e perché te, beata,
Chiami io dall'alto.
Qual cosa io voglio più che fatta sia
Al forsennato mio core, qual caggìa
Novello amor ne' miei lacci: chi, o mia
Saffo, ti oltraggia?
Se lei fugge, ben ti seguirà tra poco,
Doni farà, s'ella or ricusa i tuoi,
E s'ella non t'ama, la vedrai tosto in foco,
Se ancor nol vuoi.
Vienne pur ora, e sciogli a me la vita
D'ogni aspra cura, e quanto io ti domando
Che a me compiuto sia compi, e m'aita
meco pugnando.»
L'inno, composizione in onore di una divinità, recitata davanti alla sua statua in quanto considerata sua incarnazione terrena, è da dividersi in tre parti: la prima parte, epìklesis, nella quale la poetessa invoca la divinità ed esprime le sue principali invocazioni utilizzando l'imperativo e forme esortative; la seconda parte, omphalòs, la parte narrativa dell'inno, in cui la divinità viene presentata nel contesto di un'azione della quale è protagonista, di solito di carattere mitico; la terza parte, euchè, la preghiera vera e propria, la cui metrica è simile alla epiclesi.
Questa poesia può, inoltre, essere considerata basata sulla Ring Komposition, in quanto al termine del componimento sono inseriti elementi che fanno riferimento alle prime strofe. Questo modo di procedere è tipico di Saffo, che lo usa in molti altri frammenti pervenuti.
Preghiera per Carasso.
«Κύπρι καὶ] Νηρήιδες, ἀβλάβη[ν μοι
τὸν κασί]γνητον δ[ό]τε τύιδ᾽ ἴκεσθα[ι,
κὤσσα Ϝ]οι θύμω‹ι› κε θέλη γένεσθαι,
πάντα τε]λέσθην,
ὄσσα δὲ πρ]όσθ᾽ ἄμβροτε, πάντα λῦσα[ι,
ὠς φίλοισ]ι Ϝοῖσι χάραν γένεσθαι,
κὠνίαν ἔ]χθροισι· γένοιτο δ᾽ ἄμμι
πῆμά τι μ]ήδεις.
τὰν κασιγ]νήταν δὲ θέλοι πόησθαι
ἔμμορον] τίμας, [ὀν]ίαν δὲ λύγραν
ἐκλύοιτ᾽], ὄτοισι π[ά]ροιθ᾽ ἀχεύων
τὦμον ἐδά]μνα.
«O Cipride e voi Nereidi, incolume
datemi che mi torni il fratello
e che quanto in cuor vuole che avvenga,
tutto si avveri,
e che cancelli tutto quanto sbagliò in precedenza,
e così ci sia gioia in cuore per lui
e dolore per i nemici: e per noi
nessuno sia danno.
E sua sorella voglia render partecipe
dell'onore, e dai dolorosi tormenti
liberi quelli a cui prima, soffrendo,
bloccava il cuore
La cosa più bella-
(GRC)
«Ο]ἰ μὲν ἰππήων στρότον, οἰ δὲ πέσδων,
οἰ δὲ νάων φαῖσ’ ἐπ[ὶ] γᾶν μέλαι[ν]αν
ἔ]μμεναι κάλλιστον, ἔγω δὲ κῆν’ ὄτ-
τω τις ἔραται.
πά]γχυ δ’ εὔμαρες σύνετον πόησαι
π]άντι τ[οῦ]τ’, ἀ γὰρ πολὺ περσ[κέθοισ]α
κάλ]λος [ἀνθ]ρώπων Ἐλένα [τὸ]ν ἄνδρα
τὸν] [πανάρ]ιστον
καλλ[ίποι]σ’ ἔβα ‘ς Τροίαν πλέο[ισα
κωὐδ[ὲ πα]ῖδος οὔδε φίλων το[κ]ήων
πάμπαν] ἐμνάσθ[η], ἀ[λλὰ] παράγαγ’ αὔταν
Κύπρις ἔραι]σαν
[εὔθυς εὔκ]αμπτον γὰρ [ἔχοισα θῦμο]ν
[ἐν φρέσιν] κούφως τ[ὰ φίλ΄ ἠγν]όη[ε]ν̣
ἄ με] νῦν Ἀνακτορί[ας ὀνὲ]μναι-
σ’ οὐ ] παρεοίσας,
τᾶ]ς [κ]ε βολλοίμαν ἔρατόν τε βᾶμα
κἀμάρυχμα λάμπρον ἴδην προσώπω
ἢ τὰ Λύδων ἄρματα [κἀν ὄπλοισι]
πεσδομ]άχεντας.»
«Alcuni di cavalieri un esercito, altri di fanti,
altri di navi dicono che sulla nera terra
sia la cosa più bella, mentre io ciò che
uno ama.
Tanto facile è far capire
questo a tutti, perché colei che di molto superava
gli uomini in bellezza, Elena, il marito
davvero eccellente
lo abbandonò e se ne andò a Troia navigando,
e né della figlia, nè dei cari genitori
si ricordò più, ma tutta la sconvolse
Cipride innamorandola.
E ora ella, che ha mente inflessibile,
in mente mi ha fatto venire la cara
Anattoria, che non mi è
vicina.
Potessi vederne il seducente passo
e il lucente splendor del volto
più che i carri dei Lidi e, in armi,
i fanti.»
Saffo, secondo una composizione tipica della lirica arcaica (il cosiddetto Priamel), enuncia una opinione di tipo generale, ossia quale possa essere la cosa più bellaː ai beni materiali essa oppone l'amore. E lo fa riferendo un assunto mitico esemplare, quello di Elena che, innamorata, abbandonò un ottimo marito e l'intera famiglia. Infine, dopo aver concluso che Afrodite è una dea a cui non si può resistere, chiude con una nota di nostalgia per Anattoria lontana, che preferirebbe a qualsiasi bene materiale.
Ode della gelosia .
«Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν᾽ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει
καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ᾽ ἦ μὰν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν,
ὠς γὰρ ἔς σ᾽ ἴδω βρόχε᾽ ὤς με φώνη-
σ᾽ οὐδ᾽ ἒν ἔτ᾽ εἴκει,
ἀλλὰ κὰδ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον
δ᾽ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμακεν,
ὀππάτεσσι δ᾽ οὐδὲν ὄρημμ᾽, ἐπιβρό-
μεισι δ᾽ ἄκουαι,
ψῦχρα δ᾽ ἴδρως κακχέεται, τρόμος δὲ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ᾽ ὀλίγω ’πιδεύης
φαίνομ’ ἔμ᾽ αὔτᾳ·
ἀλλὰ πὰν τόλματον, ἐπεί κ[†]»
«Pari agli dèi mi appare lui, quell'uomo
che ti siede davanti e da vicino
ti ascolta: dolce suona la tua voce
e il tuo sorriso
accende il desiderio. E questo il cuore
mi fa scoppiare in petto: se ti guardo
per un istante, non mi esce un solo
filo di voce,
ma la lingua è spezzata, scorre esile
sotto la pelle subito una fiamma,
non vedo più con gli occhi, mi rimbombano
forte le orecchie,
e mi inonda un sudore freddo, un tremito
mi scuote tutta, e sono anche più pallida
dell'erba, e sento che non è lontana
per me la morte.
Ma tutto si sopporta, poiché ...»
(trad. di G. Nuzzo)
Il trattato Del Sublime cita l'ode per sottolineare la bravura della poetessa nello scegliere le sensazioni "più elevate" e "più tese", connettendole tra loro e creando una perfetta unità di sentire, così da raggiungere il sublime. Proprio il commento del trattatista anonimo appare quello più fine:
Nozze di Ettore e Andromaca-
GRC)
«Κύπρο[ – ^ ^ – ^ ^ – ^ ^ – ^ ]ας.
κᾶρυξ ἦλθε θέ[ων ^ ^ –]ελε[– ^]θεις
Ἴδαος τάδε κα[ῖνα] φ[όρ]εις τάχυς ἄγγελος·
«< . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ἰλίω>
τᾶς τ᾽ ἄλλας Ἀσίας τ[ό]δε γᾶν κλέος ἄφθιτον·
Ἔκτωρ καὶ συνέταιρ[ο]ι ἄγοισ᾽ ἐλικώπιδα
Θήβας ἐξ ἰέρας Πλακίας τ᾽ ἀπ᾽ ἀ[ι]ν<ν>άω
ἄβραν Ἀνδρομάχαν ἐνὶ ναῦσιν ἐπ᾽ ἄλμυρον
πόντον· πόλλα δ᾽ [ἐλί]γματα χρύσια κἄμματα
πορφύρ[α] καταΰτ[με]να, ποίκιλ᾽ ἀθρήματα,
ἀργύρα τ᾽ ἀνάριθμα ποτήρια κἀλέφαις.»
ὢς εἶπ᾽· ὀτραλέως δ᾽ ἀνόρουσε πάτ[η]ρ φίλος·
φάμα δ᾽ ἦλθε κατὰ πτόλιν εὐρύχορον φίλοις·
αὔτικ᾽ Ἰλίαδαι σατίναι[ς] ὐπ᾽ ἐυτρόχοις
ἆγον αἰμιόνοις· ἐπ[έ]βαινε δὲ παῖς ὄχλος
γυναίκων τ᾽ ἄμα παρθενίκα[ν] τ᾽ ἀτ[αλ]οσφύρων·
χῶρις δ᾽ αὖ Περάμοιο θύγ[α]τρες [ἐπήισαν,
ἴππ[οις] δ᾽ ἄνδρες ὔπαγον ὐπ᾽ ἄρ[ματα κάμπυλα]
π[άντ]ες ἠίθεοι· μεγάλω[σ]τι δ᾽-
«Da Cipro
venne un araldo veloce correndo ,
Ideo, e apparve, rapido nunzio
(lacuna)
e dal resto dell'Asia quest'inconsumabile gloriaː
"Ettore e i suoi compagni scortano la occhi splendenti,
da Tebe e dalla sacra Plakia dall'acque perenni,
la dolce Andromaca, con le navi, sul salso mareː
e molti bracciali d'oro, e vesti multicolori
e belle porpore e troni e fregi multiformi
e innumerevoli coppe d'argento e tanti avoriǃ"
Così diceva ed il padre caro balzò ratto in piedi
e si spargeva la fama nell'ampia città, tra gli amici.
Subito le donne d'Ilio ai carri preziosi, ampie ruote,
aggiogavan le mule e saliva tutta la folla
di donne e insieme di vergini dall'agili caviglieː
e, un po' discoste, le figlie di Priamo pure partivan;
ma gli uomini aggiogavano cavalli ai lor carri
e tutti quelli celibi; e grandemente .
La dolce mela-
«οἶον τὸ γλυχὺμαλον ἐρεύθεται ἄχρῳ ἐπ’ ὔσδῳ
ἄχρον ἐπ’ ἄχροτάτῳ λελάθοντο δὲ μαλοδρόπηες·
οὐ μὰν ἐχλελάθοντ’, ἀλλ’ οὐχ ἐδύναντ’ ἐπὶχεσθαι.»
«Quale dolce mela che su alto
ramo rosseggia, alta sul più alto;
la dimenticarono i coglitori;
no, non fu dimenticata: invano
tentarono raggiungerla.»
Tramontata è la luna-
«Δέδυκε μὲν ἀ σελάννα
καὶ Πληΐαδες· μέσαι δὲ
νύκτες, παρὰ δ’ ἔρχετ’ ὤρα·
ἔγω δὲ μόνα κατεύδω.»
«È tramontata la luna
anche le Pleiadi;
è mezzanotte,
il tempo passa;
ma io dormo sola.»
IL CARME DEI FRATELLI .
Ἀλλ’ ἄϊ θρύλησθα Χάραξον ἔλθην
νᾶϊ σὺν πλήαι. τὰ μέν οἴομαι Ζεῦς
οἶδε σύμπαντές τε θέοι· σὲ δ᾽οὐ χρῆ
ταῦτα νόησθαι,
ἀλλὰ καὶ πέμπην ἔμε καὶ κέλεσθαι
πόλλα λίσσεσθαι βασίληαν Ἤραν
ἐξίκεσθαι τυίδε σάαν ἄγοντα
νᾶα Χάραξον
κἄμμ’ ἐπεύρην ἀρτέμεας. τὰ δ’ ἄλλα
πάντα δαιμόνεσσιν ἐπιτρόπωμεν·
εὐδίαι γὰρ ἐκ μεγάλαν ἀήταν
αἶψα πέλονται.
τῶν κε βόλληται βασίλευς Ὀλύμπω
δαίμον’ ἐκ πόνων ἐπάρωγον ἤδη
περτρόπην, κῆνοι μάκαρες πέλονται
καὶ πολύολβοι·
κἄμμες, αἴ κε τὰν κεφάλαν ἀέρρη
Λάριχος καὶ δή ποτ᾽ ἄνηρ γένηται,
καὶ μάλ’ ἐκ πόλλαν βαρυθυμίαν κεν
αἶψα λύθειμεν.»
Ma tu non fai che ripetere che Carasso è arrivato
con la nave stracolma: è cosa, credo,
che sanno Zeus e tutti gli dèi, ma non a questo
tu devi pensare,
bensì a congedarmi e invitarmi a rivolgere
molte suppliche a Era sovrana perché
giunga fin qua portando in salvo
la sua nave Carasso
e sane e salve (o ‘sani e salvi’) ci trovi:
tutto il resto affidiamolo ai numi,
ché a grandi tempeste d’improvviso
succede il bel tempo.
Coloro a cui il sovrano d’Olimpo voglia
mandare un demone che infine li protegga
dalle traversie, quelli diventano felici
e molto prosperi.
Anche noi, se alzasse la testa Larico
e diventasse finalmente un vero uomo,
allora sì che saremmo subito liberate (o ‘liberati’)
da molte tristezze.»
La poesia è costituita da venti versi ripartiti in cinque strofe saffiche, un metro tipico composto da tre versi lunghi ed uno più breve. L'attacco, come accennato, è andato perduto, ma si stima che esso fosse formato da una, massimo tre strofe.Appartiene al genere dei nostoi, le preghiere di ritorno a casa, che Saffo scrisse molte volte, come testimoniato dai frammenti 5, 15 e 17.
La poesia è strutturata come una lettera, nella quale la narratrice castiga il destinatario sconosciuto per aver insistito in modo fastidioso sul ritorno di Carasso (possibilmente da un viaggio commerciale), sostenendo che la sua vita è nelle mani degli déi e offrendosi di pregare Era per il suo ritorno. Passa quindi a Larico, che spera possa alleviare dai problemi la sua famiglia quando sarebbe diventato un uomo.
FONTI - DAI GRANDI CLASSICI - LATINI GRECI .
Bene
cos'altro dirvi ! Se amate la poesia amate voi stessi .
Giovanni
Maffeo Poetanarratore .
Ciao Giovanni
RispondiEliminaMolto interessante. Complimenti!
Un abbraccio
Chiara
ABBRACCIO
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